Dall’oratorio di San Rocco ad altri luoghi della città. 2/4

 

Stefano Dall’Arzere

 

Stefano Dall Arzere Compianto di san Rocco

Stefano Dall’Arzere, Compianto di san Rocco (1527), oratorio di San Rocco, Padova.

 

Nell’oratorio di San Rocco, contemporaneamente al Tessari, lavorava il giovane Stefano Dall’Arzere impegnato sul muro sinistro a fianco dell’altare con l’affresco il Compianto di san Rocco.

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Dall’oratorio di San Rocco ad altri luoghi della città. 1/4

 

Attraverso gli affreschi dell’oratorio di San Rocco, ripercorrendo l’operato dei pittori padovani del secolo XVI, si scopriranno altri luoghi noti della città antenorea ed altri che sono rimasti “nascosti” al pubblico, perché poco considerati. Ma in realtà anche questi siti raccontano la vita e tramandano la storia della città di Padova. Vi invito a scoprirne i significati e, per così dire, i misteri svelati.

 

 

Una questione controversa: l’attribuzione.

 

Nell’oratorio lavorarono diversi autori, oggi possiamo riconoscerne con certezza quattro: Girolamo Tessari, Stefano Dall’Arzere, Gualtiero Padovano e lo scultore Tiziano Minio, che sarà argomentato in seguito. Questo odierno riconoscimento collima con le antiche testimonianze che descrivono Padova e i suoi monumenti, ad esempio: Pietro Selvatico (1803-1888), nella sua Guida di Padova (1842, p.246), attribuì gli affreschi della parete occidentale ad artefici circoscritti alla scuola tizianesca, e non è inverosimile che siano opera di Gualtieri”-dice- mentre nei due ai lati dell’altare “si scorgono invece le maniere di Domenico Campagnola,”cui attribuisce anche il fregio a grisaille e i ritratti a mezzo busto dei due santi titolari dell’oratorio. Il Selvatico ha ribadito ciò che Gianantonio Moschini nella sua Guida per la città di Padova (1817, p.140), aveva detto reiterando a sua volta Pietro Brandolese (1754-1809) di Pitture, sculture, architetture ed altre cose notabili di Padova (1795), e Giovan Battista Rossetti di Descrizione delle pitture, sculture ed architetture di Padova (1780, p.254). Quest’ultimo ‘illuminato’ testimonia che: tutta questa chiesa è dipinta a fresco: parte di esse sono di Domenico Campagnola; ed è pure di lui il fregio di chiaroscuro tutto all’intorno di essa chiesa, con fanciulli, leoni, fogliami, ecc. Ma il Rossetti introduce Stefano Dall’Arzere quale autore del Transito di san Rocco, estrapolando tale informazione dal diario giornaliero, ossia le Effemeridi di Padova (1638) del notaio Antonio Monterosso (1617-1672), questi nonostante attribuisca “al Campagnola l’intero ciclo delle storie di san Rocco, …, fa eccezione per il Compianto o Transito, come dicevano allora, che afferma essere di Stefano Dall’Arzere.”[1] Tale testimonianza non può essere elusa: “mentre sulle altre opere del ciclo, di mano di Gualtiero e di altri che continuano a restarci anonimi, è sbiadita un po’ alla volta la memoria della loro paternità e a distanza di un secolo esse passano dal nome generico del Campagnola, sul Compianto soltanto è rimasto impresso il ricordo di una vicenda unica e distinta, di una individualità inconfondibile; non vedo davvero come il Monterosso in queste circostanze potesse pronunciare il nome di Stefano se tale nome non fosse rimasto legato all’affresco come una sorta di firma da una forte tradizione orale.”[2]Stefano dall’Arzere, dunque, alla fine del secondo decennio, lavorò nell’oratorio. Gli affreschi che decorano l’angolo nord-est, in passato erano stati attribuiti a Domenico Campagnola, eppure, come afferma con certezza il Ballarin, che riferisce la sua analisi alla Preghiera dei genitori, e alla Nascita di Rocco: “i modi sono quelli di Girolamo dal Santo.”[3]

 

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L’oratorio di San Rocco – affreschi e agiografia – 1/1

 

Le quattordici scene della vita di san Rocco a confronto con l’agiografia  

 

Tra le agiografie che narrano del santo pellegrino, la più conosciuta e probabilmente la più antica è quella del giurista e umanista Francesco Diedo, insignito del governatorato di Brescia e morto podestà a Verona nel 1484. Il capitano scrisse l’agiografia a Salò, mentre cercava riparo dall’infuriare della peste o di una non meglio identificata malattia epidermica che opprimeva la regione. Scritta in lingua latina e tradotta in italiano col titolo di Vita sancti Rocho venne edita a Milano dopo il I giugno 1479 dall’editore Simon Magniacus,[1]in entrambe le lingue.[2]

 

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L’oratorio di San Rocco – premessa agli affreschi – 1/1

 

Uno spazio altro nella tradizione veneta.

 

Salendo i gradini dell’oratorio, il visitatore viene invitato a oltrepassare le colonne del portale d’ingresso per accedere a un ambiente che ci rimanda alla Padova rinascimentale, in un altro spazio, in un’altra storia. Avvolto nella penombra, lo sguardo è subito catturato dal punto di fuga delle direttrici spaziali, ossia l’altare dov’è raffigurata in una tela la Vergine col Bambino fra i santi, Rocco e Lucia con un prelato, che il Moschetti ha voluto individuare come il donatore, in realtà pare si tratti di san Carlo Borromeo, come aveva a suo tempo detto il Rossetti, seguito da altri scrittori.[1]

 

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 3/3

 

Un po’ di storia 

L’oratorio di San Rocco, costruito in diversi momenti, subì un accurato restauro nelle varie sue parti, specie nei muri più antichi, detti “a casella”[1]-cioè formati da due pareti parallele di centimetri 15 di spessore riempite di circa di centimetri 20 di brecciame vario legato con malta magra. Nella parete est, si formarono dei vuoti interni dovuti alla corrosione di questa malta, causati dagli insetti e vari animaletti che lì avevano allestito le proprie tane e il cui lavoro secolare aveva progressivamente deteriorato e ridotto in polvere lo spessore interno del muro, minacciando la parete esterna.

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 2/3

 

sermo rusticus della scuola patavina

 

Un po’ di storia    -parte seconda-

 

Il 6 giugno 1468, la confraternita dei Santi Rocco e Lucia, in Padova, riceve in donazione dall’erede della famiglia dei Mezziconti un piccolo appezzamento di terreno adiacente la chiesa di Santa Lucia, questo dato lo si desume dal messale redatto dal notaio Andrea da Bragazzo, il quale essendo guardiano della scuola, rogò molti altri atti per la confraternita; in quel periodo vice-guardiano della scuola era il milanese Giovanni da Marignano (oggi Melegnano),[1]che compare altre volte nei documenti della confraternita. E’ il Bragazzo che, assieme ai gastaldi, diede forma, attorno al 1476, al codice chiamato Corona contenente i documenti relativi al sodalizio a partire dal 1475 sino al 1773 ( oggi custodito all’Archivio di Stato di Padova).[2]

 

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 1/3

 

   Il sermo rusticus della scuola patavina

       coadiuvato da Luigi Cornaro                                                     

       (1484-1566)

      e da Marco Mantova Benavides

       (1489-1582).

 

 

Facciata dell oratorio di San Rocco in Padova

Facciata dell’oratorio di San Rocco in Padova.

