L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 3/3

 

Un po’ di storia 

L’oratorio di San Rocco, costruito in diversi momenti, subì un accurato restauro nelle varie sue parti, specie nei muri più antichi, detti “a casella”[1]-cioè formati da due pareti parallele di centimetri 15 di spessore riempite di circa di centimetri 20 di brecciame vario legato con malta magra. Nella parete est, si formarono dei vuoti interni dovuti alla corrosione di questa malta, causati dagli insetti e vari animaletti che lì avevano allestito le proprie tane e il cui lavoro secolare aveva progressivamente deteriorato e ridotto in polvere lo spessore interno del muro, minacciando la parete esterna.

 

 

I danni peggiori per la muratura e di conseguenza per gli affreschi si ebbero con la costruzione di piccoli edifici nell’angolo tra la chiesa e la scuola, utilizzati come stanze e gabinetti igienici della Confraternita (documentati dal restauro Moschetti dopo di che abbattuti).

 

 

Parte del quartiere di Santa Lucia (Catasto della Biblioteca Civica di Padova). Catasto d’impianto italiano, 1902.

 

Nella parte del muro rimasto libero, quello verso la testa del presbiterio che includeva una parte della parete della locanda, era stata installata una mangiatoia (ancora visibile nel catasto francese del 1811) con una tettoia adibita a stalla, costruita per i contadini che per tre volte alla settimana si recavano al mercato cittadino (queste parti non compaiono più nel casato austriaco, 1838-1846).

 

Parte del quartiere di Santa Lucia (Catasto della Biblioteca Civica di Padova).  Catasto francese napoleonico, 1811. 

 

 

Parte del quartiere di Santa Lucia (Catasto della Biblioteca Civica di Padova). Catasto austriaco, 1838-1846.

 

Con il passare del tempo l’umidità penetrò nelle intercapedini delle mura, e con essa i sali nitrosi e ammoniacali e recentemente lo smog. Questi fattori resero instabile la muratura -in gran parte rifatta all’inizio del secolo scorso-, e intaccarono gravemente gli affreschi della parete orientale, oggi quasi illeggibili. Attualmente questa parte del muro, come il resto dell’edificio -così ha suggerito  Banzato-[2] è stata resa impermeabile dal nuovo intonaco, che ha rispettato l’eterogeneità dell’edificio mettendo in evidenza la merlatura ghibellina appartenuta al vecchio capitolo. La parte orientale espone solamente una finestra, contrariamente alla parte ad ovest che ne presenta otto, più un nuovo portale, sopra il quale si apre un oculo immediatamente replicato tra le due finestre a sinistra di chi guarda.[3] Si può ancora osservare la grossa fenditura fra vecchio e nuovo Capitolo, che durante il restauro Moschetti venne riempita da una colata di cemento e stuccata. Nonostante questo intervento l’acqua piovana filtrava fra le fessure dei muri e del tetto, acqua “che, dilavando l’esterno arrivava fino agli affreschi,”[4]situazione denunciata da Banzato al tempo dell’ultimo intervento sull’edificio (1984), e che solo nell’estate del 2010, si è provveduto a sistemare, sostituendo la colata di cemento e stuccando la fenditura con malte appropriate, le quali sono state applicate ai mattoni per impermeabilizzarli. Nel 1985 si era già provveduto a levare via dal piccolo scantinato -quello che è stato definito ‘la sala di sotto’- e dalla zoccolatura a finto marmo le parti cementizie per sostituirle con nuove malte che permisero la traspirazione dei muri. La seconda entrata, più piccola rispetto al portale di facciata, fu realizzata durante i lavori di ampliamento del capitolo: la sua parte decorativa risale al 1531 è di pietra semplice ornata di un architrave, sormontato da una piccola nicchia sulla quale era stata messa, fin dal secolo XVIII, una statuina di San Rocco. Questo secondo portale aveva una decorazione architettonica interna di cui rimane la sporgenza di un architrave “rozzamente disgregato;”[5] il fedele accedeva alla sala per mezzo di una gradinata scavata nel pavimento dell’oratorio, essendo la nuova porta più bassa in relazione al capitolo. Infissa nella parete interna, a sinistra di chi guarda, c’era una piletta d’acqua santa dello stesso periodo e della cui decorazione restava, appena visibile, la croce vermiglia di san Rocco e ancora presente una piccola nicchia con simile decorazione.

