Musei Civici di Padova (b)

 

La nascita dei Musei Civici di Padova   (parte 3)

Delle opere d’arte espropriate a causa delle disposizioni di Napoleone Bonaparte alcune vennero inviate a Milano, per la Pinacoteca del Regno d’Italia[1] (o Pinacoteca di Brera), altre spedite a Venezia, le rimanenti trovarono dal 1822 una sistemazione stabile nei depositi dell’Intendenza di Finanza[2] e “quindi passati al Comune in seguito alla concessione imperiale”[3].

[1] La Pinacoteca di Brera venne inaugurata nel 1809 (Cataldo L., Paraventi  M., 2011, p. 24).

[2] Le opere giunsero in loco in seguito a tortuosi spostamenti. Inizialmente erano state affidate a padre abate Ermanno Barnaba, rettore del collegio liceale che aveva sede nel monastero di Santa Giustina. Nel 1817 il collegio venne trasferito nell’ex monastero di Santo Stefano, dove l’abate Antonio Mocconcini, succeduto al Barnaba, fece trasportare i dipinti demaniali. Nel 1822 il collegio fu chiuso e i dipinti affidati al vescovo di Padova Modesto Farina e traslocati al Vescovado, dove furono esposti al pubblico. Quando il vescovo morì i dipinti ritornarono all’Intendenza di Finanza (Baldissin Molli G., Saccomani E., 1991, p. 24).

[3] Di questo cospicuo nucleo di opere rimasto in città il Gloria nel 1847 redasse un elenco con la descrizione dei soggetti, l’indicazione dell’autore e delle misure (Baldissin Molli G., Saccomani E., 1991, pp. 23-24).

Nel 1853 il Comune acquistò il Palazzo della famiglia Mussato (attuale scuola media Petrarca), entrando in possesso di un’integra decorazione settecentesca d’interni che, “nell’assetto originario, viveva un interessante dialogo con gli affreschi”[4] di Francesco Zugno (1709-1787) ancora in loco. Di tale collezione si annoverano i paesaggi di Giuseppe Zais (1709-1781) e i quadri di soggetto storico, lavori dello Zugno, di Jacopo Guarana (1720-1808), di Domenico Fedeli (1712-1794) detto Maggiotto, “pittori appartenenti alla tradizione piazzettesca e tiepolesca”[5].

 

 

[4] Banzato D., 1997, p. 26.

[5] Ibidem.

Nel 1856 il Gloria si era adoperato, riuscendovi, ad acquistare la biblioteca e le collezioni del notaio Andrea Piazza (morto nel 1844)[6]. Da questa raccolta provengono alcune opere d’eccezione quali: di Jacopo Bellini (1400-1470/71), Discesa di Cristo nel Limbo[7] (1458 ca.) e un Ritratto di donna con turbante e collana di perle (1535 ca.) di Giampietro Silvio (1495-1551).

A dare il consenso alla costituzione di una prima Pinacoteca Civica a Padova fu l’imperatore Francesco Giuseppe (1830-1916), in visita nella città antenorea nel gennaio del 1857.

Il I settembre del medesimo anno in occasione della visita a Padova dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo (1832-1867) si inaugurò la Pinacoteca.

Nel 1864 il Comune ricevette per legato testamentario la quadreria di Emo Capodilista. Nel 1865, per estinguere un debito, dall’Arca del Santo pervennero un quadro di Benvenuto Tisi da Garofalo (1476/81-1559) e un grande arazzo brussellese (primo IV del secolo XVI) che arricchirono notevolmente la collezione comunale; seguì la donazione di Nicola Bottacin (1805-1876) che lasciava alla cittadinanza la sua raccolta numismatica e artistica.

[6] La Biblioteca e la collezione fu ceduta al Comune dal figlio Giovan Maria che versando in cattive condizioni finanziarie si vide costretto a vendere, anticipando in questo modo la decisione testamentaria del padre che aveva disposto il lascito dei beni al Comune di Padova, qualora non ci fossero stati eredi.