 

Parabola storica ed espressione architettonica dell’Oratorio di San Rocco. 

Un po’ di storia    – parte prima –

In un tempo in cui gli stati europei ricercavano la propria identità nazionale, le città italiane combattevano ogni potere centralizzato per garantirsi una personale autonomia sia di fronte all’impero sia nei confronti dei limitrofi comuni, e inoltre cercavano di avvallare una certa individualità anche alle pretese di pertinenza dell’altro organo supremo del mondo medioevale, la Chiesa. In Padova l’autorità comunale agli inizi del secolo XIII rafforzava i propri legami con la chiesa Vescovile.[1]  Non bisogna dimenticare che “il rapporto città-vescovado”[2]  era strutturale per lo sviluppo del comune. La pieve o chiesa madre di Padova ossia la cattedrale dedicata a santa Maria[3] (dal secolo XVIII all’Assunta) era gestita da un arciprete che esercitava un ampio potere giurisdizionale sul proprio distretto provvedendo con i propri confratelli alla cura delle anime e ricevendo in cambio il pagamento di decime. Nel corpo di questo sistema sorsero delle cappelle, le quali progressivamente assunsero carattere e compiti parrocchiali, creando una propria circoscrizione e una propria comunità di fedeli, garantendo una capillare presenza religiosa nella comunità. Alla fine del secolo XIII vennero riconosciute come parrocchie. In un documento del 1308 Padova ne contava ben ventinove e tra esse vi compare Santa Lucia, la cui fondazione risale al 967. In queste cappelle si svolgeva la vita religiosa dei fedeli “dal Battesimo sino alla morte”[4]e, cosa più interessante, erano luoghi di “riunioni vicinali”[5] per la comunità che vi discuteva problemi di interesse comune non necessariamente di carattere religioso, ma che interessavano la quotidianità della vita, della contrada, la quale corrispondeva -nell’assetto amministrativo della città- alla parrocchia. Nel corso del secolo Tredicesimo la Chiesa fu spinta a un profondo ripensamento della propria presenza da una serie di fattori in atto in tutta Europa fin dal secolo XI: l’estensione delle terre coltivate, l’economia non più strettamente vincolata all’agricoltura, l’aumento dei traffici e la maggiore mobilità della popolazione. Le stesse città-comunali si trasformarono nel centro motore dell’organizzazione degli scambi per mezzo delle banche e delle compagnie commerciali. Il progressivo crescere della ricchezza nelle mani di un nuovo ceto di signori, i borghesi, ebbe come conseguenza l’aumento dei poveri. La Chiesa si lasciò interrogare dall’affiorare di nuovi problemi riguardanti questi mutamenti e affrontò anche la riflessione sulla rilassatezza dei propri costumi e sulla ricchezza delle proprie corti. Tutto ciò le impose un rinnovamento all’insegna della riscoperta del Vangelo. La riforma del clero si attuò dal basso, grazie all’impegno generoso dei laici, confluendo alla fine del secolo XIV nella devotio moderna diffusa tra laici e religiosi. Si moltiplicarono nel corso del Duecento gruppi di penitenza -memori dei primi gruppi di pauperisti (Catari, Valdesi, Umiliati)[6]  sorti tra secolo XI-XII- costituiti in fraternità o comunità miste di uomini e donne come gli Albi attivi in Padova. Per vivere evangelicamente questi formarono un’associazione religiosa di tipo laicale, una fratellanza non molto diversa da una comunità di religiosi

( il Black [7]  spiega che le fratellanze laiche non erano gestite dal clero, avevano una loro guida spirituale proveniente dagli ordini mendicanti e si avvalevano della presenza di un sacerdote in particolari occasioni come le festività o gli avvenimenti che coinvolgevano la vita della comunità).

 

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La chiesa di Santa Sofia in Padova. Le origini.

La misteriosa e provocante, così affascinante chiesa di Santa Sofia in Padova è riuscita a sollecitare la vivacità intellettuale di molti storici e critici dell’arte, per non parlare degli archeologi che per essa, così si suo dire, hanno perso la testa. Magnifica nella sua struttura romanica, ma con una storia assai più antica (affonda le sue radici nei primi secoli del cristianesimo); si fa risalire al periodo bizantino-longobardo. Essa, nonostante la veneranda età, ancora attrae gli sguardi curiosi dei passanti poiché è nata nel tempo presente di un passato ancora vivo.

Immagine tratta da: “Memorie architettoniche sui Principali edifici della città di Padova,” di Pietro Chevalier, 1831.

 

Dato che molti studiosi hanno proposto le loro tesi, spesso divergenti, senza giungere a un’unica soluzione, il Bellinati ha cercato, con discreta ragione, di comprendere l’antichità dell’opera architettonica. E’ stato per merito suo che si è rafforzata l’ipotesi che la chiesa di Santa Sofia fonda le sue radici nell’epoca bizantino-longobarda. Egli parte, per cercare la verità storica, da un conosciuto documento fatto redigere da Sinibaldo, vescovo di Padova; investitura che egli ha ottenuto da papa Pasquale II durante il Concilio di Guastalla (22 ottobre 1106), preposto in Padova il 15 marzo 1107, sino alla sua morte avvenuta nel 1125.

Nel rogito, dopo la consueta invocazione (invocatio) segue la data, il 19 febbraio del 1123. Diplomaticamente questo scritto si definisce una concessione (concessio), di fatto, dopo il prologo, narra (narratio) della difficile situazione economica in cui perduravano i chierici (clerici) di Santa Sofia, uno stato di povertà tanto da non potere completare la struttura architettonica della chiesa. [1] E’ significativo come il vescovo si sia preoccupato della situazione della fabbrica. L’abbandono in cui essa, la fabrica nova molis appariva è stato confermato dallo scavo archeologico del 1892, nel quale si rinvenne uno strato di terriccio (humus) nella zona absidale, ciò ci suggerisce che nell’arco di tempo in cui i lavori furono sospesi, poté crescere uno strato d’erba. Tale situazione venne registrata (Archivio della Curia Vescovile: Visitationes, t. 140) anche dalla relazione di monsignor Gaetano Roncato.[2]

Il documento in questione termina con una sanzione (sanctio) “nella quale vennero stabilite alcune obbligazioni per garantire l’osservanza dell’atto giuridico”,[3] tra le quali la richiesta di far diventare la comunità dei canonici seculares o chierici, una comunità di canonici regulares, per preservare la fede cattolica.

Nell’escatocollo (la parte conclusiva del documento notarile), sucessivamente alle firme dei testimoni, si trova l’attestazione di Ottolino: “Ego Otolinus domini Federici imperatoris notarius …[4] , come riferisce, notaio dell’imperatore Federico, con data 13 febbraio del 1196. Ottolino, quindi, copiò senza nulla modificare: “ … hoc exemplum ex autentico sumpsi et exemplavi, …”,[5] il testo originale. Affermazione pienamente attestata pure da Patavino, notaio vescovile, che ricopiò il medesimo atto notarile il 18 ottobre del 1205: “Ego patavinus sacri Palatii notarius hoc exemplum ex autentico sumptum iterum relevavi et exemplavi, …[6] (esiste anche una trascrizione ottocentesca del testo). [7]  Ebbene, il documento è tuttora custodito nell’Archivio della Biblioteca Vescovile di Padova.