Questo strano edificio mostra nella planimetria tutta la sua evoluzione architettonica; infatti quando si costruì non si badò a rendere parallele le pareti, e ne risultò un’accozzaglia di membri: la pianta “ha la forma di due trapezi irregolari riuniti per il lato minore, ha una lunghezza massima di circa metri 11 e una minima nel mezzo (tra i due capitoli) di metri 9,90; una profondità massima di metri 23,30 e una minima di metri 22,90”[6].

L’Oratorio cinquecentesco con l’aggiunta della sala superiore adibita a luogo di riunione capitolare, raggiunge -dal pavimento della piazza- un’altezza di metri 14,60 fino alla linea superiore del cornicione; metri 17,60 sino al vertice del frontone (avente un piccolo occhio al centro).

La zona presbiterale, sopraelevata di un gradino dal pavimento, priva di abside, è scandita da tre archi a tutto-sesto poggianti su muri laterali e sorretti da due colonne con capitello ionico.

 

Oratorio di San Rocco, interno (Padova).

 

A tale scansione corrisponde la ritmica di tre campate a crociera che erano costruite di mattoni (sostituite con “centinelle”[7] o meglio lunette a graticcio). A causa dell’uso che si fece dell’Oratorio -dopo la soppressione della Confraternita agli inizi del secolo XIX- il piano inferiore venne adibito a magazzino e si accumularono ogni sorta di rifiuti. Il piano superiore non solo era divenuto una sorta di teatrino per i bambini ma era stato trasformato nella lavanderia della famiglia del sagrestano che, abitando in stanze attigue, usufruiva di questi spazi come meglio riteneva, senza rendersi conto dei danni che le infiltrazioni d’acqua causavano agli affreschi.  Non reggendo più le spinte le colonne cominciarono a svincolarsi dall’asse portante, seguì l’inclinazione degli archi e gli affreschi vennero intonacati. Odiernamente questa zona -che subì un controllo nel 1984- si può ancora ammirare grazie al restauro Moschetti, che si avvalse della competenza dell’ingegnere Paleotti per l’armatura delle volte, la demolizione di queste e del tratto del pavimento del piano superiore, sostituito con una “soletta di cemento armato”[8]sotto la quale vennero fissate le crociere, dopo avere messo in asse le colonne e raddrizzato gli archi. La decorazione precedente che era costituita da “fasce ornamentali a girari di fogliami in chiaroscuro cingenti campi azzurri stellati d’oro,”venne   rilevata e rifatta identica dal professore Giuseppe Cherubini di Venezia. Nel 1950 sotto la direzione del Forlati, questa zona venne nuovamente sistemata: l’arcata destra del presbiterio che si era staccata dalla muratura di circa 20 centimetri si sottopose a una risistemazione e la muratura della piccola sacrestia anch’essa deteriorata fu ricostruita.[9]

La facciata dell’Oratorio è molto semplice, plasticamente ornata da un sobrio timpano rinascimentale di matrice imperiale romana -ricordiamo a proposito le edicole cieche all’interno del Pantheon-, e da un bel portale di pietra di Nanto (1544).[10]

La superficie ad intonaco della facciata è stata graffita con un ornato lineare che contorna il perimetro delle finestre e l’oculo centrale con fasce di gradazione bianco-grigio. La chiave di volta delle due finestre al piano superiore e dell’oculo è disegnata da un’anfora di color rosso che tocca la base del cornicione del timpano. Queste parti sono state fatte rifare da Moschetti.[11] Attualmente, dopo l’ultimo intervento, tutti i muri dell’edificio sono stati intonacati con una tinta di colore “ocra-giallo chiaro”o “bianco antico,”e sono state lasciate visibili le chiavi di volta. Anche il timpano era ornato da una fascia rossa a più listelli che lo cingeva sui tre lati; pure questa rifatta nel 1926-1929.