[7] Si tratta di una tavoletta facente parte della predella del polittico che ornava l’altare della cappella funeraria del Gattamelata, nella basilica di Sant’Antonio. Il polittico, commissionato dalla moglie del condottiero padovano, Giacoma Leonessa, fu smembrato nel 1651. Il pezzo, ora custodito nel museo, parte della collezione del Piazza, entrò in quella comunale nel 1857.

Nel 1866, con la legge di soppressione generale delle comunità religiose emanata nel Regno d’Italia, giunsero al museo altre opere d’arte comprese quelle che erano scampate ai primi espropri: la Crocifissione di San Giovanni di Verdara di Stefano Dall’Arzere o il dipinto di Boccaccio Boccaccino (1466-1525), che ritrae la Madonna con il Bambino (1500-1501) proveniente dal convento delle Eremite[8], e i lavori che Romanino (1484-1566) eseguì per il monastero di Santa Giustina[9]. L’anno successivo anche l’abbazia di Praglia dovette sottostare a tale disposizione. Il 10 giugno 1868[10], Andrea Gloria ottenne la devoluzione al Museo di un gruppo di tele assieme alle pale provenienti dalla chiesa benedettina di Santa Maria, tra le quali spiccano opere di Veronese (Martirio dei Santi Primo e Feliciano, 1562[11]), di Tintoretto e bottega (Cena in casa di Simone Fariseo, 1562), di Luca Longhi (Cattura e martirio di Santa Giustina, datata 1562; Presentazione al Tempio, 1562), di Giambattista Zelotti (ante d’organo[12] di Santa Maria di Praglia, 1559), di Varotari e di Campagnola.

[8] Baldissin Molli G., Saccomani E., 1991, p. 24.

[9] Rimangono l’Ultima cena (1513) e la pala per l’altare maggiore della chiesa romanica di Santa Giustina raffigurante la Vergine con il Bambino in trono tra i Santi Benedetto, Giustina, Scolastica, Prosdocimo (1514), mentre sulla cornice, ancora quella originale, si possono ammirare alcuni tondi con santi, martiri innocenti e, sulla cimasa un Cristo passo.

[10] Baldissin Molli G., 1991, p. 196. Le opere giunsero al museo il 22 febbraio 1869.

[11] Accanto al Martirio dei Santi Primo e Feliciano, Veronese eseguì pure la tela con la Gloria d’angeli (1561), oggi custodita nella sacrestia della chiesa del monastero pratalense.

[12] Le tele raffigurano: due tele con Mosé riceve le tavole della Legge; Saul trattenuto dai famigliari; David suona l’arpa. Lo Zelotti lavorò per il monastero tra il 1554 circa e il 1564 circa, eseguì gli affreschi della cupola e dei pennacchi della chiesa (la decorazione comprendeva l’intero soffitto, che fu imbiancato), le tele con l’Assunzione della Vergine, del 1562 (oggi nella controfacciata della chiesa), e quelle per il soffitto della Biblioteca benedettina (Romani V., 1991, pp. 207-210).

All’epoca si cominciò a riflettere quale sede fosse idonea per alloggiare le raccolte del Comune. Il quesito trovò risposta nel 1880, quando il quarto chiostro del convento di Sant’Antonio, che in età napoleonica era stato indemaniato e trasformato in caserma, diventò la nuova sede delle collezioni, della biblioteca e dell’archivio[13]. Nondimeno l’Amministrazione comunale riuscì ad acquistare dagli eredi Foscari l’area dell’Arena, in quell’occasione la cappella degli Scrovegni fu restaurata[14]. Purtroppo il convento agostiniano degli Eremitani rimaneva sede della caserma Gattamelata, che solamente negli anni cinquanta del XX secolo venne ceduta dal Demanio militare al Comune per mezzo di permute. Gli spazi del convento furono allora allestiti per accogliere il Museo Civico, sito preposto a tale uso da Andrea Moschetti (direttore del museo dal 1895 e insignito della prima cattedra di Storia dell’Arte dell’Università) che molti anni prima, in una relazione indirizzata al podestà, indicava come sede naturale del museo la zona degli Eremitani: era il 17 settembre del 1937 [15].