 

 

La figura di Sinibaldo si inserisce nel periodo della lotta per le investiture tra papa Pasquale II e l’antipapa Clemente III, alleato dell’imperatore Enrico IV. Anche a Padova vi erano due vescovi, Sinibaldo eletto dal pontefice romano e Pietro IV, eletto dall’antipapa. A causa di quest’ultimo il vescovo Sinibaldo dovette fuggire dalla città per rifugiarsi dal marchese d’Este, tra il 1111 e il 1117. Nel territorio del marchese trovò rifugio nel monastero delle Carceri, dove vi erano i Portuensi.  Entrambi i vescovi erano rappresentanti di due importanti forze: Pietro IV raccoglieva attorno a sé gli alleati dell’imperatore Enrico V, dunque costituiva il partito filo imperiale, mentre Sinibaldo, eletto dal legittimo pontefice romano, esprimeva non solo gli interessi della Chiesa di Roma, bensì costituiva, con i suoi difensori, le prerogative del nascente Comune della città di Padova, che in quel periodo aveva finito la gestazione dal momento che è documentata la presenza dei Consoli sin dal 1138. E’ certamente un periodo importante poiché si avvia il fenomeno del superamento di un’economia esclusivamente agraria per lasciare spazio ad altre attività, quali l’artigianato e la mercatura. In questo contesto si comprende lo sviluppo demografico di Padova nel XI secolo, che da semplice villaggio agricolo si trasformava in un centro urbano. Il vescovo rimaneva l’autorità politica (feudale) e spirituale di Padova, ma ora doveva confrontarsi con le nuove forze nascenti che tra l’altro gli erano alleate, non solo per motivi religiosi ma, soprattutto, per sviluppare una chiara indipendenza nei confronti del potere imperiale. Poco tempo dopo, nella seconda metà del XII secolo scoppiò la lotta tra i comuni dell’Italia settentrionale contro l’imperatore Federico Barbarossa, che culminò con la battaglia di Legnano (1176) ,e con la pace di Costanza (1183). [8]

 

 

Sinibaldo, dunque, era tutto preso dal suo ideale di restaurazione cattolica soprattutto dopo l’esperienza dell’antecedente vescovo scismatico Milone; e, su questa scia, promuove nuove comunità religiose, riorganizza i chierici in comunità regolari (così appare nel documento della concessio di Santa Sofia), rilascia numerosi benefici alle comunità religiose tra cui quella di Santa Sofia, che allora (tunc) in suburbio civitatis Padue in nove molis erigebatur.[9]

“Interessante è anzitutto quel nove molis, che esige filologicamente ( secondo il Forcellini) la presenza di substructiones, cioè di grandi scavi per poderose fondamenta; il che include l’epoca della famosa «cripta», problema e cruccio di studiosi e architetti.”[10]

 

Come già annunciato sopra, Sinibaldo con il documento del 19 febbraio 1123, rinnova la concessione o cartula oblacionis a favore dei chierici di Santa Sofia, è costretto a rinnovare tali benefici per le seguenti ragioni, che lui stesso dichiara: primo per “la «distrazione» da parte dei canonici seculares di Santa Sofia del denaro raccolto nelle decime concesse e [secondo per] l’atteggiamento dei canonici della cattedrale, non del tutto persuasi di tale concessione”[11] (si tratta di quei canonici della cattedrale che erano responsabili di Santa Sofia).  Non c’è ragione di dubitare di ciò, quindi tanto meno di pensare che durante l’esilio forzato di Sinibaldo e di Bellino, arciprete della cattedrale, il vescovo scismatico Pietro IV, assieme ai canonici della cattedrale, impugnasse il documento.

Questo beneficio da dove proveniva?

Tale ricchezza proveniva da un privilegium che l’imperatore Enrico IV aveva elargito alla cattedrale di Santa Giustina e Maria in Padova il 29 giugno del 1090, i cui amministratori erano in Vescovo e il Capitolo dei canonici. Pertanto, Sinibaldo d’accordo con il Capitolo dei canonici, sin dal 1106/07 aveva predisposto che una parte delle decime appartenenti “ai canonici della cattedrale nel borgo di Santa Sofia,”[12] fossero donate alla comunità dei chierici di Santa Sofia, con lo scopo che completassero la costruzione della chiesa e, una volta terminata, le stesse decime fossero utilizzate a pro degli stessi per il loro sostentamento economico. Nel documento non sfugge la clausola del vescovo, ossia che la comunità dei chierici secolari dovessero diventare chierici regolari cogliendo la regola dei Portuensi, protetti dallo stesso Sinibaldo.

Andrea Mantegna, scomparto centrale del Polittico di santa Giustina (1453-1454), Pinacoteca di Brera.

Tramite un documento di livello, datato 29 luglio 1129, si apprende che la chiesa di Santa Sofia non era ancora stata ultimata. In tale testo si afferma che “Canone, sacerdote e ordinario della chiesa di Santa Sofia in Padova, dà a livello a Gunterio ….. un pezzo di terreno ….”.[13] Il documento notarile redatto in latino dice: … domnum Kononem, Dei gratia presbyterum et ordinarium ecclesie Sancte Sophie, que constructa est in suburbio civitatis Padue, …”[14] Canone viene menzionato come presbite (sacerdote) non come prior (superiore), ossia come uno degli ordinari di Santa Sofia; e per “ordinarium si deve intendere come canonico di una chiesa collegiata non regolare.”[15]

Dotto, “Padova circondata dalle muraglie vecchie” (da A. Portinari, Della felicità …, 1623). Immagine tratta da: Padova. Ritratto di una città, 1973, Fig. 11.

Molto più interessante l’espressione que costructa est, ciò significa che la chiesa è presente in loco, insomma, è logisticamente accertato che ivi vi era una struttura e non che sia stata conclusa la sua costruzione, se questo fosse vero il canonico Canone sarebbe stato definito prius.

Inoltre sia nel documento di Sinibaldo (19 febbraio 1123), sia nel rogiro notarile di Conone (29 luglio 1129), ci si riferisce a una zona periferica di Padova. Nel primo documento si parla di burgenses, nel secondo di suburbio, insomma esisteva da tempo remoto un burgus di Santa Sofia, che non sarebbe esistito se non vi fosse stata una chiesa ad attestarlo e da cui il borgo abbia preso il nome.

Il borgo di Santa Sofia era collocato a Est, fuori la cinta muraria medioevale, che correva attorno all’isola centrale, dove si trovava la cattedrale, come si può osservare dalla cartina del Portinari.

Dotto, “Padova circondata dalle muraglie vecchie” (da A. Portinari, Della felicità …, 1623). Immagine tratta da: Padova. Ritratto di una città, 1973, particolare della figura 11.

Esaminiamo ora il suburbio. Si deve constatare che nell’area orientale della città sin dal VI secolo, quindi in pieno periodo bizantino, c’erano chiese con intitolazione bizantina, si tratta non solo di Santa Sofia, ma anche di Santa Eufemia (di cui Gasparotto ha accertato l’esistenza), e di Santa Cristina (scomparsa). Questi titoli che si trovano nella medesima area orientale di Padova qualifica l’ipotesi che ivi si trovasse una colonia bizantina con un presidio militare  (VI secolo). Paolo Diacono nell’Historia Langobardorum (789), racconta che quando Agilulfo, re dei Longobardi (che cominciarono a occupare la Penisola nel 568, dopo che i bizantini vinsero i Goti), occupò Padova (602), allora  permise al presidio militare bizantino di ritirarsi incolume verso Ravenna,[16] e più tardi, nel 640, con l’approvazione del papa Giovanni IV, anche il vescovo di Padova abbandona la città che arianam sectam declinam e si rifugia in terra lagunare, come testimonia la Cronaca di Andrea Dandolo.[17] Infatti i Longobardi erano di fede ariana.