La decorazione ad affresco, opera di un allievo di Gualtiero Padovano, che ornava lo spazio della facciata era completamente scomparsa -Moschetti vide solamente una leggera coloritura azzurra, memore di quell’affresco che solo i documenti d’archivio testimoniano.

Interessante il cornicione di terracotta, un vero capolavoro di abilità manuale, giacché consta di “mattoni e mattoncini”[12]adattati da mano esperta. E’ costituito da diverse modanature coronate da una cornice di forte aggetto sostenuta da modiglioni ad astragalo. “Il fregio piano è ricavato dalla stessa parete coi mattoni lisciati a faccia a vista,”[13] nella parte superiore dentellato.  “I modiglioni sono formati da sei mattoni -tre sopra, tre sotto- posti in taglio affiancati e sagomati ad astragalo in modo che il rocchetto superiore, tangente la cornice d’aggetto, consti di un anello mediano a sezione cilindrica e di due ali inclinate verso il mezzo.”[14] Sopra i modiglioni due file di mattoni e una terza costituita da una cornice aggettante. Questo fregio, che inizia dal timpano, per percorrere il fianco occidentale della struttura, è molto utile perché permette di datare la costruzione dell’oratorio, nonostante la lacunosità del Libro dei Conti (rimangono poche annotazioni relative  all’ottobre del 1525; altre prima del luglio del 1530, due note nel 1533 e nel 1534, mentre le ultime seguono un arco di tempo che procede dall’agosto del 1536 al settembre 1542).

Nel quaderno delle spese il “massaro”[15](custode) di San Rocco registrava le spese per la muratura ed altro dal giugno 1524 al 11 maggio 1525 fatte per la fabbrica della jesia de santa Lucia, e dal 16 giugno al 5 ottobre del 1525 fatte per la fabbrica delle intrà e per spesa fatta in la jesia de santa Lucia.[16] E’ ignoto il motivo per il quale il custode di San Rocco registrasse le spese per la chiesa di Santa Lucia e non si conoscono le connessioni che intercorrevano tra i due enti, probabilmente come accadde per la suddetta Croce in argento, entrambi usufruirono delle elemosina versate dai fedeli per accomodare al meglio i propri fabbricati. Anche Moschetti ritiene che le spese riguardassero in comunanza entrambe le comunità “come lascia credere la distinzione tra la chiesa di santa Lucia e  l’intrà, cioè l’entrata o sala inferiore del capitolo,”[17]mentre la sala superiore era esclusivamente destinata alle riunioni capitolari.[18] Le spese per l’oratorio continuarono fino al 1527.[19]

