L’oratorio di San Rocco – storia e architettura – 2/3

 

sermo rusticus della scuola patavina

 

Un po’ di storia    -parte seconda-

 

Il 6 giugno 1468, la confraternita dei Santi Rocco e Lucia, in Padova, riceve in donazione dall’erede della famiglia dei Mezziconti un piccolo appezzamento di terreno adiacente la chiesa di Santa Lucia, questo dato lo si desume dal messale redatto dal notaio Andrea da Bragazzo, il quale essendo guardiano della scuola, rogò molti altri atti per la confraternita; in quel periodo vice-guardiano della scuola era il milanese Giovanni da Marignano (oggi Melegnano),[1]che compare altre volte nei documenti della confraternita. E’ il Bragazzo che, assieme ai gastaldi, diede forma, attorno al 1476, al codice chiamato Corona contenente i documenti relativi al sodalizio a partire dal 1475 sino al 1773 ( oggi custodito all’Archivio di Stato di Padova).[2]

 

 

Successivamente si elaborarono nuovi Statuti (regole della confraternita), che vennero letti davanti ai confratelli e al guardiano della scuola Gaspare Codacci (pure lui milanese),[3]il 24 luglio 1468, da un frate dell’ordine dei carmelitani,[4]i quali favorirono la diffusione del culto di san Rocco in Padova. Uno dei maggiori esponenti dell’ordine, “famoso predicatore di molte città d’Italia, dottore in teologia, membro e poi decano del collegio dei dottori teologi, reggente dal 1466 della Scuola del Carmine,”[5]fu frate Giangiacomo, tra l’altro membro più importante della famiglia dei De Bragazzo. E’ difficile supporre che il frate rimanesse estraneo a un fenomeno che riguardava da vicino il proprio ordine, e oltretutto, coinvolgeva la sua parentela. “Mancano tuttavia prove documentarie”[6]che accettino un particolare interesse del decano verso il culto di san Rocco.

 

 

Ipotetica ricostruzione di meser Francesco Beraldo.

 

Non abbiamo il documento di approvazione del vescovo ai nuovi statuti di questa neo confraternita, però si ricorda un’indulgenza concessa il medesimo anno dal vescovo stesso Jacopo Zeno, per tutti coloro che avessero portato aiuto a detta nuova scuola.[7] Come è stato detto, anche questa nuova associazione,  similmente a quella presso Genova, ebbe il 6 giugno dello stesso anno la sua prima importante donazione: Francesco Beraldo degli Adolfi, figlio di un tale eccellentissimo giudice “messer Daniele,”[8] donavit alla fraglia di san Rocco e Lucia (e si noti .sottolinea Moschetti- il nome del santo è per primo nominato) gli spazi e il luogo di sepoltura con archivolto, “colonne e ferramenta,”[9] che si trovava sul sagrato e cimitero di santa Lucia e che era, fino da allora, appartenuto alla famiglia padovana dei Mezziconti,[10] in modo che detta società potesse ergere una pulcram capellam in onore di san Rocco, come -continua il documento- quam fratres dictae frateleae intendunt… fabricari. Era già da tempo dunque, nelle intenzioni dei confratelli, di ergere una pulchram cappella. La tomba era costituita da un piccolo edificio architettonico, aderiva alla facciata della vecchia chiesa di santa Lucia ed era prospiciente il cimitero, “come erano talune sepolture intorno alla basilica del sant’Antonio”[11] (ricordiamo l’arca di Rolando da Pizzola sul sagrato della basilica del Santo); come gli archivolti, che fungono da costoloni, e che custodiscono i sarcofagi sul lato destro della chiesa degli Eremitani e come, si può pure ricordare, il bell’archivolto (rimanenza di un portico) affiancato al perimetro lungo della chiesa di santo Stefano a Carrara (secolo XI), oggi Due Carrare.[12]

 

Abbazia di Santo Stefano, Due Carrare, Padova.

