Venezia: il Museo di Palazzo Mocenigo 3/6

 

Il Museo di Ca’ Mocenigo.

Dal fortuito ritrovamento dei documenti relativi al Registro delle Spese di Nozze, conservatinell’Archivio del Museo Correr, [1]  sappiamo datare con sicurezza l’evoluzione dei lavori ad affresco.  Il primo intervento riguarda il quadraturista Agostino Mengozzi Colonna, figlio del più celebre Girolamo collaboratore inseparabile di Giambattista Tiepolo. Infatti nel corso del Settecento si qualificarono variate forme d’arte, nascono, per inciso, le specializzazioni.

Accanto ad un pittore di figure lavora sempre uno specialista della decorazione prospettica, ossia un quadraturista. Questo è uno dei risultati della varietà multiforme dei generi che in questo periodo germogliarono copiosamente. [2]

Particolare dell’affresco della cosiddetta “Camera della Contessa”. Venezia, Ca’ Mocenigo.

 

Agostino Mengozzi Colonna (Venezia, 1725-1792) ricevette, dunque, tre rate di pagamento datate 30 aprile, 27 giugno e 26 agosto di 600 lire l’una per due soffitti ornati, uno grande e uno piccolo, dacordo zecchini 80 come da conto in filza n. 8 [3] di lire 1760. Lo stesso pittore lo attesta scrivendo: Adì 27 giugno 1787/ Da Sua Ecc.za ser Alvise Alvise Mocenigo cavalier, ricevo io Agostino Colonna pittor, lire seicento a queste a conto di pitture che sto facendo nel suo palazzo dominical in San Stae, dice lire seicento.[4]

 

Cosa interessante è che nel Registro delle Spese per le Nozze (c. 10) viene annotato un pagamento ad Alvise Caenella muratore perché aveva lasciato a disposizione dei pittori alcuni suoi dipendenti, probabilmente per la preparazione dell’arricciato per l’intonaco.

Molto più intrigante è la notizia riportata nello stesso carteggio di un intervento del medesimo ornatista a un ambiente del primo piano, una chiesetta, oggi purtroppo non identificabile. [5]  Allora, Agostino aveva preparato in anticipo le quadrature adibite a ospitare gli affreschi di Jacopo Guarana (Venezia 23 ottobre 1720-1 aprile 1808): l’ Allegoria nuziale e l’Apoteosi della famiglia Mocenigo. Il 19 agosto 1787, Jacopo riceve dal Mocenigo Kavalier cecchini d’oro da lire ventidue l’uno n. Cento per li due soffitti per le due camere grande per le figure dipinti a fresco nel Palazzo a San Stae, dice cecchini 100. Giacomo Guarana. [6]  E fino a che quest’ultimo era impegnato con una stanza, l’ornatista completava la seconda.

Particolare dell’affresco della cosiddetta “Camera della Contessa”. Venezia, Ca’ Mocenigo.

 

Nella cosiddetta “camera della contessa”, l’Allegoria nuziale eseguita in omaggio agli sponsali con Laura Corner.  Innanzi tutto, in una cornice rotonda, cosiddetta a specchio, con un cielo di turchese pastello appaiono -in soffusi colori che ammorbidiscono il disegno-, assise su nuvole vaporose, le metafore di questo affresco.

 

Al centro un cuore trafitto, che rinvia all’Origine di Amore, [7]  e infiammato custodito da un Uomo a man dritta e di una Donna [con la mano sinistra], […], e che  una sola catena di oro incateni il collo di ambidue, e che la detta catena abbi pendente un cuore, […]. E’ qui raffigurata, secondo l’Iconologia di Cesare Ripa, [8]  la Concordia Maritale, solamente che in luogo della catena abbiamo una Venere che infiamma il cuore, Genetrix, simbolo di fecondità, quindi un augurio di prosperità nei confronti della coppia novella, oltretutto appare minacciosa perché impugna una freccia nella mano sinistra.

Quest’immagine muliebre, con freccia in mano rivolta verso il basso, si ritrova in un altro affresco di Jacopo, ossia nel soffitto della Sala dei Banchetti nel Palazzo Patriarcale in Venezia. Si tratta dell’Allegoria degli effetti della Pace (1767), ebbene, l’immagine di Pace che in quest’ultimo caso ha nella destra mano un ramo d’ulivo, non differenzia molto dall’immagine di Venere di Palazzo Mocenigo. A quest’ultima dunque, il compito di portare pace e armonia alla novella coppia di sposi.

Non v’è dubbio, la dea dell’Amore si riconosce poiché giunta col suo carro trainato da colombe, strette ad un nastro da tre amorini con ali di farfalla, così come un putto, loro compagno, stringe tra le dita un tralcio di fiori, anch’essi attributo della divinità pagana.

Dalla parte opposta le tre Ore, altre divinità che fanno parte del corteo di Afrodite. Esse accompagneranno la vita degli sposi, sono custodi delle leggi morali e del ciclo delle stagioni e quindi alludono per l’ennesima volta alla vita matrimoniale che è composto di amore, di amicizia, e Benevolenza tra l’Uomo e la Donna, ordinato dalla Natura, e dalle Divine leggi, le quali vogliono, che il Marito e la Moglie siano due in una carne, che non possono essere divisi se non per morte. De fatti vedi Benevolenza, e unione matrimoniale .[9]   A presenziare il corteo non poteva mancare Zefiro (altra divinità associata a Venere) che scende dal cielo con una fiaccola ardente (quest’ultima è immagine di Imeneo, protettore dei matrimoni), nella cui mano sinistra scende un drappo bianco (allegoria, forse, dello sciogliersi delle lingue dei poeti, ma è probabile identificarlo come un pannolino  [10]) che tiene con la destra. Al di sotto del gruppo principale Prosperità con la sua rigogliosa cornucopia, abbondante di fiori e spighe, simboli di ricchezza e floridezza, accompagnata da due bambini, assumerebbe anche il significato di Caritas.