L’oratorio è a due piani, quello superiore è stato aggiunto nel 1527-1528. I due piani sono divisi da un soffitto alla sansovina, le cui spese, per la travatura lignea fatta giungere da Venezia per barca, sono registrate nel luglio 1530: il 20 luglio 1530 il maestro Piero marangon (ossia il carpentiere o falegname) veniva pagato per aver sistemato la travatura destinata a reggere il soffitto della sala capitolare, lavoro che lo impegnò dal 2 aprile al 2 luglio 1530. Il 30 luglio 1530 si versava ancora a Pietro la quota per manifattura del solaro,[20] insomma per avere realizzato il soffitto alla sansovina che è ancora quello originale, integrato dal restauro Moschetti. E’ formato da una fitta travatura spartita in piccoli cassettoni decorati ai bordi perimetrali da un piccolo fregio di romboidi gialli e neri. Il fondo dei piccoli cassettoni e della travatura non è lavorato: sopra le assi che coprono le travi e che formano il fondo dei cassettoni posano con poca malta le piastrelle in cotto. Nel corso del secolo XVIII si provvide a sostituire alcune travi e alcune assi. Durante il ‘restauro Moschetti,’se ne constatò la precarietà e se ne dispose la riparazione. Non si poteva sostituirlo per la spesa troppo ingente, così inizialmente si pensò a correggerlo rafforzando i capi delle travi che erano più danneggiati per mezzo di una trave lungo le pareti, modellata e colorata come il fregio dipinto, che sarebbe stato non solo coperto da questa cornice ma pure danneggiato, perché per sostenerla “sarebbero stati necessari dei modiglioni infissi nei muri”[21] che avrebbero guastato irrimediabilmente il fregio, come malauguratamente si può constatare nella Scuola del Carmine. Allora si collocarono dei modiglioni “sovrapposti e infissi nella parete fra trave e trave, ai quali la cornice o trave di sostegno venne legata con robuste imbrache di ferro”[22] per sostenere parte del peso del soffitto-pavimento del Capitolo. Le travi con grosse fenditure vennero otturate con innesti di legno nascosto da una tinta simile all’antica coloritura. Interessante l’opera del ripristino del colore originale svolta dal Moschetti, quest’ultimo colse come esempio l’affresco raffigurante la preghiera dei genitori di san Rocco del Tessari per riprenderne la tinteggiatura rosso cupo dei cassettoni e la fascia grigiastra della travatura dipinta, formante il soffitto della stanza in cui avviene l’evento. Il risultato entusiasmò l’équipe Moschetti “perché il soffitto dell’oratorio si unì armoniosamente con l’intonazione cromatica generale degli affreschi.”[23] Moschetti in conclusione si convinse che l’oratorio nelle sue parti architettoniche era completo prima di quell’anno (1530), dal momento che si pensava a sistemare l’interno. A  supporto di questa giusta teoria vi è Mancini che ricorda un fatto -come lui stesso dice- non appurato dagli studiosi e che permette di circoscrivere la prima campagna di lavori dal 1525 al 1527, in una data che non va oltre la primavera del 1528. Il 4 marzo 1528 lo speziale padovano Giovanni Battista de Meneghini, residente al Pomo  d’Oro,[24] desiderando ricostruire parte della propria casa e di ornarla con una bella cornice in tutto simile a quella che decora la fronte e il lato ovest dell’Oratorio di san Rocco, ingaggiò i due maestri muratori, Francesco di Lorenzo e Giovanni Maria di Castelfranco che avevano lavorato per la Confraternita. Se dunque ser Giovanni rimase affascinato dall’archetipo ornamentale di San Rocco nel marzo del 1528 è logico dedurre che a quell’altezza temporale la scuola nel suo involucro strutturale fosse completa.

Sulla facciata si possono ammirare un frammento di pietra di Nanto con una Croce, fatto rifare dal Moschetti dopo che ne ebbe rilevato la sagomatura; e un piccolo campanile a bifora fiancheggiata da colonnine con capitelli sormontati da un frontone triangolare che apre nel mezzo della bifora una  fenditura arcuata, tutto decorato col graffito e tinto di un colore rosso mattone.

All’inizio del secolo scorso si presentava molto rovinato e mancante di una campanella, fatta rimuovere per la decomposizione del giogo ligneo che la reggeva. Moschetti ne seguì il restauro con la medesima procedura della facciata, ossia risanando le pareti in muratura e rifacendo l’intonaco.

Anche le tegole a spiovente vennero in parte sostituite, cementate, “la Croce e la banderuola rinsaldata.”[25]

Il quaderno dei conti che permette di ricostruire parte degli avvenimenti che seguono la costruzione dell’Oratorio, non ha ricordi nel periodo successivo il 5 ottobre 1525 fino al luglio del 1530.

Non si può dire se i lavori fossero stati sospesi per mancanza di fondi o non si ritenesse opportuno registrare le piccole spese, tuttavia anche in quel lasso di tempo si fece qualcosa, così testimonia la pila d’acqua santa in marmo bianco di Verona collocata a sinistra dell’ingresso principale, sigillata con lo stemma di un anonimo donatore, oppure si tratta dello stemma di qualche cooperativa che tramite il prezioso dono garantiva la sua presenza all’interno della Confraternita.

