Dall’oratorio di San Rocco ad altri luoghi della città. 3/4

 

Un pittore per Santa Sofia e il depentore anonimo.

Entro il 1528 lo spazio del piccolo coro doveva contenere ben quattro riquadri ad affresco: due certi del Tessari e uno solo di Stefano, che sin dall’inizio del medesimo anno era impegnato nella decorazione della cappella di San Tommaso Albignasego di proprietà della famiglia Obizzi.

 

Stefano Dall Arzere, Incredulita di san Tommaso

Stefano Dall’Arzere, Incredulità di san Tommaso, Cappella della chiesa di San Tommaso Albignasego, Padova.

 

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Dall’oratorio di San Rocco ad altri luoghi della città. 1/4

 

Attraverso gli affreschi dell’oratorio di San Rocco, ripercorrendo l’operato dei pittori padovani del secolo XVI, si scopriranno altri luoghi noti della città antenorea ed altri che sono rimasti “nascosti” al pubblico, perché poco considerati. Ma in realtà anche questi siti raccontano la vita e tramandano la storia della città di Padova. Vi invito a scoprirne i significati e, per così dire, i misteri svelati.

 

 

Una questione controversa: l’attribuzione.

 

Nell’oratorio lavorarono diversi autori, oggi possiamo riconoscerne con certezza quattro: Girolamo Tessari, Stefano Dall’Arzere, Gualtiero Padovano e lo scultore Tiziano Minio, che sarà argomentato in seguito. Questo odierno riconoscimento collima con le antiche testimonianze che descrivono Padova e i suoi monumenti, ad esempio: Pietro Selvatico (1803-1888), nella sua Guida di Padova (1842, p.246), attribuì gli affreschi della parete occidentale ad artefici circoscritti alla scuola tizianesca, e non è inverosimile che siano opera di Gualtieri”-dice- mentre nei due ai lati dell’altare “si scorgono invece le maniere di Domenico Campagnola,”cui attribuisce anche il fregio a grisaille e i ritratti a mezzo busto dei due santi titolari dell’oratorio. Il Selvatico ha ribadito ciò che Gianantonio Moschini nella sua Guida per la città di Padova (1817, p.140), aveva detto reiterando a sua volta Pietro Brandolese (1754-1809) di Pitture, sculture, architetture ed altre cose notabili di Padova (1795), e Giovan Battista Rossetti di Descrizione delle pitture, sculture ed architetture di Padova (1780, p.254). Quest’ultimo ‘illuminato’ testimonia che: tutta questa chiesa è dipinta a fresco: parte di esse sono di Domenico Campagnola; ed è pure di lui il fregio di chiaroscuro tutto all’intorno di essa chiesa, con fanciulli, leoni, fogliami, ecc. Ma il Rossetti introduce Stefano Dall’Arzere quale autore del Transito di san Rocco, estrapolando tale informazione dal diario giornaliero, ossia le Effemeridi di Padova (1638) del notaio Antonio Monterosso (1617-1672), questi nonostante attribuisca “al Campagnola l’intero ciclo delle storie di san Rocco, …, fa eccezione per il Compianto o Transito, come dicevano allora, che afferma essere di Stefano Dall’Arzere.”[1] Tale testimonianza non può essere elusa: “mentre sulle altre opere del ciclo, di mano di Gualtiero e di altri che continuano a restarci anonimi, è sbiadita un po’ alla volta la memoria della loro paternità e a distanza di un secolo esse passano dal nome generico del Campagnola, sul Compianto soltanto è rimasto impresso il ricordo di una vicenda unica e distinta, di una individualità inconfondibile; non vedo davvero come il Monterosso in queste circostanze potesse pronunciare il nome di Stefano se tale nome non fosse rimasto legato all’affresco come una sorta di firma da una forte tradizione orale.”[2]Stefano dall’Arzere, dunque, alla fine del secondo decennio, lavorò nell’oratorio. Gli affreschi che decorano l’angolo nord-est, in passato erano stati attribuiti a Domenico Campagnola, eppure, come afferma con certezza il Ballarin, che riferisce la sua analisi alla Preghiera dei genitori, e alla Nascita di Rocco: “i modi sono quelli di Girolamo dal Santo.”[3]

 

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L’oratorio di San Rocco – premessa agli affreschi – 1/1

 

Uno spazio altro nella tradizione veneta.

 

Salendo i gradini dell’oratorio, il visitatore viene invitato a oltrepassare le colonne del portale d’ingresso per accedere a un ambiente che ci rimanda alla Padova rinascimentale, in un altro spazio, in un’altra storia. Avvolto nella penombra, lo sguardo è subito catturato dal punto di fuga delle direttrici spaziali, ossia l’altare dov’è raffigurata in una tela la Vergine col Bambino fra i santi, Rocco e Lucia con un prelato, che il Moschetti ha voluto individuare come il donatore, in realtà pare si tratti di san Carlo Borromeo, come aveva a suo tempo detto il Rossetti, seguito da altri scrittori.[1]

 

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 3/3

 

Un po’ di storia 

L’oratorio di San Rocco, costruito in diversi momenti, subì un accurato restauro nelle varie sue parti, specie nei muri più antichi, detti “a casella”[1]-cioè formati da due pareti parallele di centimetri 15 di spessore riempite di circa di centimetri 20 di brecciame vario legato con malta magra. Nella parete est, si formarono dei vuoti interni dovuti alla corrosione di questa malta, causati dagli insetti e vari animaletti che lì avevano allestito le proprie tane e il cui lavoro secolare aveva progressivamente deteriorato e ridotto in polvere lo spessore interno del muro, minacciando la parete esterna.

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 2/3

 

sermo rusticus della scuola patavina

 

Un po’ di storia    -parte seconda-

 

Il 6 giugno 1468, la confraternita dei Santi Rocco e Lucia, in Padova, riceve in donazione dall’erede della famiglia dei Mezziconti un piccolo appezzamento di terreno adiacente la chiesa di Santa Lucia, questo dato lo si desume dal messale redatto dal notaio Andrea da Bragazzo, il quale essendo guardiano della scuola, rogò molti altri atti per la confraternita; in quel periodo vice-guardiano della scuola era il milanese Giovanni da Marignano (oggi Melegnano),[1]che compare altre volte nei documenti della confraternita. E’ il Bragazzo che, assieme ai gastaldi, diede forma, attorno al 1476, al codice chiamato Corona contenente i documenti relativi al sodalizio a partire dal 1475 sino al 1773 ( oggi custodito all’Archivio di Stato di Padova).[2]

 

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