Particolare della quadratura del soffitto della “Camera della Contessa.”

Ad Agostino Mengozzi Colonna spetta l’elegante recinto a trompe l’oeil. Le nuvole, su cui poggia Abbondanza, fuoriescono dal limite della cornice a foglie di alloro dorate, come se volessero invadere lo spazio dell’ornato a monocromo grigio-azzurro dell’apparato a finte nicchie concave.

Queste sono ornate da sottili decori floreali pendenti alla sommità e con cornici in finto stucco. Un’illusione di verisimiglianza che vuole mischiare realtà quotidiana il tempo mitico trasposto nelle allegorie che invadono questa sorta di cupola elaborata in rientranze è sorretta da una cornice, altrettanto elaborata dei suoi elementi architettonici. Sui quattro lati lunghi, nicchie che sembrano palchetti.

Per giocare con l’illusione prospettica il pittore quadraturista crea una rientranza in profondità, fondata sul soffitto a rosoni inquadrati e sui pilastri d’angolo che si sviluppano in altrettante quattro incavature. Al centro dei lati lunghi s’intravvedono testoline avviluppate da foglie che diramano, sviluppandosi su un’intelaiatura rosa antico, ornata sulla sommità, mentre sugli angoli emergono quattro ovali grisailles che simulano bassorilievi con le personificazioni di PitturaScultura, Poesia e Musica, sopra di questi, colombe e sulla cornice penzolano fiori e strumenti musicali quali: una tromba e un violoncello con uno spartito musicale, un flauto di Pan e un liuto, un tamburino o cembalo e un piffero; una faretra allentata e delle frecce, una fiaccola ardente. [11]

Un vero tributo alle Arti e all’Amore coniugale.

Particolare della quadratura del soffitto della “Camera della Contessa.”

 

 

 

[1] I. Di Sorio (1974, p. 71) 1981, p. 76 ss.  Si tratta di una serie di foglietti numerati, ricevute di pagamento che erano state tutte legate al margine da una corda. Quando vennero sciolti, parte rimase nell’Archivio Mocenigo (che ancora contiene le spese di nozze), parte prima confluì in nella raccolta Stefani di Venezia, in seguito nell’Archivio del Museo Correr.

[2] I ritratti intimi o il ritratto aulico; i quadri dei vedutisti, i capricci o i più intimi dipinti degli interni veneziani; le tematiche di storia o di mitologia; le tematiche religiose o di allegorie. Insomma, un vero proliferare di coriandoli colorati, e di disegni realizzati in vario modo, squisitezze per i collezionisti. Senza poi dimenticare che il secolo comprende la grande stagione delle tipografie veneziane che, del libro illustrato e degli album, fecero un vero e proprio commercio d’arte del rame.

[3] Il n. 8 di questa polizza corrisponde al Registro delle “Spese Nozze” II M. [Mocenigo], c. [carta] 6. I. di Sorio, 1981, 76, nota 5.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] I. di Ricco, 1974, p. 71; 1981, p. 76, nota 7.

[7] Cesare Ripa, Iconologia, a cura di Pietro Buscaroli, Tea Arte, 2002, pp. 64-65; online, edizione del 1764-1767, Perugia, stamperie di Piergiovanni Costantini.

[8] Ibidem.

[9] Online: Iconologia di Cesare Ripa a cura dell’abate Cesare Orlandi, nelle stamperie di Piergiovanni Costantini, Perugia, MDXXLXV.

[10] Online, edizione del 1764-1767, Perugia, stamperie di Piergiovanni Costantini. Ma è probabile che il velo rinvii a una forma di eloquenza, ossia lo sciogliere le lingue in componimenti poetici per onorare il lieto evento delle nozze, come rivela ad esempio un brano poetico per il Duca Antonio Farnese In occasione di Sue Nozze, raccolto in Versi Sciolti/ di tre eccellentissimi moderni/ autori/ con alcune lettere non più stampate, in Venezia, MDCCVIII. Questo poemetto in versi sciolti è parte della raccolta dell’Abate C. I. Frugoni, nel finale è raffigurato Imeneo con la torcia accesa e un velo: poemetto a p. XLVI, v. 43-55, ss (A. di Ricco, 1997, p. 120). Alpago Novello, Gli incisori bellunesiSaggio storico bibliografico, in “Atti del reale istituto veneto di scienze, lettere ed arti”, 1939-40, XCLX, p. 555-556, identifica il velo come un “pannolino,” il che non è improbabile definito il senso dell’allegoria.

[11] Sul pavimento, in mosaico veneziano, lo stemma della famiglia, diviso in due campi orizzontali, quello sottostante con fondo argento e una rosa blu a cinque petali con bottone argenteo, quello sovrastante a fondo blu con una rosa a cinque petali con bottone blu; sormontato dal corno ducale incorniciato da una corona.

 

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