L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 1/3

 

   Il sermo rusticus della scuola patavina

       coadiuvato da Luigi Cornaro                                                     

       (1484-1566)

      e da Marco Mantova Benavides

       (1489-1582).

 

 

Facciata dell oratorio di San Rocco in Padova

Facciata dell’oratorio di San Rocco in Padova.

 

Parabola storica ed espressione architettonica dell’Oratorio di San Rocco. 

Un po’ di storia    – parte prima –

In un tempo in cui gli stati europei ricercavano la propria identità nazionale, le città italiane combattevano ogni potere centralizzato per garantirsi una personale autonomia sia di fronte all’impero sia nei confronti dei limitrofi comuni, e inoltre cercavano di avvallare una certa individualità anche alle pretese di pertinenza dell’altro organo supremo del mondo medioevale, la Chiesa. In Padova l’autorità comunale agli inizi del secolo XIII rafforzava i propri legami con la chiesa Vescovile.[1]  Non bisogna dimenticare che “il rapporto città-vescovado”[2]  era strutturale per lo sviluppo del comune. La pieve o chiesa madre di Padova ossia la cattedrale dedicata a santa Maria[3] (dal secolo XVIII all’Assunta) era gestita da un arciprete che esercitava un ampio potere giurisdizionale sul proprio distretto provvedendo con i propri confratelli alla cura delle anime e ricevendo in cambio il pagamento di decime. Nel corpo di questo sistema sorsero delle cappelle, le quali progressivamente assunsero carattere e compiti parrocchiali, creando una propria circoscrizione e una propria comunità di fedeli, garantendo una capillare presenza religiosa nella comunità. Alla fine del secolo XIII vennero riconosciute come parrocchie. In un documento del 1308 Padova ne contava ben ventinove e tra esse vi compare Santa Lucia, la cui fondazione risale al 967. In queste cappelle si svolgeva la vita religiosa dei fedeli “dal Battesimo sino alla morte”[4]e, cosa più interessante, erano luoghi di “riunioni vicinali”[5] per la comunità che vi discuteva problemi di interesse comune non necessariamente di carattere religioso, ma che interessavano la quotidianità della vita, della contrada, la quale corrispondeva -nell’assetto amministrativo della città- alla parrocchia. Nel corso del secolo Tredicesimo la Chiesa fu spinta a un profondo ripensamento della propria presenza da una serie di fattori in atto in tutta Europa fin dal secolo XI: l’estensione delle terre coltivate, l’economia non più strettamente vincolata all’agricoltura, l’aumento dei traffici e la maggiore mobilità della popolazione. Le stesse città-comunali si trasformarono nel centro motore dell’organizzazione degli scambi per mezzo delle banche e delle compagnie commerciali. Il progressivo crescere della ricchezza nelle mani di un nuovo ceto di signori, i borghesi, ebbe come conseguenza l’aumento dei poveri. La Chiesa si lasciò interrogare dall’affiorare di nuovi problemi riguardanti questi mutamenti e affrontò anche la riflessione sulla rilassatezza dei propri costumi e sulla ricchezza delle proprie corti. Tutto ciò le impose un rinnovamento all’insegna della riscoperta del Vangelo. La riforma del clero si attuò dal basso, grazie all’impegno generoso dei laici, confluendo alla fine del secolo XIV nella devotio moderna diffusa tra laici e religiosi. Si moltiplicarono nel corso del Duecento gruppi di penitenza -memori dei primi gruppi di pauperisti (Catari, Valdesi, Umiliati)[6]  sorti tra secolo XI-XII- costituiti in fraternità o comunità miste di uomini e donne come gli Albi attivi in Padova. Per vivere evangelicamente questi formarono un’associazione religiosa di tipo laicale, una fratellanza non molto diversa da una comunità di religiosi

( il Black [7]  spiega che le fratellanze laiche non erano gestite dal clero, avevano una loro guida spirituale proveniente dagli ordini mendicanti e si avvalevano della presenza di un sacerdote in particolari occasioni come le festività o gli avvenimenti che coinvolgevano la vita della comunità).

 

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Il Battistero di San Giovanni Battista in Padova.