La registrazione delle spese riprende nel 1530 per la travatura del soffitto alla sansovina e prosegue: nel 1530 per i lavori alla scala lignea che conduce al vero e proprio capitolo, nel 1533 si lavora alla sala superiore dove si prepara l’altare destinato ad accogliere il Trittico di Tiziano Minio e si costituisce il solaio sopra l’altare, ed in seguito verrà completato il resto del soffitto.

Il Mancini ricorda, in quel che riguarda la parte in affresco, che le più antiche documentazioni non sembrano anteriori al 1536, quando il 3 aprile si registra il pagamento a Gualtiero Dall’Arzere.

Anche Moschetti, nonostante riporti le annotazioni del registro delle spese, sembra molto più interessato al medesimo giorno che non alle annotazioni precedenti quella data, le quali rilevano il pagamento versato a un muratore per avere intonacato la parete e preparato l’armatura per el depentore.[26] Due registrazioni queste del 1534 che assieme ai dati stilistici anno permesso ad Alessandro Ballarin di capire gli sviluppi evolutivi degli affreschi. Gualtiero riscosse i pagamenti fino al 12 agosto 1537, dopo di che il nulla.

La voce del Libro dei Conti compare nuovamente per registrare le spese versate al Vescovo per benedire il Capitolo. Ma la data della consacrazione dell’Oratorio non è attendibile poiché abbiamo tre documentazioni diverse: per prima ricordiamo la registrazione del quaderno delle spese che porta la data 29 settembre 1542;[27]segue una iscrizione dipinta sotto la terza finestra a sinistra di fianco alla porta che sola -ricorda Moschetti- in quegli anni era aperta, e porta la data 7 novembre 1540; la terza testimonianza riguarda una lapide, collocata nell’arco della scala che conduce al capitolo superiore, questa risale al 10 aprile 1685, sottoscritta dal custode Claudio Grisato e fatta incidere dal guardiano Paolo de’ Marano e degli amministratori della compagnia Antonio Bolognato e Carlo Prandino. La lapide ricorda che il capitolo di San Rocco venne consacrato e benedetto il giorno 7 novembre 1542: si tratta dunque di un’asserzione posteriore desunta da documenti ufficiali scomparsi. E’ per questo plausibile pensare che non sia stato il presule a calpestare il suolo dell’oratorio, per imporvi la sua benedizione, bensì un suo vicario o suffraganeo dato che all’epoca i vescovi che soggiornavano alla corte di Roma, lontano dalle proprie diocesi, si affaccendavano come abili funamboli, nei risvolti della politica temporale.[28] La consacrazione dell’oratorio fu ufficiata “nell’era dei Pisani:”[29]nel 1525 il cardinale Francesco Pisani venne eletto, attraverso il “criterio romano”[30] di scelta, vescovo di Padova, e a partire dal 1555, associò al governo della diocesi il nipote e cardinale Alvise, un’abile manovra per tenere in famiglia non solo le rendite beneficiali dell’Episcopato di Padova, ma anche quelle dei vescovadi e delle abazie di cui era entrato in possesso, per meglio gestire un’ingente fortuna famigliare. Di conseguenza, nel settembre del 1542 l’episcopo o meglio il suo sostituto venne invitato dietro compenso, e nel novembre dello stesso anno si interessò di persona a visitare lo stesso Oratorio per consacrarlo una seconda volta (la prima benedizione è datata 7 novembre 1540).

I lavori di pittura continuarono anche dopo la benedizione, sino al 1544. Ipotesi confermata dalla decorazione a ornato sul frontale del presbiterio, recante, nel mezzo del fogliame buffe teste che scaturiscono dai virgulti, tronchi e ramificazioni che si concludono in sfingi (simbolo dei misteri della fede), uccelli di varia natura e putti giocosi, due lobi con mezze figure dei Santi titolari della Confraternita in asse con le colonne che sorreggono gli archi dello spazio presbiterale, e all’estremità di questa specie d’iconostasi, due mezzi quadrifogli, con su scritto dal lato sinistro A. M. D., dall’altro XXX-XIIII, ossia: A[nno] MDXXXXIIII.