Oltretutto l’Ongarello (presunto storico padovano) nella sua Cronaca scrive che nella zona di Santa Sofia sorgeva “il palazzo di Vitaliano, re di Padova e padre di santa Giustina”[18] (santa Giustina venne martirizzata nel IV secolo, durante le persecuzioni di Diocleziano). Si tratta però di leggenda padovana, ma in fondo al racconto tradizionale può sussistere un sostrato di verità. Ora, Procopio di Cesarea, storico bizantino, narra della Guerra Gotica in Italia (535.553) e ricorda che, nel territorio veneto, vi era un dux chiamato Vitalio, sottoposto al comando di Belisario. Quel Vitalio “potrebbe essere divenuto il leggendario re Vitaliano, padre di santa Giustina.”[19] Di conseguenza non è improbabile che nella zona di Santa Sofia ci fosse un palazzo sede dell’autorità bizantina e, accanto ad esso sorgesse una cappella dedicata a Santa Sofia. Ma perché il presidio era stato costituito nella zona orientale della città al di fuori dell’isola principale dove si era dato origine al Municipium di Padova, ossia alla Padova Romana, attorno alla quale si svilupparono le ville  suburbane?

I canali scomparsi in Padova, tratto dal sito del Comitato delle Mura. Per bene comprendere la situazione della città di Padova in epoca romana è esaustivo il bel articolo di J. Bonetto e A. Zara, Patavium virtual tour. Una passeggiata virtuale nella Padova romana, in Padova e il suo territorio, pp. 11-14, numero 190, dicembre 2017. Nella stesso bimestrale gli articoli di: Pettenò e C. Rossi, La “borghesia” della Patavium liviana e la memoria di sé, pp. 15-22. Non mancano di interesse gli arti articoli.

Semplicemente perché era un luogo strategico dal punto di vista militare: controllando l’accesso a un corso d’acqua (il cosiddetto canale di Santa Sofia, meglio, il canale che univa i due rami del Meduacus, oggi Brenta),  permetteva la difesa della zona sud-est di Padova, area di difesa del territorio rimasto ai bizantini dopo l’invasione dei Longobardi, e garantiva una possibile e facile via di fuga.

Oltretutto si può dedurre che in epoca paleocristiana (secoli III-IV) la zona centrale della Padova romana rimanesse di pertinenza pagana, come accadde a Roma.

Tracciato dei canali di Padova. Il tratteggio evidenzia i canali che sono stati interrati o tombinati tra l’Ottocento e il Novecento.

“Nel 774 in Padova al dominio longobardo si sostituisce quello dei Franchi” (o carolingi).[20] In questa occasione il vescovo di Padova Tricidio, sostenuto dai nuovi dominatori, abbandonò il suo esilio lagunare per ritornare alla propria sede, ricostituendo la diocesi suddivisa dai longobardi, i quali ne avevano affidato gran parte delle terre al vescovo di Treviso.[21] Ora, i Longobardi non si erano opposti al cattolicesimo, e la fine della disputa (scisma ricapitolino) tra il vescovo del patriarcato di Aquileia, affiliato ai Longobardi, e il vescovo di Grado, politicamente legato ai bizantini, avrebbe sicuramente incentivato il ritorno del vescovo patavino, se nonché quest’ultimo per ritornare alla propria sede doveva riacquisire i diritti abbandonati e soprattutto recuperare le terre della diocesi concesse al collega di Trento. L’occasione gli venne dall’appoggio dei Franchi. In un diploma dell’ 855 Ludovico II ribadisce le concessioni elargite da suo nonno Carlo Magno e da suo padre Lotario al vescovo di Padova. Iniziò la lenta ma continua trasformazione della città, da piccolo villaggio agricolo (dopo la caduta dell’impero romano) a vivace centro urbano e, in fine, a Comune.

 

In seguito a questa “carrellata storica” si intuisce che il suburbio di Santa Sofia si era formato ben prima del Mille. A riprova di tale tesi viene in soccorso un documento custodito nell’Archivio della Curia Vescovile di Padova, si tratta dell’Ordinarium ecclesie patavine saec. XIII, E. 57, foglio 107, in cui si legge: Sciendum est quod feria secunda post pascha consuevit episcopus cum canonicis set scolaribus ire ad ecclesiam Sancti Sophie et quandoque  solus episcopus cum quibusdam sine processione.[22]

Si evince, dunque, che il Vescovo con il Capitolo della cattedrale e i chierici, il lunedì di Pasqua o lunedì dell’angelo ( in seguito la cerimonia sarà spostata al primo mercoledì dopo la Risurrezione), si recava in processione dalla Cattedrale alla chiesa di Santa Sofia, consuetudine che cessò di esistere nel 1866.[23]

Vogliamo ricordare che anche a Cividale, il lunedì di Pasqua, clero e popolo si recavano in processione al Monasterium maius (Monastero che racchiudeva il tempietto longobardo con all’interno le probabili sculture di santa Sofia e le sue tre figlie), fatto che non deve essere sottovalutato; si tratta di una coincidenza non casuale.[24]

La testimonianza sopra citata  può sciogliere il dilemma della presunta cattedralità di Santa Sofia. Ebbene anche a Venezia con una processione sino alla chiesa di Santa Sofia si solennizzava il martedì dopo Pasqua il titularis (la Divina Sapienza). Ma in Padova vi presenziava il vescovo, questo fatto accadeva e accade tutt’oggi per la chiesa di Santa Giustina (oggi festeggiata il sette ottobre) e per la chiesa di Sant’Antonio (il 13 giugno).

Si può, a questo punto, ipotizzare, con sicura certezza, che la solennità della chiesa di Santa Sofia fosse dovuta a una memoria storica; ossia, la chiesa in questione durante i periodi più difficili della storia di Padova, come ad esempio l’invasione degli Ungari (899), o il terremoto del 1117, avesse avuto la funzione di sostituire la Cattedrale danneggiata; infatti, i barbari avevano incendiato la cattedrale che venne nuovamente consacrata nel 1075, mentre il terremoto aveva rovinato diversi edifici. La chiesa di Santa Sofia venne scelta dal Vescovo e dal Capitolo non solo perché si presentava adatta alle funzioni liturgiche, ma anche per la sua vetustà. Nella leggenda di san Prosdocimo si considera la chiesa di Santa Sofia di fondazione prosdocimiana, il che la farebbe risalire al IV secolo, periodo di diffusione del cristianesimo nella regione. La chiesa è di fatto stata costruita sopra l’area di una villa suburbana d’età imperiale.

Ma questa è un’altra questione strettamente connessa alle ricerche archeologiche.

Ritornando al documento voluto dal vescovo Sinibaldo  constatiamo che i testimoni facevano parte del Capitolo della cattedrale. Tra i firmatari spicca la segnatura di s. Bellino, allora arciprete della cattedrale, che seguì Sinibaldo nel territorio guelfo del marchese d’Este, durante l’esilio causato dallo scismatico Pietro IV. Alla morte di Sinibaldo (17 ottobre 1125) venne eletto vescovo proprio san Bellino (morto il 26 novembre 1145), che proseguì la politica di restaurazione ecclesiastica del suo predecessore, reiterando la concessione di parte delle decime a Santa Sofia[25] (la chiesa non era ancora stata terminata).