 

 

Contiguo al claustro [chiostro] è il Battistero del Duomo, dedicato a San Giovanni Battista, il quale fu cominciato l’anno 1260 e fu ridotto a perfezione dalla religiosissima principessa Fina [Buzzaccarini] moglie di Francesco il Vecchio [da Carrara] VI signore di Padova … .

In questo modo il Portenari nella sua guida Della felicità di Padova (1623)[1] ci informa della data di inizio dei lavori alla struttura architettonica del Battistero più noto della città antenorea. Datazione rafforzata dalla conoscenza della data di fondazione, ossia il 10 novembre festa di San Martino, così seguì il Salomonio (1701).[2] Il notaio Antonio Monterosso (1617 ca.-1672), menziona la data di consacrazione il 18 agosto 1281, estrapolandola a sua volta da un altro documento. Sembra, di conseguenza, che il Battistero si possa iscrivere entro queste termini di tempo. Se non fosse che il Gennari (1804) scrive: “ i Canonici della Cattedrale fabbricarono, … , la chiesetta di San Giovanni Battista, ove riporre il fonte battesimale …”,[3] ma l’erudito aveva menzionato la data dell’eccidio di San Zenone, appunto, avvenuto il 24 agosto 1260, famigerato fatto che macchiò di sangue la terra padovana. Alberico da Romano degli Ezzelini e la sua famiglia furono trucidati nel castello di Treviso, dove avevano cercato riparo.[4] Mentre, altri studiosi quali il Meneghesso (1934) seguito poi dal Grossato (1961), riportarono che Pietro Selvatico (1803-1880), nella sua guida ricorda che il Battistero venne costruito su una struttura anteriore, del 1171,[5] e assume la data 1260 come termine dei lavori. Inizialmente il Bettini riprende il Toesca che lo adattava a “tardivi modi romanici” per poi “spostarne la datazione al tardo Duecento e riferire a una tipologia paleocristiana di lunga persistenza”[6]

Allora, appare chiara questa difficoltà di fornire una data certa alla nascita del Battistero; se nato ex novo nel 1260 oppure sviluppato sopra una struttura più antica. A venire a capo di tale enigma è stato il lavoro minuzioso della Gasparotto che si attribuì l’onere della ricerca archivistica e di vagliare i resoconti di altri colleghi.

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I risultati del funzionalismo in pittura e scultura.

L’epoca del funzionalismo.

Sviluppo in pittura e scultura.

Dopo l’Espressionismo l’arte non è più una rappresentazione del mondo, ma un’azione che si compie.                                                   (G. C. Argan)

L’arte diventa un oggetto che ha una sua espressione funzionale, un suo significato d’essere, di esistere perché è arte e si distingue dalle macchine dell’industria poiché essa è creatività concettuale allo stato primario.

 

Villon, Rider in the ring (1952) Art Days Paris.

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Il razionalismo costruttivo.

Il razionalismo costruttivo.

La Russia tra il 1928 e i primi anni trenta.

 

Nonostante che i fermenti dell’avanguardie si siano manifestati in Russia sin dall’inizio del Novecento per mezzo del teatro e delle arti figurative (Raggismo, Suprematismo), i capovolgimenti politici e le difficoltà sociali ed economiche che in quegli anni  scaturirono hanno impedito lo sviluppo di piani urbanistici concreti. Solamente dopo il 1920 si cominciò a delineare una linea di progresso costruttivo che coinvolse le arti plastiche. La nuova Russia nata dalla Rivoluzione d’ottobre è ancora un paese povero, basato su un’economia agricola, manca la grande industria capace di reggere le attività costruttive, manca una scuola dove formare i nuovi architetti-urbanisti.

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Gauguin e gli Impressionisti.

Un ventaglio di colori in Palazzo Zabarella.

Berthe Morisot, Donna con ventaglio, ritratto di Marie Hubbard, Collezione W. Hansen.

Lasciamoci sedurre dall’ammiccante civetteria di Madame Hubbard che, nel ritratto realizzato dall’amica Morisot, simpaticamente divertita ci osserva per invitarci ad esplorare la collezione di Wilhem Hansen (1868-1936), uno tra i più importanti collezionisti della fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento, uomo d’affari e consigliere dello Stato danese dal 1912. La passione per l’arte lo portò ad aggiungere alla sua collezione d’opere d’artisti danesi, quadri d’impressionisti, che il finanziere danese riuscì a conoscere durante i suoi viaggi a Parigi. Non solo fu attratto dagli impressionisti ma anche dalla generazione precedente, quella che iniziò una sommossa artistica nei Salons ufficiali (Courbet, Delacroix, Dumier), e gli artisti della nuova generazione che prospettavano un futuro dirompente nel modo e nella percezione dell’arte (Monet, Cézanne, Gauguin, Matisse). La sua prima raccolta fu costituita tra il 1916 e il 1918, quella che il suo collega, il collezionista svedese Klas Fåhraeus descriverà come «la migliore raccolta di impressionisti di tutto il mondo».[1] Purtroppo questa venne in parte dispersa dopo il crack della Landmandsbanken (La banca danese degli agricoltori), a soli quattro anni dall’inaugurazione della galleria in casa Ordrupgaard (14 settembre 1918), alla periferia settentrionale di Copenaghen. Ma Hansen non intendeva perdere la sua preziosa collezione e una volta ritrovato l’equilibrio finanziario ricominciò a ricercare quadri d’autore. Allora alle opere ancora presenti si aggiunsero (per colmare il vuoto dei quadri venduti ai maggiori collezionisti di tutto il mondo) circa trenta nuovi capolavori, e la galleria riaprì il 24 maggio del 1925.

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Antoni y Cornet Gaudí: un cuore catalano e un’anima spagnola.

 

 

Antoni y Cornet Gaudí: un  cuore catalano e un’anima spagnola.

La Spagna non fu immune dalla moda dello stile Liberty, che diramava le sue profusioni naturali ovunque. La città che l’accolse con maggior predisposizione fu Barcellona. Di fatto, sin dalla seconda metà del XIX secolo, il capoluogo della Catalogna stava diventando, lentamente ma progressivamente, un vero e vivo centro industriale. Questa sua rinascita economica e culturale si era avviata decenni prima, con l’indebolimento delle attività commerciali delle altre città peninsulari, non più attive nei commerci d’oltreoceano, a causa della perdita dei possedimenti coloniali. Anche Barcellona si avviò a diventare una città moderna e come gli altri centri europei non mancò nel pianificare un ampliamento urbano, l’Eixample (“Estensione,” che non sarebbe esistita senza l’intervento del decreto di Madrid), dovuto alla crescita demografica e all’incipiente industrializzazione. Su progetto di Ildefons Cerdà y Sunyer (1815-1876), parte delle mura medioevali della città vennero abbattute per lasciar spazio a un nuovo quartiere che, ancora oggi, è meta ambita dai turisti dal momento che ospita importanti monumenti testimoni del Modern Style spagnolo. Ma tra gli architetti di questo periodo, ad esempio Luís Domènech y Montaner (1850-1923), creatore del Palazzo della Musica Catalana e Josep Puig y Cadafalch (1867.1956), ideatore -tra le molte proposte- di casa Amatller, uno solo riuscì a rappresentare con un sintagma unico e di straordinaria coreografia creativa, in quanto viva, l’anima della Catalogna abbracciata da una rinascita linguistica e culturale, Gaudí, l’architetto di Dio.  E lo intraprese molto prima che il modernismo catalano divenisse oggetto d’opposizione al nascente gruppo di artisti, poeti e architetti che si votarono a un coinvolgimento politico di rinascenza regionale (oggi, la Catalogna è una delle comunità autonome di Spagna), il movimento del Noucentisme, coniato nel 1906.

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La pittura del Modernismo.

Il Modernismo in arte: tra allegoria sensitiva e psiche. 

Nell’epoca del Modernismo, tra il 1800 e il 1900, si sviluppa l’Art Nouveau, l’arte che riflette il dominio sociale degli imprenditori, dei banchieri, dei politici. In questo periodo, per riflettere tale ricchezza e spregiudicatezza di vita, nata dal pensiero positivista, quale tipo di artista veniva richiesto? Ma, soprattutto, l’arte quale valore assumeva?

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