Nello stesso 1544 vengono registrati una serie di interventi: si faceva decorare con affreschi la facciata dell’oratorio da un pittore che Gualtiero scelse, il quale viene citato e ricompensato come imprenditore dell’opera;[31]si retribuiva allo scultore Giovanni Battista, non meglio identificato, una statuina di san Rocco che Moschetti ritiene decorasse l’altare della sala d’ingresso; se questa ipotesi fosse confermata si dovrà pensare che accanto alla statuina di san Rocco non mancasse il suo corrispettivo, ossia la statuina di Santa Lucia. Queste sembianze  plastiche -cogliendo il modello dell’ara maggiore del Santo- dovevano trovarsi ai margini dell’altare, e nel mezzo doveva essere stata collocata l’immagine della Vergine col Bambino. Tuttavia, dato che nel registro dei conti si parla solo di una singola statuina di san Rocco, si potrebbe pensare, con maggior ragione, che si trattasse dell’immagine collocata  entro la nicchia sopra il portale occidentale dell’Oratorio, in seguito sostituita da quella che il Moschetti definì “una orribile statuina policroma settecentesca di san Rocco.”[32]E in conclusione, si faceva eseguire il bel portale architettonico sormontato anch’esso da un timpano, una ripetizione di quelli che compaiono sulla facciata e sul piccolo campanile. Realizzato -come dice il documento relativo, riportato da A. Sartori- il 4 giugno 1544 dal “lapicida Antonio, di Gianmatteo, del Ponte dei Todi, si impegna a fare alla Scuola di san Rocco di Padova, in pietra di Nanto, il portale d’ingresso.”[33] La pietra di Nanto, materia arenaria alquanto porosa e friabile, sarà stata certamente una spesa non onerosa per la Confraternita, ma purtroppo anche poco durevole col passare degli anni. Moschetti ricorda che erano deperite tutte le cornici del frontone triangolare, i fusti e le basi delle colonne, i capitelli e le basi dei piedritti; erano ancora abbastanza intatti “l’arco e i pilastrini della porta, l’architrave della trabeazione, gli eleganti capitelli corinzi. Anche il fusto dei piedritti per quanto guastato alla superficie poté essere salvato.”[34] Quel che non riuscì a salvare fu rifatto col medesimo materiale, pure l’uscio fu restaurato come la gradinata di macigno che accompagna al portale d’ingresso. Nel gennaio 1545 si registrano delle piccole spese per accomodare il tetto del capitolo.

Nel 1559[35]si realizzano le finestre ad arco della sala superiore che fino ad allora era adorna del trittico di Tiziano Minio; vi si completa il soffitto che venne decorato con pezze d’oro, come testimonia il quaderno delle spese,[36] e vennero in quell’occasione decorate le pareti dal maestro Stefano Dell’Arzere, il quale come era solito fare usò una parte dell’oro acquistato per abbellire gli affreschi. Stefano operò in loco dal 7 giugno al 17 agosto del 1559[37] (lo stesso giorno vennero tolte le armature).

L’ultimo importante intervento che riguardò il decoro della scuola risale al 1697, come è testimoniato da due piccole iscrizioni in pietra ai lati dell’altare. In quell’anno infatti i confratelli decisero di abbellire l’altare della sala d’entrata, rifatto secondo il gusto tardo barocco del tempo con marmi policromi incastonati su un marmo bianco di Carrara, un decoro che strideva con l’ambiente cinquecentesco. Nel corso del restauro Moschetti si tolsero dalla cimasa lo stemma e i due angioletti che probabilmente lo sostenevano, allora apparve sotto la decorazione marmorea il decoro cinquecentesco ad affresco raffigurante due putti, che ornavano il vecchio altare molto più semplice rispetto all’ultimo intervento. Si decise allora di togliere anche i due rozzi fogliami che cadendo dalla cimasa scivolavano ai fianchi dell’altare, in questo modo l’ara distillata dalla pomposa decorazione barocca, riacquistò una linearità classica più consona al resto della decorazione.

