Dall’oratorio di San Rocco ad altri luoghi della città. 3/4

 

Un pittore per Santa Sofia e il depentore anonimo.

Entro il 1528 lo spazio del piccolo coro doveva contenere ben quattro riquadri ad affresco: due certi del Tessari e uno solo di Stefano, che sin dall’inizio del medesimo anno era impegnato nella decorazione della cappella di San Tommaso Albignasego di proprietà della famiglia Obizzi.

 

Stefano Dall Arzere, Incredulita di san Tommaso

Stefano Dall’Arzere, Incredulità di san Tommaso, Cappella della chiesa di San Tommaso Albignasego, Padova.

 

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Dall’oratorio di San Rocco ad altri luoghi della città. 2/4

 

Stefano Dall’Arzere

 

Stefano Dall Arzere Compianto di san Rocco

Stefano Dall’Arzere, Compianto di san Rocco (1527), oratorio di San Rocco, Padova.

 

Nell’oratorio di San Rocco, contemporaneamente al Tessari, lavorava il giovane Stefano Dall’Arzere impegnato sul muro sinistro a fianco dell’altare con l’affresco il Compianto di san Rocco.

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Dall’oratorio di San Rocco ad altri luoghi della città. 1/4

 

Attraverso gli affreschi dell’oratorio di San Rocco, ripercorrendo l’operato dei pittori padovani del secolo XVI, si scopriranno altri luoghi noti della città antenorea ed altri che sono rimasti “nascosti” al pubblico, perché poco considerati. Ma in realtà anche questi siti raccontano la vita e tramandano la storia della città di Padova. Vi invito a scoprirne i significati e, per così dire, i misteri svelati.

 

 

Una questione controversa: l’attribuzione.

 

Nell’oratorio lavorarono diversi autori, oggi possiamo riconoscerne con certezza quattro: Girolamo Tessari, Stefano Dall’Arzere, Gualtiero Padovano e lo scultore Tiziano Minio, che sarà argomentato in seguito. Questo odierno riconoscimento collima con le antiche testimonianze che descrivono Padova e i suoi monumenti, ad esempio: Pietro Selvatico (1803-1888), nella sua Guida di Padova (1842, p.246), attribuì gli affreschi della parete occidentale ad artefici circoscritti alla scuola tizianesca, e non è inverosimile che siano opera di Gualtieri”-dice- mentre nei due ai lati dell’altare “si scorgono invece le maniere di Domenico Campagnola,”cui attribuisce anche il fregio a grisaille e i ritratti a mezzo busto dei due santi titolari dell’oratorio. Il Selvatico ha ribadito ciò che Gianantonio Moschini nella sua Guida per la città di Padova (1817, p.140), aveva detto reiterando a sua volta Pietro Brandolese (1754-1809) di Pitture, sculture, architetture ed altre cose notabili di Padova (1795), e Giovan Battista Rossetti di Descrizione delle pitture, sculture ed architetture di Padova (1780, p.254). Quest’ultimo ‘illuminato’ testimonia che: tutta questa chiesa è dipinta a fresco: parte di esse sono di Domenico Campagnola; ed è pure di lui il fregio di chiaroscuro tutto all’intorno di essa chiesa, con fanciulli, leoni, fogliami, ecc. Ma il Rossetti introduce Stefano Dall’Arzere quale autore del Transito di san Rocco, estrapolando tale informazione dal diario giornaliero, ossia le Effemeridi di Padova (1638) del notaio Antonio Monterosso (1617-1672), questi nonostante attribuisca “al Campagnola l’intero ciclo delle storie di san Rocco, …, fa eccezione per il Compianto o Transito, come dicevano allora, che afferma essere di Stefano Dall’Arzere.”[1] Tale testimonianza non può essere elusa: “mentre sulle altre opere del ciclo, di mano di Gualtiero e di altri che continuano a restarci anonimi, è sbiadita un po’ alla volta la memoria della loro paternità e a distanza di un secolo esse passano dal nome generico del Campagnola, sul Compianto soltanto è rimasto impresso il ricordo di una vicenda unica e distinta, di una individualità inconfondibile; non vedo davvero come il Monterosso in queste circostanze potesse pronunciare il nome di Stefano se tale nome non fosse rimasto legato all’affresco come una sorta di firma da una forte tradizione orale.”[2]Stefano dall’Arzere, dunque, alla fine del secondo decennio, lavorò nell’oratorio. Gli affreschi che decorano l’angolo nord-est, in passato erano stati attribuiti a Domenico Campagnola, eppure, come afferma con certezza il Ballarin, che riferisce la sua analisi alla Preghiera dei genitori, e alla Nascita di Rocco: “i modi sono quelli di Girolamo dal Santo.”[3]

