Le finalità di un museo: uno sguardo agli Eremitani (1)

Le finalità di un museo: uno sguardo agli Eremitani  (parte 1)

L’esperienza museale relaziona il pubblico non solo con gli oggetti comunicanti esposti nelle sale del museo, ma implica un rapporto cognitivo con ciò che sta fuori il museo, ossia l’ambiente urbano e il territorio regionale ed extra-regionale.

Il museo stesso si propone quale soggetto attivo, come nucleo di un’esperienza di formazione amplificata, definita educazione museale. Di questa la disciplina didattica si presenta come una branca, ad essa il compito di proporre percorsi cognitivi e modalità di apprendimento per pubblici differenziati [1]. Lo scopo è di rendere partecipe gli utenti del patrimonio culturale (artistico, architettonico, paesaggistico) di cui il museo è un portavoce, e fare in modo che tale ricchezza sia percepita come un valore. Si tratta di un patrimonio che, per mezzo di documenti visivi, caratterizza e porta alla riscoperta delle proprie radici: simile a una carta d’identità esso identifica le memorie del nostro passato.

La finalità educativa del museo è rivolta soprattutto ai ragazzi in età scolare, “particolarmente ricettivi non solo ai messaggi strettamente culturali, ma anche soprattutto a quelli formativi”[2]. Infatti, l’educazione museale ha lo scopo di creare un legame tra l’oggetto e il visitatore che duri nel tempo e che emerga nei periodi dell’apprendimento scolastico quale ricordo utile per lo studio. In quest’ottica fare del museo un collaboratore della scuola significa aiutare i ragazzi a percepire i beni culturali come documenti importanti, per il recupero e la trasmissione della memoria storica. Intesi non più come simboli impercettibili di un passato più che remoto, ma elementi attivi della formazione. I ragazzi saranno predisposti a concepire e vedere il museo non come un mero contenitore di oggetti, ma come un luogo con cui si può interagire con il proprio passato (o con un passato non lontano, se si tratta di un museo d’arte contemporanea), con la propria storia o con l’evoluzione tecnico scientifica.

[1] Per pubblici differenziati non si intende solo adulti e bambini, ma anche anziani e adolescenti, disabili e ipovedenti, non vedenti, sordi e bambini che hanno difficoltà cognitive, famiglie e persone che soffrono di malattie particolari, come l’Alzheimer, il Parkinson.

[2] Cisotto Nason M., 1997, p. 11.

I musei di fatto hanno il compito di tracciare un tessuto di relazioni: sono mondi che vivono nella quotidianità e s’immergono nella vita di chi impara a recepirli positivamente. Oltre a ciò mediante lo stimolo alla scoperta e al confronto di vari periodi, per mezzo delle opere, sono un ideale luogo d’inclusione sociale, poiché comprendere la storia e mettere a confronto diversi ceppi culturali (il mondo stesso della scuola informa che ci sono bambini di diversa nazionalità ed etnie) permette una più aperta comprensione dell’altro, ciò aiuta all’integrazione e alla convivenza, a valorizzare le diversità. La didattica museale (la quale studiando le procedure si propone di trovare i metodi per interpretare l’oggetto o l’opera d’arte) può giungere anche a questo obiettivo, ossia alla collaborazione sociale.

Gli strumenti messi a disposizione dal museo dunque possono suscitare un interesse inatteso nel giovane fruitore, inducendolo ad un’attenta osservazione: sta alla didattica creare le reti per stimolare ad una tale percezione. Per istaurare stretti legami tra la scuola e l’istituzione museale, infatti, sono diventati materia di studio e di analisi le modalità di apprendimento per mezzo di itinerari scelti che permettono di affacciarsi ad altre epoche.

“Una riflessione analitica sulle teorie dell’apprendimento e sugli approcci comunicativi [della didattica museale] è stata condotta dalla museologia anglosassone”[3].

[3] Ibidem.

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