 

Bottega di Alessandro Maganza, Vergine col Bambino, i santi Rocco, Lucia, e san Carlo Borromeo.

 

La tela ad olio che impreziosisce l’altare, che non aveva subito gravi danni, venne ripulita e stuccata “in alcune piccole parti”[38]dal professore Angelo Moro in concomitanza con l’intervento Moschetti. Nell’Archivio della Scuola non ne viene menzionato l’artista che con ogni probabilità apparteneva alla bottega di Alessandro Maganza (1556-1630/40), pittore vicentino attivissimo nel territorio veneto. Non ci è dato sapere quale tavola, affresco o raffigurazione plastica ornasse l’altare prima dell’ultimo intervento, ma possiamo supporre che si trattasse di una effige mariana, poiché la Vergine era stata promossa quale protettrice delle confraternite e in altri locali utilizzati dalle assemblee -come la Scuola del Carmine, la Scuola dal Santo, l’oratorio del Redentore-[39] compare l’immagine rassicurante della Vergine con il Bambino.  E, oltre a ciò, Padova vantava, e vanta a tutt’oggi, un’antica devozione mariana. Nella città era giunta tra il secolo VIII e IX l’icona della Madonna di Costantinopoli che la tradizione attribuisce alla mano dell’Evangelista Luca. A trafugarla dalla Basilica dei Dodici Apostoli in Costantinopoli fu il custode, prete Urio, che assieme ad essa portò nella chiesa di Santa Giustina in Padova il corpo di san Luca e i resti di san Mattia, per sottrarli alla furia iconoclasta.

 

San Luca Evangelista che ritrae la Vergine Maria col Bambino Gesù.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

[1]  Banzato, 1985, p. 85.

[2]  Banzato, 1985, p. 102-103.

[3]  Per secoli le finestre rimasero prive di vetri. La sagomatura ad arco delle finestre del lato occidentale era stata  mutata in rettangolare con un lavoro di scalpello. In seguito al restauro del 1929, tornarono alla loro forma originale. Furono anche sostituiti i telai delle vetrate e le vetrate stesse, che a tutt’oggi presentano una replica dell’antica decorazione: nelle lunette vetri radiali nel cui centro compare una decorazione con tre foglie di vetro verde; e negli sportelli vetri ottagoni in piombo.

[4]  Banzato, 1985, p. 103.

[5]  Moschetti, 1930, p. 20.

[6]  Moschetti, 1930, p. 21. Ricordiamo la planimetria della Scuola di san Giovanni Evangelista e della Scuola di san Marco entrambe a Venezia, non mi sembra che sia prerogativa di tutti questi ambienti avere una pianta simmetrica. Quella del nostro oratorio però è chiaramente irregolare, in quanto segue il tracciato urbano delle costruzioni precedenti. Anche la Scuola della Carità in Padova non ha una pianta regolare, perché era una residenza privata poi adeguata per le assemblee della confraternita omonima.

[7]  Moschetti, 1930, 33.

[8]  Ibidem.

[9]  Banzato, 1985, p. 89.

[10]  La pietra di Nanto (località in provincia di Vicenza) è una pietra calcarea proveniente dai colli Berici. Le pietre di tale zona si presentano malleabili alla lavorazione, e per tale motivo sono chiamate pietre tenere. Esse sono divise in due gruppi a seconda del materiale di composizione che ne determina anche l’età: la pietra di Nanto risale a cinquanta milioni di anni fa, mentre la pietra di Vicenza del secondo gruppo è la più recente. Quest’ultima era prediletta dai romani che la impiegavano per le decorazioni di esterni grazie alla sua resistenza. La solidità di tale pietra spetta al fatto della carbonatazione. Si tratta di un fenomeno chimico causato dagli agenti atmosferici che,  gradatamente, facilitano lo scioglimento del calcare e dei sali contenuti nella pietra, i quali raggiunta la superficie solidificano costituendo uno strato di calcite che rende la pietra meno porosa e più resistente. Nella pietra di Nanto tale fenomeno chimico avviene in minor misura.