“I nomi dei due notai ( Ottolino, 1196 e Patavino, 1205) ricorrono frequentemente nelle pergamene della Capitolare.”[26] Tramite loro si sono conservati numerosi atti notarili che hanno permesso di ricostruire le controversie e le dispute relative alla chiesa di Santa Sofia, sino al XIII secolo, dando informazioni anche sulla struttura in costruzione.

Un’altra importante fonte relativa alla chiesa è “il Libro bianco della Congregazione dei Parroci e Vicari di Padova.”[27] In esso si apprende un’altra singolare notizia, ossia che il “14 agosto 1170 fra i parroci che affidano la controversia dei quartesi [tributi, decime] a due preposti [sacerdoti] neoeletti c’è anche un prior di Santa Sofia. Dunque era stata già istaurata in Santa Sofia la regola dei Portuensi.”[28] Ora, siccome la regola dei Portuensi doveva essere accolta dai chierici di Santa Sofia quattro anni dopo che la chiesa fosse completata nella sua struttura, e il primo prior di cui se ne dà notizia risale al 1170, “era almeno dal 1165/1166 che la chiesa doveva risultare ultimata. Se inoltre ricordiamo la deposizione di Andrea Dominante, al processo del 1205 (cioè che la chiesa di Santa Sofia era ancora scoperta …) possediamo un terminus a quo (1145) [anno della morte di s. Bellino vescovo] e un terminus ad quem (1165/1166), entro i quali veniva ultimata la chiesa «sinibaldiana» di Santa Sofia; non certo «miloniana» [Milone fu il primo vescovo scismatico di Padova], ma piuttosto «oldericiana» (Olderico ultimo vescovo legittimo di Padova, in carica dal 1064 al 1083), per ovie ragioni storiche.”[29]

Esisteva, dunque, una chiesa di Santa Sofia prima del Mille, intorno ad un agglomerato di “case” che diede il nome al borgo.

Questa chiesa possedeva un ampio territorio agricolo, tanto che confinava con quello della cattedrale (i confini di tale possessione sono descritti nell’atto notarile di Sinibaldo);

Plausibilmente in epoca oldericiana (1064-1083) era stata fondata la nova molis di Santa Sofia, che muove Sinibaldo a un atto ci carità verso i chierici che la gestivano. Epoca in cui risale la cripta.

 

Ulteriore aiuto che avvalora l’ipotesi che la chiesa di Santa Sofia abbia origine bizantino-longobarda bisogna esamina l’etimologia dell’intitolazione, come ha fatto il Bellinati, dopo il Niero. A quale santa Sofia ci si riferisce? Poiché nella tradizione cristiana ve ne sono parecchie, delle quali tre sono le più popolari: santa Sofia vedova e martire con le sue tre figlie, santa Sofia vergine e l’intitolazione dotta di Agía Sophia.

Ora, l’unica basilica del mondo bizantino conosciuta da tutti dedicata a santa Sofia rimane l’omonima di Costantinopoli (Istambul), fatta erigere da Costantino e ultimata dal figlio Costanzo nel 360. Accanto a Santa Sofia sorgeva la basilica di Sant’Irene, in essa conglomerata o annessa. I sinassari (o menologio della chiesa orientale comparabile al martirologio della chiesa romana), testi agiografici, celebravano le due sante rispettivamente il 17/18 settembre. Nello stesso giorno, i sinassari bizantini commemorano “Santa Sofia e le sue figlie: Fede (Fides, Chinia, Pistis), Speranza (Spes, Irene), Carità (Charitas, Agape).”[30]

Icona raffigurante santa Sofia con le sue tre figlie. Russia, Novgorod, Galleria Trej’akov, Mosca.

Esaustivo il fatto che, il 15 febbraio del 360,  l’imperatore Costanzo, per consacrare la basilica di Santa Sofia, fece chiamare  Eudossio, vescovo ariano. E’ logico pensare che la basilica completata da Costanzo non fosse stata inizialmente dedicata ad Aghía Sophia, bensì a santa Sofia vedova con le sue tre figlie, martirizzate nel II secolo; gli storici contemporanei della prima fondazione, come Socrates e Idace, parlarono di santa Sofia vedova e martire, non accennano in alcun modo alla Sapienza Divina

Solamente in epoca giustinianea (secolo VI) gli storici iniziarono a parlare non più di santa Sofia bensì di Agía Sophia, attribuendo alla rifondazione giustinianea il Titulus dotto. Questo è attestato anche dalla scelta di una nuova data di dedicazione successiva alle distruzioni della basilica, rispettivamente il 24 dicembre 537 e il 24 dicembre del 562. Il 24 dicembre “è riferibile al Natalis Domini, cioè al Figlio di Dio, fatto uomo: Gesù Cristo.”[31]

Padova dipendeva (suffraganea) dalla diocesi metropolita di Aquileia. Non è un caso -come accennato in precedenza- che nel tempietto di Cividale, opera longobarda, si sia celebrata “santa Sofia martire, insieme con le figlie. Nello stesso tempietto un affresco del secolo XIII le ricorda ancora insieme.”[32]

E’ significativo come nell’area aquileiese si mantenne più allungo il titolo di santa Sofia, rispetto alla stessa area gradense-veneziana. Questo può ricondurre al dominio bizantino-longobardo in Italia, e più propriamente al dominio longobardo.

In Padova esisteva già un burnus di Santa Sofia prima del 1106, antecedente alla nuova costruzione, di conseguenza non si può asserire che la dedicazione iniziale fosse quella di Agía Sophia. Non si sa molto sulla dedicazione della chiesa padovana di Santa Sofia. A questo proposito ci viene in aiuto il Passionario di Monselice (opera di un istruito monaco, datata al XII secolo)[33] in cui si narra che san Prosdocimo “avrebbe dedicato il tempio da lui fondato in honore Domini Nostri Ihesu Christie et Sancte Sophie.”[34] Certo il commento del monaco sembra acconsentire ad una interpretazione sapienziale della dedicazione in Agía Sophia, ma è anche vero che tale commento potrebbe essere derivato dalla sola conoscenza dell’intitolazione della basilica giustinianea.

Erudita “è la dizione dell’Ordinarium saeculi XIII redatto nell’ambito del Capitolo dei canonici padovani, dov’è ricordata la processione solenne, con la presenza del vescovo, sino alla chiesa di Santa Sofia, intesa come Verbo Divino e non la martire.

Nonostante ciò “è significativo che nell’area veneta i cinque tituli di altrettante chiese parrocchiali esaminati da Niero”[35] non esprimano una dipendenza costantinopolitana del VI secolo, ma presuppongano “una derivazione continentale, se non proprio longobarda,”[36] e questo è importantissimo per individuare l’origine delle chiese dedicata e alla santa martire e vedova in area veneto-lombarda. E’ ormai evidente come il culto di santa Sofia abbia preceduto quello “dotto” di Agía Sophia (come per Santa Sofia in Venezia, datata 1020), e si sia mantenuto vivo per mezzo del dominio longobardo. Di ciò è testimonianza che, fra l’831 e l’845 nella diocesi di Verona, presso la chiesa non parrocchiale di Santa Sofia vicino a Floriano in Valpolicella, fosse ancora vivo il culto della santa. [37]

La stessa cosa deve essere accaduta anche a Padova, governata dai Longobardi dal 602 al 774. La santa vedova era venerata nell’area aquileiese in età longobarda e agli inizi dell’età carolingia, questo attesta la derivazione continentale del culto e una stretta dipendenza di queste aree non proprio con bisanzio, dove il culto di Agía Sophia  si propagò sin dal secolo VI, ma con Milano e Roma.

 

Facciata della chiesa di Santa Sofia in Padova.

Chiesa di S. Sofia in Padova, particolare della facciata.

 

 

 

[1]  Una situazione che già agli inizi del XV secolo era completamente mutata (per approfondimenti: Bellinati, 1982, p. 16, nota 10).

[2]  Bellinati, 1982, p. 16, nota 11.

[3]  Bellinati, 1982, p 16.

[4]  Bellinati, p. 34-35.

[5]  Ibidem.

[6]  Ibidem.

[7]  Bellinati, 1982, p. 17, nota 12.

[8]  Lorenzoni, 1975, pp. 62 e ss.

[9]  Bellinati, 1982, p. 18; p. 34.

[10]  Bellinati, 1982, p. 18.

[11]  Ibidem.

[12]  Ibidem.

[13]  Bellinati, 1982, p. 19, note 26-29.

[14]  Bellinati, 1982, 19.

[15]  Ibidem.

[16]  Lorenzoni, 1973, p. 50.

[17]  Lorenzoni, 1973, p. 50, note 5-6.

[18]  Lorenzoni, 1973, p. 55.

[19]  Lorenzoni, 1973, p. 56, nota 24. Questa tesi, come riferisce il Lorenzoni, fu suggerita da p. Giustino Prevedello O.S.B. .

[20]  Lorenzoni, 1973, p. 57.

[21]  Per chiarimenti si veda Lorenzonoi, 1973, pp. 57-58.

[22]  Bellinati, 1982, p. 20, nota 35.

[23]  Ibidem.

[24]  Ibidem.

[25]  Bellinati, 1982, p. 22.

[26]  Ibidem.

[27]  Ibidem, nota 49.

[28]  Bellinati, 1982, p. 22.

[29]  Bellinati, 1982, p. 22-23, nota 52.

[30]  Bellinati, 1982, p. 24.

[31]  Bellori, 1982, pp. 24-25.

[32]  Ibidem.

[33]  Bellinati, 1982, p. 25, nota 64. Per ciò che concerne la questione sopracitata i fogli esaminati sono stati attribuiti dal Pagnin al secolo XII.

[34]  Bellinati, 1982, p. 25.

[35]  Bellinati, 1982, pp. 24-26.

[36]  Ibidem.

[37]  Bellinati, 1982, p. 26.

 

Bibliografia: La chiesa di Santa Sofia in Padova, Bertoncello artigrafiche, 1982, Padova; Padova. Ritratto di una città, Neri Pozza Editore, volume I, 1973, Vicenza; Padova. Basiliche e chiese, parte prima, Neri Pozza Editore, 1975.      C. Gasparotto, La chiesa di Santa Sofia di Padova. Il sito e l’origine, Estratto dal Bollettino del Museo civico di Padova. Annata L, n. 1, 1961.

La Basilica di Sant’Antonio in Padova.

La basilica del Santo. Lo scheletro architettonico.

Il santuario fu eretto per onorare le spoglie mortali di sant’Antonio (1195-1231). I lavori iniziarono nel 1232 e si conclusero nella struttura in muratura nel 1338, proseguendo con aggiunte ed altri interventi sino al XVII secolo.  La basilica presenta uno stile composito. Infatti mantiene i caratteri del romanico ma comprende degli elementi che rinviano al gotico d’Oltralpe, ed è memore della matrice bizantina importata dalla vicina Venezia.

La facciata è a capanna semplice di derivazione romanica; la copertura a due spioventi è impreziosita dagli archetti pensili del Romanico lombardo (derivati dall’architettura tardo imperiale), coronata da un campanile cilindrico (elemento orientale) terminato con cuspide, che prolunga il vertice del timpano. L’alzato frontale è marcato da una loggetta con camminamento a due piani, che lo spartisce orizzontalmente staccando il timpano con rosone centrale affiancato da bifore dalla sezione inferiore ritmata simmetricamente da archi a sesto acuto rientranti, che inquadrano il portale centrale e le due porte alle estremità laterali del muro di facciata. La plasticità dell’insieme è data dal rientro delle ogive, dalle cornici bianche degli elementi architettonici, e dall’ampiezza degli archiacuti esterni rispetto a quelli  più stretti in prossimità del portale principale incastonato da lesene che sorreggono un arco a tutto sesto sopra il quale s’apre una nicchia con la statua del santo patrono; nell’interno delle cornici architettoniche  le strette aperture a strombo, di diversa lunghezza.

 

La fronte tradisce la spartizione a tre navate dell’interno. Le navatelle meno ampie della centrale corrispondono ai due archi esterni. Sempre all’esterno si possono ammirare i costoloni incassati nei muri perimetrali derivati dal gotico francese così come gli archi a ogiva e il rosone.

 

La basilica raffigurata nel 1838 da Rudolf von Alt.

 

 

 

Planimetria della Basilica del Santo

 

La planimetria è una vera sorpresa per un romanico-gotico di matrice veneta. La pianta è impostata su una particolare centralità che nelle tangenti del transetto converge al corpo longitudinale, tuttavia la croce, per l’allungamento della nave, è latina. Sei sono le cupole emisferiche che s’appoggiano ad alti tamburi sorretti dai pilastri, la settima cupola si schiude a corolla sopra il coro. Le navate laterali (quelle sul lato nord cubiche, quelle sul lato sud poligonali) sono coperte da volte a crociera. In testa la basilica si conclude con l’abside semicircolare del coro, attorniata dal deambulatorio coronato da cappelle a raggiera, anche questi elementi sono coperti da volte ogivali a crociera. Nel transetto, nella zona presbiterale e nel deambulatorio la copertura delle volte si presenta più slanciata rispetto alle prime quattro campate del corpo longitudinale (nave). Questo perché la costruzione si prolungò per un po’ più di un secolo.

Le spoglie di sant’Antonio furono traslate dal convento francescano dell’Arcella, luogo limitrofo alla città, al piccolo convento dei Minori ubicato, all’epoca, fuori la cinta muraria, il giorno stesso dei funerali, ossia il 13 giugno del 1231. La Basilica ovviamente, ancora non esisteva, in loco vi era un oratorio, adiacente al convento dei minori, intitolato a Santa Maria Mater Domini. Questa informazione ci è pervenuta tramite l’Assidua o Vita prima dedicata al Santo, in cui è scritto: … beatissimi Antonii corpus in ecclesia sancte Dei genitricis Mariie honorifice conditum est.[1] Questa struttura, con abside ad est, era costituita da legno e canne, materiali consueti all’epoca. Questa sorta di capanna consacrata, che gli studi hanno collocato nell’attuale chiostro del Paradiso, dove vi era un giardino frutteto dell’antico convento, fu meta, sin dalla collocazione delle spoglie di Antonio,  del pellegrinaggio di popolo. Topograficamente la zona occupata dalla prima urna di pietra del Santo è attualmente ascrivibile nell’area della cappella della Madonna Mora: ove il Bettini, con ovvia cognizione, indica lo spazio coincidente dedicato dalla cappella del beato Luca Belludi[2] (attualmente cappella dei SS. Filippo, Giacomo e del beato L. Belludi).

La canonizzazione di sant’Antonio avvenne il 30 maggio del 1232. In quel tempo, giustamente, si pensò di ampliare la cappella chiaramente inadeguata per le attività religiose attinenti al culto e al flusso continuo dei pellegrini. Il fatto di un possibile miglioramento della costruzione si desume dal Ordinarius della Chiesa padovana, datato tra il 1235 e il 1238, oggi custodito nella Biblioteca Capitolare. Nel prezioso manoscritto la chiesa contenente le spoglie del Taumaturgo è menzionata come ecclesiam …  beate Marie Matris Domini et beati Antoni.[3] La doppia denominazione indica che la chiesetta, oramai in muratura (ante 1238 circa-post 1251 circa), accoglieva l’arca del Santo. Nello stesso periodo ottimizzarono le strutture del convento dei Minori, adibendo a luogo di sepoltura il sagrato presso la chiesa.

 

 

La struttura muraria della cappella della Madonna Mora è ascrivibile tra il 1238 e il 1251; i muri della cappella attigua sono databili al 1256-1563 (1383), essi includevano l’antico oratorio dedicato a Santa Maria Mater Domini, dove era stata inizialmente deposta l’urna in pietra del povero Antonio.

 

Il 20 giugno del 1256, anno della cacciata di Ezzelino da Romano e conseguentemente della fine della tirannia, la revisione della chiesa di Santa Maria Mater Domini e del convento adiacente si doveva ritenere conclusa.

Nella redazione del Codice Carrarese si evince che nel 1257 il podestà Marco Querini emanò delle norme sull’organizzazione pubblica della festa di sant’Antonio confessore. Al testo è stato aggiunto uno statuto “relativo alle pubbliche processioni nell’occasione dell’ottava di Sant’Antonio.”[4] Il corteo non solo prefigurava la festività al santo taumaturgo, ma implicava pure la liberazione dalla tirannia di Ezzelino, avvenuta grazie all’intercessione del Santo. Di fatto “le preghiere risultano indirizzate ad honorem Dei et beate Marie virginis et omnium sanctorum et beati Prosdocimi et Justine et Antonii confessoris.[5]

Sant’Antonio, dunque, è menzionato accanto ai patroni protomartiri della città, di conseguenza la processione guidata verso la chiesa contenente le spoglie dell’oramai pater Padua, implica che la struttura doveva, a ragion veduta, essere stata ulteriormente ampliata, se non in via di ulteriore accrescimento.

L’ipotesi è confortata da una bolla papale di Alessandro IV datata il 17 luglio del 1256, nella quale il pontefice “offriva indulgenza a chi avesse erogato pias elemosinas et gratas caritatis subsidia a beneficio [della chiesa che i frati minori di Padova]  … ceperunt construere.[6] Dalla bolla di Alessandro IV si comprende che solo allora si iniziava a mettere mano alla struttura della chiesa.

L’otto aprile del 1263, alla presenza di Bonaventura di Bagnorea, Generale dell’Ordine, le spoglie di sant’Antonio, in seguito alla prima ricognizione che scoprì la lingua incorrotta, vennero traslate in un’arca di marmo verde poggiante su quattro colonne. Non è ancora stato ben chiarito se l’ara sia rimasta entro la chiesa di Santa Maria Mater Domini, come si potrebbe presupporre dalla Cronaca di  Rolandino, oppure sia stata a detta del Gloria (1869) ospitata nell’adiacente struttura, ampliata per adeguarla alle nuove esigenze devozionali e liturgiche. Ma con ogni probabilità, ultimata la chiesa intermedia (1263 circa), l’arca del Santo venne collocata nella sporgenza del transetto di una seconda chiesa a croce latina (purtroppo solo sondaggi e scavi potrebbero avvallare tale ipotesi).

Ritornando alla planimetria del tempio s’individua l’anomalia prodotta dalla sporgenza esterna della cappella Belludi, che il Bettini aveva palesemente chiarito poiché dovuta all’inclusione della stessa “nell’assetto realizzato tra il 1256 circa e il 1263 circa, come ‘calcidico sinistro del transetto’.”[7] L’assetto di cui si parla sono i muri dell’attuale area della Cappella dell’Arca, che è da indentificarsi come il transetto della seconda basilica.

 

Basilica del Santo, veduta tra  Piazzale del Santo e via M. Cesarotti.

Due anni dopo l’inaugurazione solenne della nuova chiesa dei Minori, nel 1265 il podestà Lorenzo Tiepolo, per sua decisione e … ad honorem omnipotentis Dei et beate Marie Virginis seu beati Antonii confessoris, dare … expendere annuatim quatuor mille librarum, que debeant expendi in ecclesia et laborerio ecclesia tantum beati patris sancti Antonii hedificanda et refficenda, donec refecta fuerit et completa.[8]

Inequivocabilmente si tratta della decisione di avviare una costruzione ex novo che, evidentemente, non garantiva solo un omaggio a Dio, alla Vergine e al santo patrono della città, ma includeva anche una palese mossa politica. Il Comune di Padova, all’indomani della fine della tirannide di Ezzelino III da Romano, cercava di avvallare le sue prerogative politiche ed economiche nei confronti degli organi ecclesiastici secolari, palesi nell’intervento pontificio di Alessandro IV, ma ancor più espliciti nella crociata pontificia contro Ezzelino. La scelta di affidare ai frati Minori, che si erano dimostrati garanti della pace cittadina, garantiva alla coscienza civica una certa flessibilità amministrativa, tutelata da Sant’Antonio che aveva permesso la vittoria sulla tirannide ed era divenuto oramai pater Padua.

 

Il progetto, sotto la tutela del Comune, fu avviato nel 1268. Di fatto, la Basilica non è mai stata proprietà dei frati Minori; fino al 1929 rimase possesso del Comune di Padova che la gestiva attraverso un ente, la Veneranda Arca di Sant’Antonio. L’undici febbraio 1929, con i Patti Lateranensi, la proprietà passo sotto la tutela della Santa Sede, ma la Veneranda Arca del Santo rimase attiva quale organo deputato alla manutenzione del santuario. Grazie ad essa, durante la dominazione napoleonica, la chiesa si salvò dall’esproprio in quanto ritenuta proprietà del Comune.[9]

 

Planimetria della chiesa di Sant’Antonio. Padova.

Allo scadere dell’ultimo decennio del XIII secolo si ha un mutamento di rotta. Il progetto iniziale seguì una trasformazione che diede inizio alla struttura definitiva del “tempio-mausoleo”[10] e del complesso conventuale dei Minori.

Il 14 giugno del 1310 si decise di traslare l’ara del Santo sotto la cupola dell’Angelo, nel centro d’incontro delle tangenziali del transetto con il corpo longitudinale; all’esterno la copertura della cupola si presenta conica con al vertice la statua dell’angelo annunciante. Giovanni da Nono nella sua Visio (1330-1350) informa che sepultura beati Antonii confessoris ordinabitur ex lapidibus porphereticis que sub tercia revolucione ponetur [11]; e ancora in un rogito datato 22 giugno 1346 si legge che sull’arca del Santo si poteva “celebrare la messa: altare quod est super sepulcrum eiusdam sancti; altare quod est supra dictum sepulcrum.[12]

Questa variazione si spiega esaminando una pastorale di Manfredo, vescovo di Ceneda, nella quale allude a tale avvenimento giustificandolo propter variam et immensam mutationem ecclesie.[13] Il cospicuo contributo di denaro stanziato tre anni prima dal Comune di Padova per ordine del podestà Ongaro degli Oddi è relazionato alla traslatio corporis del Santo. Si voleva esaltare la figura del santo che aveva permesso la renovatio urbis patavina, il recupero della gloria civile che si rendeva visibile con la trasformazione del volto urbano della città. Padova non aveva mai avuto un periodo così florido.

I quatuor milia denariorum parvorum[14] stanziati dal Comune permisero un intervento straordinario sul progetto architettonico.

Atti testamentari -e non solo- riapparsi tramite i ricercatori[15] permettono di capire “che, allo scocar dell’ultimo decennio del ’200,”[16] il programma della basilica fosse quasi completato, quando fa la sua comparsa fra’ Jacopo da Pola in qualità di sovrintendente nel 1293. L’episodio non è trascurabile se si riflette sui “problemi statici che l’inserzione delle cupole imponeva e il ruolo che il Minore ebbe nello staff di fra’ Giovanni degli Eremitani,”[17] noto architetto, autore, tra le molte sue realizzazioni, della copertura del Palazzo della Ragione e dell’edificazione della Loggia del Biave.

La chiesa intermedia, come sopradetto,  non era stata del tutto terminata, dunque, in parte venne assimilata e in parte distrutta per permettere la realizzazione del nuovo alzato che prevedeva la copertura con cupole. Gli attributi variam  e immensam sono da imputarsi alle sette cupole che nel progetto originario non erano  state previste.

Basilica del Santo, Padova. Cupola della zona presbiterale.

Confortano questa tesi le strutture stesse della basilica. Le cupole sono elementi che vengono utilizzati per strutture centralizzate, mentre la nave a sviluppo longitudinale tradisce il fatto che le semisferiche sono state introdotte successivamente.  Tuttavia il risultato ottenuto è di un armonico equilibrio strutturale.

                                    Basilica di San Marco, Venezia.

Altro indizio che evidenzia un mutamento del piano originario è “l’adiacenza tangenziale delle campate concluse da cupola, senza[18] il consueto intervallo dei voltoni a imbotte ben evidenti nella pianta accentrata di San Marco a Venezia; inoltre le cupole del Santo sono intervallate dall’esile spessore “degli arconi voltati sui pilastrini delle campate stesse”.[19]

Osservando la planimetria dell’edificio si scopre la sua naturale inclinazione allo sviluppo longitudinale, che la voleva conclusa con una copertura a volte, mentre quell’adiacenza di cupole permise uno sviluppo verticale giocato sui tamburi, poggianti sui pennacchi, sperimentando la nuova soluzione. E’ stato poi rilevato lo spessore dello zoccolo o muratura di base rispetto allo spessore ridotto dei tamburi e delle cupole. “L’interno inferiore della chiesa -lo zoccolo- rivela la sorpresa, nella navata centrale, di un arresto di quelle nervature e presenti come esili colonnine addossate agli spigoli dei pilastroni, che le diramano, improvvisa al livello dell’innesto dei pennacchi dei tamburi: ora, le colonnine corrispondono a quelle che liberano le nervature nelle minori campate laterali, e dall’altra la troncatura”[20] non trova riscontro in altri cantieri coevi, e dichiara l’inutilità sia decorativa, sia strutturale di questi elementi architettonici. Allora, si deduce che la chiesa del Santo non era stata ancora finita nel suo involucro strutturale, tanto che permise questo innesto a cupole in luogo delle volte acute a crociera; l’esempio si riscontra a Bologna nella Chiesa di San Francesco (1236-1251/1263), tipica costruzione francescana, così come doveva delinearsi in Sant’Antonio a Padova.

 

   San Francesco, Bologna.

Nella planimetria della chiesa di San Francesco a Bologna si riscontra lo stesso deambulatorio  a cappelle radiali che si ritrova nella Basilica del Santo a Padova. L’elemento conosciuto sin dall’antichità, che ritornò nelle chiese del primo periodo o paleocristiane e bizantine, e in seguito diffuso tramite l’architettura cluniacense. Il deambulatorio ha la funzione di incanalare il flusso di pellegrini in un percorso spirituale avvicinandoli all’oggetto sacro.

Altra traccia del mutato piano originale è la presenza del ballatoio ricavato dallo spessore dei muri perimetrali la navata maggiore, procedendo sopra i pilastri minori “che intervallano gli arconi.”[21]

Contemporaneamente con la costruzione delle cupole e di seguito al 1310 si prosegue con la decorazione esterna e le torri campanarie cilindriche.

               San Francesco, planimetria. Bologna

L’otto febbraio del 1350 ci fu una seconda ricognizione delle spoglie di sant’Antonio, in presenza del legato pontificio Guido da Boulogne. Nella cronaca del Cortusi e dalle parole del Petrarca, testimone presente all’avvenimento, sappiamo che i resti mortali del santo furono collocati in una cassa d’argento e traslati dove a tutt’oggi sono custoditi e dove, nel 1310, erano stati tolti per essere collocati nel centro del transetto.

Non bisogna dimenticare che il 25 luglio del 1318 il comune diede pieni poteri a Giacomo da Carrara che instaurò la Signoria carrarese in Padova;[22] quest’ultimo concesse una fruttuosa rendita alla basilica antoniana; infatti i De’ Carrara avevano dato in lascito ai Minori, più di tremila ettari di terriero, ossia la gastaldia di Anguillara, che nei secoli divennero la rendita che ha permesso di arricchire di opere d’arte e di conservare la Basilica.[23]

La cappella oggi intitolata ai SS Filippo e Giacomo e al beato Luca Belludi fu de novo costructa dai fratelli Naimerio e Manfredino de’ Conti, che ne terminarono i lavori nel 1382.[24]

Lo schema planimetrico della basilica venne nuovamente alterato tra il dicembre del 1456 e il febbraio del 1458, quando venne realizzata la cappella di San Bernardino, per ospitare le spoglie di Giovanni Narni e di suo figlio. Questo loco, nel 1651, “in seguito al trasporto del coro dal presbiterio all’abside”[25] sarà trasformato nella Cappella del Santissimo.

L’ultimo imponente mutamento alla struttura del Santuario avvenne a partire da 1960, quando, su progetto di Filippo Parodi, venne realizzato il Santuario delle Reliquie,[26] aperta sulla cappella centrale del deambulatorio, che ha funzione di corridoio d’ingresso alla struttura circolare che accoglie i pellegrini.

 

 

Bibliografia: Padova. Basiliche e Chiese, parte prima, a cura di Claudio Bellinati e Lionello Pupi. Neri Pozza editore, Vicenza 1975, pp. 169-197; documentario TV2000, 24 febbraio 2014;  Carlo Bertelli, Giulio Briganti, Antonio Giuliano, Storia dell’arte italiana, volume II. Electa/ Bruno Mondadori, Milano 1986.

[1]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 170.

[2]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 171.

[3]   Bellinati, Puppi, 1975, p. 172-173; p. 189.

[4]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 174.

[5]  Ibidem.

[6]  Ibidem.

[7]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 177; p. 189.

[8]  Bellinati, Puppi, 1975, pp. 178-179.

[9]   Leopoldo Saracini, TV2000, pubblicato il 24 feb 2014.

[10]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 186.

[11]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 175.

[12]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 181.

[13]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 180.

[14]  Ibidem.

[15]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 182.

[16]  Ibidem.

[17]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 183.

[18]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 181.

[19]  Ibidem.

[20]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 182.

[21]  Ibidem.

[22]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 188-189.

[23]  Leopoldo Saracini, TV2000, pubblicato il 24 feb 2014.

[24] Bellinati, Puppi, 1975, p. 190.

[25]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 192, nota 88.

[26]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 193.