 

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L’oratorio di San Rocco – affreschi e agiografia – 1/1

 

Le quattordici scene della vita di san Rocco a confronto con l’agiografia  

 

Tra le agiografie che narrano del santo pellegrino, la più conosciuta e probabilmente la più antica è quella del giurista e umanista Francesco Diedo, insignito del governatorato di Brescia e morto podestà a Verona nel 1484. Il capitano scrisse l’agiografia a Salò, mentre cercava riparo dall’infuriare della peste o di una non meglio identificata malattia epidermica che opprimeva la regione. Scritta in lingua latina e tradotta in italiano col titolo di Vita sancti Rocho venne edita a Milano dopo il I giugno 1479 dall’editore Simon Magniacus,[1]in entrambe le lingue.[2]

 

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L’oratorio di San Rocco – premessa agli affreschi – 1/1

 

Uno spazio altro nella tradizione veneta.

 

Salendo i gradini dell’oratorio, il visitatore viene invitato a oltrepassare le colonne del portale d’ingresso per accedere a un ambiente che ci rimanda alla Padova rinascimentale, in un altro spazio, in un’altra storia. Avvolto nella penombra, lo sguardo è subito catturato dal punto di fuga delle direttrici spaziali, ossia l’altare dov’è raffigurata in una tela la Vergine col Bambino fra i santi, Rocco e Lucia con un prelato, che il Moschetti ha voluto individuare come il donatore, in realtà pare si tratti di san Carlo Borromeo, come aveva a suo tempo detto il Rossetti, seguito da altri scrittori.[1]

 

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 3/3

 

Un po’ di storia 

L’oratorio di San Rocco, costruito in diversi momenti, subì un accurato restauro nelle varie sue parti, specie nei muri più antichi, detti “a casella”[1]-cioè formati da due pareti parallele di centimetri 15 di spessore riempite di circa di centimetri 20 di brecciame vario legato con malta magra. Nella parete est, si formarono dei vuoti interni dovuti alla corrosione di questa malta, causati dagli insetti e vari animaletti che lì avevano allestito le proprie tane e il cui lavoro secolare aveva progressivamente deteriorato e ridotto in polvere lo spessore interno del muro, minacciando la parete esterna.

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 2/3

 

sermo rusticus della scuola patavina

 

Un po’ di storia    -parte seconda-

 

Il 6 giugno 1468, la confraternita dei Santi Rocco e Lucia, in Padova, riceve in donazione dall’erede della famiglia dei Mezziconti un piccolo appezzamento di terreno adiacente la chiesa di Santa Lucia, questo dato lo si desume dal messale redatto dal notaio Andrea da Bragazzo, il quale essendo guardiano della scuola, rogò molti altri atti per la confraternita; in quel periodo vice-guardiano della scuola era il milanese Giovanni da Marignano (oggi Melegnano),[1]che compare altre volte nei documenti della confraternita. E’ il Bragazzo che, assieme ai gastaldi, diede forma, attorno al 1476, al codice chiamato Corona contenente i documenti relativi al sodalizio a partire dal 1475 sino al 1773 ( oggi custodito all’Archivio di Stato di Padova).[2]

 

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 1/3

 

   Il sermo rusticus della scuola patavina

       coadiuvato da Luigi Cornaro                                                     

       (1484-1566)

      e da Marco Mantova Benavides

       (1489-1582).

