Dall’oratorio di San Rocco ad altri luoghi della città. 3/4

 

Un pittore per Santa Sofia e il depentore anonimo.

Entro il 1528 lo spazio del piccolo coro doveva contenere ben quattro riquadri ad affresco: due certi del Tessari e uno solo di Stefano, che sin dall’inizio del medesimo anno era impegnato nella decorazione della cappella di San Tommaso Albignasego di proprietà della famiglia Obizzi.

 

Stefano Dall Arzere, Incredulita di san Tommaso

Stefano Dall’Arzere, Incredulità di san Tommaso, Cappella della chiesa di San Tommaso Albignasego, Padova.

 

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L’oratorio di San Rocco – premessa agli affreschi – 1/1

 

Uno spazio altro nella tradizione veneta.

 

Salendo i gradini dell’oratorio, il visitatore viene invitato a oltrepassare le colonne del portale d’ingresso per accedere a un ambiente che ci rimanda alla Padova rinascimentale, in un altro spazio, in un’altra storia. Avvolto nella penombra, lo sguardo è subito catturato dal punto di fuga delle direttrici spaziali, ossia l’altare dov’è raffigurata in una tela la Vergine col Bambino fra i santi, Rocco e Lucia con un prelato, che il Moschetti ha voluto individuare come il donatore, in realtà pare si tratti di san Carlo Borromeo, come aveva a suo tempo detto il Rossetti, seguito da altri scrittori.[1]

 

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 3/3

 

Un po’ di storia 

L’oratorio di San Rocco, costruito in diversi momenti, subì un accurato restauro nelle varie sue parti, specie nei muri più antichi, detti “a casella”[1]-cioè formati da due pareti parallele di centimetri 15 di spessore riempite di circa di centimetri 20 di brecciame vario legato con malta magra. Nella parete est, si formarono dei vuoti interni dovuti alla corrosione di questa malta, causati dagli insetti e vari animaletti che lì avevano allestito le proprie tane e il cui lavoro secolare aveva progressivamente deteriorato e ridotto in polvere lo spessore interno del muro, minacciando la parete esterna.

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L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 1/3

 

   Il sermo rusticus della scuola patavina

       coadiuvato da Luigi Cornaro                                                     

       (1484-1566)

      e da Marco Mantova Benavides

       (1489-1582).

 

 

Facciata dell oratorio di San Rocco in Padova

Facciata dell’oratorio di San Rocco in Padova.

 

Parabola storica ed espressione architettonica dell’Oratorio di San Rocco. 

Un po’ di storia    – parte prima –

In un tempo in cui gli stati europei ricercavano la propria identità nazionale, le città italiane combattevano ogni potere centralizzato per garantirsi una personale autonomia sia di fronte all’impero sia nei confronti dei limitrofi comuni, e inoltre cercavano di avvallare una certa individualità anche alle pretese di pertinenza dell’altro organo supremo del mondo medioevale, la Chiesa. In Padova l’autorità comunale agli inizi del secolo XIII rafforzava i propri legami con la chiesa Vescovile.[1]  Non bisogna dimenticare che “il rapporto città-vescovado”[2]  era strutturale per lo sviluppo del comune. La pieve o chiesa madre di Padova ossia la cattedrale dedicata a santa Maria[3] (dal secolo XVIII all’Assunta) era gestita da un arciprete che esercitava un ampio potere giurisdizionale sul proprio distretto provvedendo con i propri confratelli alla cura delle anime e ricevendo in cambio il pagamento di decime. Nel corpo di questo sistema sorsero delle cappelle, le quali progressivamente assunsero carattere e compiti parrocchiali, creando una propria circoscrizione e una propria comunità di fedeli, garantendo una capillare presenza religiosa nella comunità. Alla fine del secolo XIII vennero riconosciute come parrocchie. In un documento del 1308 Padova ne contava ben ventinove e tra esse vi compare Santa Lucia, la cui fondazione risale al 967. In queste cappelle si svolgeva la vita religiosa dei fedeli “dal Battesimo sino alla morte”[4]e, cosa più interessante, erano luoghi di “riunioni vicinali”[5] per la comunità che vi discuteva problemi di interesse comune non necessariamente di carattere religioso, ma che interessavano la quotidianità della vita, della contrada, la quale corrispondeva -nell’assetto amministrativo della città- alla parrocchia. Nel corso del secolo Tredicesimo la Chiesa fu spinta a un profondo ripensamento della propria presenza da una serie di fattori in atto in tutta Europa fin dal secolo XI: l’estensione delle terre coltivate, l’economia non più strettamente vincolata all’agricoltura, l’aumento dei traffici e la maggiore mobilità della popolazione. Le stesse città-comunali si trasformarono nel centro motore dell’organizzazione degli scambi per mezzo delle banche e delle compagnie commerciali. Il progressivo crescere della ricchezza nelle mani di un nuovo ceto di signori, i borghesi, ebbe come conseguenza l’aumento dei poveri. La Chiesa si lasciò interrogare dall’affiorare di nuovi problemi riguardanti questi mutamenti e affrontò anche la riflessione sulla rilassatezza dei propri costumi e sulla ricchezza delle proprie corti. Tutto ciò le impose un rinnovamento all’insegna della riscoperta del Vangelo. La riforma del clero si attuò dal basso, grazie all’impegno generoso dei laici, confluendo alla fine del secolo XIV nella devotio moderna diffusa tra laici e religiosi. Si moltiplicarono nel corso del Duecento gruppi di penitenza -memori dei primi gruppi di pauperisti (Catari, Valdesi, Umiliati)[6]  sorti tra secolo XI-XII- costituiti in fraternità o comunità miste di uomini e donne come gli Albi attivi in Padova. Per vivere evangelicamente questi formarono un’associazione religiosa di tipo laicale, una fratellanza non molto diversa da una comunità di religiosi

( il Black [7]  spiega che le fratellanze laiche non erano gestite dal clero, avevano una loro guida spirituale proveniente dagli ordini mendicanti e si avvalevano della presenza di un sacerdote in particolari occasioni come le festività o gli avvenimenti che coinvolgevano la vita della comunità).

 

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