[11]  Moschetti, 1930, p. 27: “due anfore di volta sono originali.”

[12]  Moschetti, 1930, p. 26.

[13]  Moschetti, 1930, p. 26-27.

[14]  Ibidem.

[15]  Moschetti, 1930, p. 21.

[16]  Ibidem.

[17]  Ibidem.

[18]  Ibidem.

[19]  Moschetti, 1930, p. 64. Nel Libro B, la data 24 febbraio 1527 registra una riunione capitolare nella quale il guardiano di san Rocco sollecitò i membri della Confraternita a versare delle cospicue tasse e a vendere gli argenti (ex voto) per fare le ditte cose, che purtroppo non sono state specificate, ma sicuramente riguardavano il fabbricato.

[20]  Moschetti, 1930, p. 64, documento XIV: c. 19, c. 25.

[21]  Moschetti, 1930, p. 34.

[22]  Ibidem.

[23]  Ibidem.

[24]  Mancini, 2000, p. 97: “casa formante angolo tra la contrada del Duomo e quella delle Beccherie vecchie,”oggi via Daniele Manin; e E. Rigoni, 1970, p. 167.

[25]  Moschetti, 1930, p. 28.

[26]  Moschetti, 1930, p. 64: documento XIV, c. 28. Il 17 febbraio si registra il pagamento della calce e seguono altre  spese per la travatura, le pietre, la sabbia, ecc …; il 20 marzo si riporta il pagamento del muratore che aveva preparato l’intonaco del muro e l’armatura per il pittore. Il depentore che compare il 27 novembre è colui che affrescò la parete.

[27]  Moschetti, 1930, p. 64: documento XIV, c. 36.

[28]  Ormai lontani dai criteri di scelta del primo Quattrocento che rispondevano ad un’elezione democratica il cui il candidato alla cattedra episcopale si presentava a Roma con il consenso e il maggior numero dei voti dati del Senato cittadino: “allora c’era un miscuglio di riformismo religioso e di buon governo, ora a trionfare era il maneggio” politico, e le alleanze convenienti di abili diplomatici (Gios, 1996, p. 206).

[29]  Gios, 1996, p. 206.

[30]  Ibidem.

[31]  Moschetti, 1930, p. 66, nota 31. Lo storico dell’arte A. Moschetti osservò la diversità della formula di registrazione: “speso per lo depentore dela faza della Scola havè mistro Gualtiero depentore.”

[32]  Moschetti, 1930, p. 19.

[33]  Sartori, 1976, p. 447; Moschetti, 1930, p. 64, documento XIV, c. 37: qui il registro annota la data 16 agosto, nella  quale venne pagato il detto tagliapietra.

[34]  Moschetti, 1930, p. 29.

[35]  Moschetti, 1930 p. 64-65, documento XIV, c. 52 e seguenti.

[36]  Moschetti, 1930, p. 65, documento XIV, c. 52, 53,54: l’oro per ornare il capitolo fu acquistato a Venezia e registrato i  giorni 22 giugno, 7 agosto, e il giorno 14 agosto furono comperate pezze d’oro in Padova.

[37]  Moschetti, 1930, p. 65, documento XIV, c. 52, seguono dei pagamenti a Stefano : il 9 luglio (c.53) e il 16 agosto  (c.54), il saldo è datato il 17 agosto 1559 (c. 54).

[38]  Moschetti, 1930, p. 33.

[39]  Ricordiamo un più antico esempio: sull’altare della cappella degli Scrovegni sono collocate le piccole statue della Vergine col Bambino tra due angeli (1305) opera di Giovanni Pisano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *