Musei Civici di Padova (a)

Nascita dei musei Civici agli Eremitani  (parte 2)

Il primo nucleo di opere nel museo era all’epoca costituito da centoquarantotto quadri collocati nei vari ambienti del municipio, commissionati dalle magistrature locali, come ad esempio i dipinti di Domenico Campagnola (Madonna col Bambino in trono tra i Santi Marco e Luca e i martiri innocenti, Santa Giustina battezzata da San Prosdocimo, San Daniele, Sant’Antonio, un frate e due sante, 1537[1]), di Dario Varotari (Celebrazione della Lega contro il turco della vittoria di Lepanto, 1573), di Jacopo Negretti, detto Palma il Giovane (Dipinto celebrativo dei rettori Jacopo e Giovanni Soranzo, 1570), di Pietro Damini (Lo scambio del bastone di comando e delle chiavi di Padova tra i rettori, i fratelli Valier, 1621; le quattro lunette per l’Ufficio della Sanità, del 1623[2]), di Giovanni Bernardo Carbone e di Giulio Cirello[3].

 

[1] Tra i quadri che Domenico Campagnola realizzò per Il Podestà è presente anche Il podestà Marino Cavalli presentato a S. Marco al Redentore, tra i SS. Prosdocimo e Giustina, Antonio e Daniele (1562).

[2] Queste lunette raffigurano la Vergine col Bambino e angeli, e, a copie i Santi Prosdocimo e Giustina, Antonio e Daniele, Sebastiano e Rocco.

[3] Al Carbone è attribuito il Ritratto di magistrato di casa Dolfin (1650 ca.), mentre di Giulio Cirello sono la Glorificazione del magistrato Giovanni Marini (1666) e Commemorazione dell’ambasciata dei padovani per l’elezione del doge Segredo (1675).

 Convento di S. Giovanni di Verdara di Padova (1640).

In questo elenco è incluso il patrimonio sottratto con la spogliazione “del convento di San Giovanni di Verdara, la prima comunità religiosa soppressa per decreto della Repubblica di Venezia nel 1789, in quell’occasione i beni passarono al Comune”[4]. Nella serie di questi beni compaiono opere di Alessandro Varotari detto il Padovanino (L’adultera portata davanti a Cristo, della prima metà del IV decennio del secolo XVII[5]), di Giambattista Piazzatta (Cena in Emmaus, 1745 ca.[6]), di Giambattista Tiepolo (San Patrizio vescovo d’Irlanda, 1745-1746[7]), di Pietro Rotari (Natività di Maria e il Sant’Ubaldo libera un ossesso, entrambe ascrivibili al 1740 ca.[8]). Tra i dipinti della collezione sei-settecentesca ne figurano quattro a tema mitologico, due dei quali attribuiti ad Alessandro Marchesini (1663-1738).

[4] Baldissin Molli G., Saccomani E., 1991, p. 23.

[5] Saccomani E., 1997, pp. 131-132.

[6] Mariuz A., 1997, pp. 252-256.

[7] Mariuz A., 1997, pp. 272-275.

[8] Marinelli S., 1997, pp. 275-277.

 

Mentre altre opere di Stefano Dall’Arzere, di Giovan Battista Zelotti, di Palma il Giovane, di Leonardo Corona, per esempio, pervennero dalle comunità religiose della città, quali i monasteri della Misericordia[9],  di San Benedetto Novello[10],  di Santo Stefano[11], i conventi dei Cappuccini[12], di Sant’Agata[13] soppressi nel periodo napoleonico. Dalla quadreria dell’abate di Santa Giustina, Massimo Gervasi, proviene un cospicuo e importante nucleo di opere. Da questa collezione, sviluppatasi nel nono decennio del secolo XVII, giunsero opere provenienti da vari ambienti del monastero e della chiesa come quelle di Lorenzo Luzzo (Ritratto di pastore con flauto, 1515/11 ca.), di Giampietro Silvio (Madonna con il Bambino in trono e i Santi Benedetto e Giustina e un angelo musico, datata 1521; Compianto sul Cristo morto, 1515/1520), di Paolo Veronese (Martirio di Santa Giustina (1556); Crocifissione con i due ladroni e le Marie, 1580 ca.[14]), di Jacopo dal Ponte (Predica di San Paolo,[15] 1560 ca.). Le tele a carattere devozionale di Pietro della Vecchia, di Giacinto Brandi, di Carlo Cignani, di Dario e Alessandro Varotari. Mentre quelle di Francesco Solimena (Madonna in atto di leggere ed Ecce Homo,entrambi ascrivibili tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento[16]), i due dipinti di Paolo De Mattteis (1662-1728)  e una tela attribuita a Sebastiano Conca (1680-1764) e bottega testimoniano come i modi della pittura centro meridionale, velati di accordi patetici, immergano gli episodi in equilibrate composizioni classiche riverberandosi nella pittura veneta. Caratteristici dipinti da quadreria, che riflettono il gusto da collezione, sono le opere di contenuto profano di cui sono un esempio: le tavole con natura morta di Francesco Codino (1590-1635 ca.), i numerosi paesaggi di vario genere di Girolamo Brusaferro (1684 ca.-1760), di Antonio Marini (1788-1861), di Matteo Stom (1643-1702), di Johann Anton Eismann (1604-1698), due tele di Marco Ricci (1676-1730), Paesaggio con Rovine e Marina con molo, databili nel secondo decennio del secolo XVIII,[17] e molto altro ancora.

 

[9] Provengono, dalla chiesa di Santa Maria della Misericordia, le portelle d’organo di Giambattista Zelotti, raffiguranti l’Annunciazione (1558). Queste erano le portelle interne, l’esterno era ornato con l’Adorazione dei pastori: ricomposta nel corso del Seicento, per ornare uno degli altari della chiesa benedettina, e sostituita con le due tele con i Santi Cosma e Damiano che vennero posti nelle ante esterne. In seguito alla soppressione ordinata dall’amministrazione napoleonica, la tela venne trasferita a Brera (27 giugno 1811). Menzionata nell’Inventario napoleonico e, nel secolo XIX, in un inventario generale manoscritto, poi se ne persero le tracce. Alla medesima chiesa sono sempre appartenute le due tele che ritraggono i Santi medici Cosma e Damiano (1565 ca.), forse utilizzate per decorare le ante di un armadio destinato agli arredi liturgici, poi riadattate per sostituire le portelle dell’organo finite a Brera.

[10] Alla chiesa di San Benedetto Novello apparteneva di Jacopo Negretti  Santa Francesca Romana ridona la vista a una fanciulla (1620).

[11] Da questa chiesa romanica delle monache benedettine, rasa al suolo nel corso del secolo XIX, provengono opere di Stefano Dall’Arzere, Dario Varotari, Pietro Damini, Gaspare Diziani, ed altri pittori.

[12] Dal refettorio del convento dei cappuccini di borgo S. Croce proviene, forse, l’Ultima cena (nono decennio del secolo XVI)attribuita a Paolo Caliari e bottega.

[13] Dalla chiesa del monastero delle benedettine proviene la pala con il Martirio di Sant’Agata (1585/1590) di Leonardo Corona (1561-1605).

[14] La Crocifissione di Padova, in piccolo formato, è l’unico dipinto di Paolo Veronese eseguito su ardesia.

[15] Trattasi di uno dei rari bozzetti eseguiti da Jacopo.

[16] Pavone M.A., 1997, pp. 235-236.

[17] Banzato D., 1997, pp. 219-221.

 

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