Ca’ Mocenigo a Venezia

 

Ca’ Mocenigo a San Stae

[ … ]  Dal fortuito ritrovamento dei documenti relativi al Registro delle Spese di Nozze, conservati nell’Archivio del Museo Correr, sappiamo datare con sicurezza l’evoluzione dei lavori ad affresco. Il primo intervento riguarda il quadraturista Agostino Mengozzi Colonna, figlio del più celebre Girolamo collaboratore inseparabile di Giambattista Tiepolo. Infatti nel corso del Settecento si qualificarono variate forme d’arte, nascono, per inciso, le specializzazioni. Accanto ad un pittore di figure lavora sempre uno specialista della decorazione prospettica, ossia un quadraturista.  [ … ]

Nella cosiddetta “camera della contessa”, l’Allegoria nuziale eseguita in omaggio agli sponsali con Laura Corner.  Innanzi tutto, in una cornice rotonda, cosiddetta a specchio, con un cielo di turchese pastello appaiono -in soffusi colori che ammorbidiscono il disegno-, assise su nuvole vaporose, le metafore di questo affresco.

Al centro un cuore trafitto, che rinvia all’Origine di Amore,  e infiammato custodito da un Uomo a man dritta e di una Donna [con la mano sinistra], […], e che  una sola catena di oro incateni il collo di ambidue, e che la detta catena abbi pendente un cuore, […]. E’ qui raffigurata, secondo l’Iconologia di Cesare Ripa,  la Concordia Maritale, solamente che in luogo della catena abbiamo una Venere che infiamma il cuore, Genetrix, simbolo di fecondità, quindi un augurio di prosperità nei confronti della coppia novella, oltretutto appare minacciosa perché impugna una freccia nella mano sinistra.

Quest’immagine muliebre, con freccia in mano rivolta verso il basso, si ritrova in un altro affresco di Jacopo, ossia nel soffitto della Sala dei Banchetti nel Palazzo Patriarcale in Venezia. Si tratta dell’Allegoria degli effetti della Pace (1767), ebbene, l’immagine di Pace che in quest’ultimo caso ha nella destra mano un ramo d’ulivo, non differenzia molto dall’immagine di Venere di Palazzo Mocenigo. A quest’ultima dunque, il compito di portare pace e armonia alla novella coppia di sposi.

Non v’è dubbio, la dea dell’Amore si riconosce poiché giunta col suo carro trainato da colombe, strette a un nastro da tre amorini con ali di farfalla, così come un putto, loro compagno, stringe tra le dita un tralcio di fiori, anch’essi attributo della divinità pagana.

Dalla parte opposta le tre Ore, altre divinità che fanno parte del corteo di Afrodite. Esse accompagneranno la vita degli sposi, sono custodi delle leggi morali e del ciclo delle stagioni e quindi alludono per l’ennesima volta alla vita matrimoniale che è composto di amore, di amicizia, e Benevolenza tra l’Uomo e la Donna, ordinato dalla Natura, e dalle Divine leggi, le quali vogliono, che il Marito e la Moglie siano due in una carne, che non possono essere divisi se non per morte. De fatti vedi Benevolenza, e unione matrimoniale .[1] A presenziare il corteo non poteva mancare Zefiro (altra divinità associata a Venere) che scende dal cielo con una fiaccola ardente (quest’ultima è immagine di Imeneo, protettore dei matrimoni), nella cui mano sinistra scende un drappo bianco (allegoria, forse, dello sciogliersi delle lingue dei poeti, e rinvia al gioco del fazzoletto[2]) che tiene con la destra. Al di sotto del gruppo principale Prosperità con la sua rigogliosa cornucopia, abbondante di fiori e spighe, simboli di ricchezza e floridezza, accompagnata da due bambini, assumerebbe anche il significato di Caritas. [ … ]

 

[1] Online: Iconologia di Cesare Ripa a cura dell’abate Cesare Orlandi, nelle stamperie di Piergiovanni Costantini, Perugia, MDXXLXV.

[2] Online, edizione del 1764-1767, Perugia, stamperie di Piergiovanni Costantini. Ma è probabile che il velo rinvii a una forma di eloquenza, ossia lo sciogliere le lingue in componimenti poetici per onorare il lieto evento delle nozze, come rivela ad esempio un brano poetico per il Duca Antonio Farnese In occasione di Sue Nozze, raccolto in Versi Sciolti/ di tre eccellentissimi moderni/ autori/ con alcune lettere non più stampate, in Venezia, MDCCVIII. Questo poemetto in versi sciolti è parte della raccolta dell’Abate C. I. Frugoni, nel finale è raffigurato Imeneo con la torcia accesa e un velo: poemetto a p. XLVI, v. 43-55, ss (A. di Ricco, 1997, p. 120). Alpago Novello, Gli incisori bellunesiSaggio storico bibliografico, in “Atti del reale istituto veneto di scienze, lettere ed arti”, 1939-40, XCLX, p. 555-556, identifica il velo come un “pannolino,” il che non è del tutto  improbabile definito il senso dell’allegoria., ma potrebbe alludere al gioco del fazzoletto, una gara a chi riesce a prendere il velo per poter così incoronare la propria dama.

 

 

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