[13] Gli spazi vennero allestiti da Camillo Boito.

[14] Fu il primo restauro veramente scientifico effettuato in Italia (Prosdocimi A., 1985, p. 5).

[15] Prosdocimi A., 1985, p. 10.

Nella seconda metà del XIX secolo ci furono alcuni lasciti [16], che si aggiunsero alle donazioni fatte precedentemente -sin dal secolo XVII-[17] al Comune della città.  Altri dipinti furono acquistati, mentre nove tele, requisite dalla soppressione del 1806, ritornarono a Padova nel 1919.

[16] Vanno qui ricordati le donazioni di Antonio Grandenigo (1884), dell’abate Stefano Piombin (1887), di Ferdinando Cavalli (1888); nel 1917 quelle di Adele Sartori Piovene  e di Carlo Fantoni (1932). Donazioni che portarono alla Pinacoteca opere di Guardi, Fontebasso, Domenico Tiepolo, ecc.

[17] Il 18 aprile del 1665 Ascanio, figlio di Varotari, donò al Comune di Padova l’Autoritratto del padre, quale memoria dell’illustre concittadino. Mentre non è certificato l’anno di donazione di altri dipinti pervenuti nelle collezioni del museo, quali: la serie di tre filosofi (Zenone, Democrito, Epicuro) e l’Avaro di Antonio Cifrondi (1656-1730), datati 1691 ca. (Borsatti L., 1997, pp. 187-188); le quattro bambocciate del Bocchi (1659-1741); i due ovali di Francesco Zugno (1709-1789), Pan e Siringa e Apollo e Dafne, datate attorno alla metà del secolo XVIII (Pattanaro A., 1997, p. 283); le due tele di Giovanni Scajario (1726-1792) con il Giudizio di Paride e il  Ratto di Elena del 1760 (Pavanello G., 1997 pp. 290-291). Il dipinto di Johann Carl Loth (1632-1698), Lot e le figlie, della seconda metà del secolo XVII, e l’analogo soggetto trattato dalla cerchia di Pietro Negri, forse di Francesco Onorati (Fossaluzza G., 1997, pp. 174-176), ascrivibile alla metà degli anni sessanta del secolo XVIII;  Tamar e Ammone di Antonio Zanchi, datata all’ultimo decennio del secolo XVII (Banzato D., 1997, pp. 169-170); e i trentaquattro ritratti in miniatura.

Nel 1985 dopo la ristrutturazione dell’ex convento degli Eremitani, ad opera degli architetti Franco Albini (1905-1977) e Franca Helg (1920-1989), il museo fu trasferito negli ambienti conventuali, adiacenti la chiesa dei Santi Filippo e Paolo, detta degli Eremitani, presso l’Arena, (l’antico teatro romano del 70 d.C.). Nello stesso anno fu intrapreso il restauro di Palazzo Zuckermann (edificio del 1912-1913), che in seguito divenne parte del complesso museale dei Musei Civici di Padova.

Molte opere d’arte custodite nel complesso dei Musei Civici di Padova rinviano ad altrettanti spazi cittadini, ancora presenti oppure scomparsi a causa dei provvedimenti austriaci o dei piani regolatori del Regno d’Italia, altre provengono dalla provincia. Opere che narrano le vicende di personaggi le cui vite s’intrecciano con la storia stessa della città.

La Pinacoteca Civica dunque per la sua eterogeneità offre la possibilità di sviluppare diversi percorsi didattici, capaci di interagire con l’ambiente urbano e la storia del territorio.

Palazzo Zuckermann (1912-1913), Padova.

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