 

 

Facciata dell oratorio di San Rocco in Padova

Facciata dell’oratorio di San Rocco in Padova.

 

Parabola storica ed espressione architettonica dell’Oratorio di San Rocco. 

Un po’ di storia    – parte prima –

In un tempo in cui gli stati europei ricercavano la propria identità nazionale, le città italiane combattevano ogni potere centralizzato per garantirsi una personale autonomia sia di fronte all’impero sia nei confronti dei limitrofi comuni, e inoltre cercavano di avvallare una certa individualità anche alle pretese di pertinenza dell’altro organo supremo del mondo medioevale, la Chiesa. In Padova l’autorità comunale agli inizi del secolo XIII rafforzava i propri legami con la chiesa Vescovile.[1]  Non bisogna dimenticare che “il rapporto città-vescovado”[2]  era strutturale per lo sviluppo del comune. La pieve o chiesa madre di Padova ossia la cattedrale dedicata a santa Maria[3] (dal secolo XVIII all’Assunta) era gestita da un arciprete che esercitava un ampio potere giurisdizionale sul proprio distretto provvedendo con i propri confratelli alla cura delle anime e ricevendo in cambio il pagamento di decime. Nel corpo di questo sistema sorsero delle cappelle, le quali progressivamente assunsero carattere e compiti parrocchiali, creando una propria circoscrizione e una propria comunità di fedeli, garantendo una capillare presenza religiosa nella comunità. Alla fine del secolo XIII vennero riconosciute come parrocchie. In un documento del 1308 Padova ne contava ben ventinove e tra esse vi compare Santa Lucia, la cui fondazione risale al 967. In queste cappelle si svolgeva la vita religiosa dei fedeli “dal Battesimo sino alla morte”[4]e, cosa più interessante, erano luoghi di “riunioni vicinali”[5] per la comunità che vi discuteva problemi di interesse comune non necessariamente di carattere religioso, ma che interessavano la quotidianità della vita, della contrada, la quale corrispondeva -nell’assetto amministrativo della città- alla parrocchia. Nel corso del secolo Tredicesimo la Chiesa fu spinta a un profondo ripensamento della propria presenza da una serie di fattori in atto in tutta Europa fin dal secolo XI: l’estensione delle terre coltivate, l’economia non più strettamente vincolata all’agricoltura, l’aumento dei traffici e la maggiore mobilità della popolazione. Le stesse città-comunali si trasformarono nel centro motore dell’organizzazione degli scambi per mezzo delle banche e delle compagnie commerciali. Il progressivo crescere della ricchezza nelle mani di un nuovo ceto di signori, i borghesi, ebbe come conseguenza l’aumento dei poveri. La Chiesa si lasciò interrogare dall’affiorare di nuovi problemi riguardanti questi mutamenti e affrontò anche la riflessione sulla rilassatezza dei propri costumi e sulla ricchezza delle proprie corti. Tutto ciò le impose un rinnovamento all’insegna della riscoperta del Vangelo. La riforma del clero si attuò dal basso, grazie all’impegno generoso dei laici, confluendo alla fine del secolo XIV nella devotio moderna diffusa tra laici e religiosi. Si moltiplicarono nel corso del Duecento gruppi di penitenza -memori dei primi gruppi di pauperisti (Catari, Valdesi, Umiliati)[6]  sorti tra secolo XI-XII- costituiti in fraternità o comunità miste di uomini e donne come gli Albi attivi in Padova. Per vivere evangelicamente questi formarono un’associazione religiosa di tipo laicale, una fratellanza non molto diversa da una comunità di religiosi

( il Black [7]  spiega che le fratellanze laiche non erano gestite dal clero, avevano una loro guida spirituale proveniente dagli ordini mendicanti e si avvalevano della presenza di un sacerdote in particolari occasioni come le festività o gli avvenimenti che coinvolgevano la vita della comunità).

 

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