 

Si costituì così la prima cappella (1468), provvista di una propria entrata e dedicata esclusivamente in onore di san Rocco; sporgente anch’essa, come la precedente tomba Mezziconti, sul sagrato della chiesetta di Santa Lucia aderendo e formando un solo corpo con la chiesa stessa. Il lavoro iniziò subito ma procedette adagio. Di fatto tutte le confraternite vivevano di donazioni occasionali, elargite per beneficiare d’indulgenze, e possibili contributi per gli stessi membri della compagnia che avessero avuto gravi difficoltà economiche a causa di infermità. Elemosine e lasciti permettevano di sostenere le opere assistenziali, imprese sociali di carità, la vita religiosa della fraglia (cerimonie, processioni) e le eventuali manutenzioni dello stesso oratorio (ampliamenti, riparazioni, decorazioni, …). Poche confraternite riuscivano a racimolare denaro sufficiente per acquistare proprietà terriere in campagna, case, botteghe e stanze in città da potere affittare per finanziare le proprie attività, come accadde alla società dei Carcerati in Roma che disponeva di due cassette fisse, una in Campidoglio l’altra al Borgo e di una rendita pontificia annua. La Confraternita di san Pietro martire di Perugia nel 1441 ebbe in lascito una proprietà che con altre attività riuscì a rendere indipendente la compagnia. Alcune confraternite, come quella di Foligno privilegiavano invece una vita in povertà scandita dalle elemosina, mentre altre Fraternità escogitavano nuovi espedienti per potersi garantire una entrata annua sufficiente alle proprie necessità, come la tassa d’entrata richiesta ai propri adepti. In Perugia, ad esempio, la Confraternita del Buon Gesù imponeva agli affiliati delle multe per atti contrari alla legge (bestemmie, giochi immorali, …). A Venezia, dove le confraternite erano chiamate Scuole, i membri di queste erano obbligati a versare una tassa detta “lucernaria.”

La confraternita di san Giovanni dei Genovesi a Roma viveva per mezzo di un imposta fissa su ogni nave genovese o con equipaggio genovese che entrava nel Porto di Ripa Grande.[13] Nella scuola di San Rocco in Padova, secondo i propri statuti  (24 luglio 1468),[14]  ogni nuovo membro versava alla compagnia soldi quattro per entrare, soldi uno ogni seconda domenica del mese, e solo i membri maschili sborsavano soldi quattro l’ultima domenica di ogni anno, per supportare le spese della confraternita (le focacce per la festa di san Rocco, i ceri e le candele per le processioni, le messe di suffragio, …). Coloro che mancavano di pagare la quota stabilita per l’intero anno, venivano espulsi. A incrementare modestamente il patrimonio della confraternita furono i contributi di privati: il I luglio 1472 madonna Margherita, vedova di Nicolò Rizeti barbitonsore (barbiere), terziaria francescana, nel suo codicillo (testamento), donò alla chiesa di Santa Lucia e alla confraternita di san Rocco, otto ducati d’oro per la realizzazione di un calice d’argento;[15] il 22 luglio 1472, il barbiere e medico Nicolò da Ragusa “aveva legato al sodalizio il dominio utile alla sua casa di abitazione in contrada Santa Lucia che teneva in affitto dai monaci di San Benedetto in Padova.”[16] Dal 8 giugno 1477 la tassa annua stabilita negli statuti aggiunti fu di soldi venti, un aumento probabilmente causato dall’acquisto a livello, da parte della compagnia, del terreno frapposto tra il sagrato di Santa Lucia e l’albergo duecentesco facente parte della vicina locanda all’insegna dell’Angelo.[17] La Scuola ricevette una nuova donazione nel 1478 da un nuovo testatore che voleva essere sepolto nella chiesa di Santa Maria del Carmelo, ciò indica il forte legame che intercorreva tra la compagnia e l’ordine dei carmelitani; il pio donatore “Giannantonio, figlio di Francesco Verzegino da Padova,”[18]  lasciava in perpetuo alla confraternita di san Rocco uno “staio di frumento e un mastello di vino del Piave all’anno.” “Il 26 aprile del 1479 l’esponente di un’antica famiglia padovana, Bartolomeo Frigimelica fu Bonifacio, residente nella contrada di santa Sofia, volle che la confraternita dei santi Rocco e Lucia avesse in donazione beni immobili, e con l’intenzione di dare il buon esempio, lasciava alla società su menzionata due campi di terra aratoria con viti e alberi in Villanova di Camposanpiero per i molti miracoli di san Rocco, quotidianamente testati a favore della città.”[19]

 

Giacomo Negretti detto Jacopo Palma il Giovane (1549-1629), Santa Lucia, chiesa dei Santi Geremia e Lucia, Venezia.

 

 

 

L’ottavo decennio del secolo XV fu decisivo per la capillare diffusione, con il cessare dell’epidemia, del culto di san Rocco in tutta Europa a partire da Venezia fino a Norimberga e a Colonia. Elementi determinanti furono: la conoscenza dell’opera del Diedo; la pubblicazione della Vita del santo pellegrino in Colonia (1482); l’appropriazione illecita delle spoglie del povero di Montpellier che da Voghera giunsero alla bramosa Repubblica di Venezia, sempre attenta a difendere la propria libertà e garantirsi una stabile presenza nell’entroterra padano. Negli stessi anni, in Padova, venivano ben accolti nel tessuto cittadino i movimenti dell’Osservanza, che si immettevano nei vecchi ordini mendicanti, tanto da orientare la ‘nostra confraternita’ in direzione degli Osservanti francescani.

Molte furono le indulgenze elargite per aiutare la confraternita,[20]  ma Moschetti nel suo breve saggio ne ricorda due in particolare. In soccorso della piccola scuola di San Rocco che, in quanto non ancora finanziariamente autonoma, lamentava l’insufficienza dei propri mezzi per la costruzione dell’oratorio, giunsero allora due indulgenze concesse da Roma. La prima bolla risale al 20 settembre 1468, essa testimonia che ben dodici cardinali impartirono indulgenze da Roma a chiunque elargisse elemosina alla scuola, che sappiamo costruita nella sua parte muraria, ma mancante di suppellettile per il culto. La compagnia continuava ad essere chiamata col nome dei due Santi, però la devozione per santa Lucia era ormai circoscritta al perimetro della cappella, mentre quella di san Rocco aveva trovato il suo spazio nel piccolo oratorio addossato al muro di facciata della chiesa. Questo nelle sue prime dimensioni non doveva essere molto più grande del sacello di San Prosdocimo in Santa Giustina (secolo V-VI). Sempre Black ci informa che le prime comunità di fratellanze germinarono dal secolo IV-V dell’era cristiana.

 

Sacello di San Prosdocimo nella chiesa di Santa Giustina, Padova.

 

La società accresciuta di numero pensava di ampliare il piccolo luogo di preghiera. Troviamo traccia della concessione di edificare sopra il sagrato di Santa Lucia in un documento del 3 gennaio 1472 del Consiglio dei Deputati ad Utilia, dopo di che, con perplessità dello stesso Moschetti, la copia settecentesca riporta la pagina in bianco.[21] La seconda bolla che certifica le ancora ristrette condizioni della fraglia data 4 ottobre 1473,[22] nella quale il cardinale Pietro Riario del titolo di san Sisto patriarca Costantinopolitano e Legato Apostolico in varie parti d’Italia compreso il Veneto naturalmente, concede nuove indulgenze per il restauro della cappella. Qualche anno più tardi i Confratelli, per accrescere il proprio prestigio sociale nonché per reclutare nuovi membri, chiesero istanza ai Deputati ad Utilia (gli atti registrano le richieste dal 31 dicembre 1474 al 3 gennaio 1475)[23]per istituire il 16 agosto, giorno dedicato a san Rocco, una festa solenne al pari di quelle che si svolgevano per la festa di sant’Antonio, per le feste liturgiche più importanti, come il Corpus Domini, o per i personaggi di una certa rilevanza sociale, come accadeva a Venezia per la  morte di un doge o di un condottiero. Le processioni erano ritenute un contributo importante per la vita religiosa cittadina, in quanto esempio di fede e strumento di evangelizzazione, propagandavano, al pari delle sacre rappresentazioni e dei pellegrinaggi, l’ortodossia contro ogni forma di eresia; oltre a ciò, facevano pure parte della dovizia e del prestigio di una città, e sollecitavano la fantasia di molti artisti; basti ricordare il bell’acquarello di Maino Urbani, che ritrae una processione solenne (delle tre Croci?) di fronte alla chiesa di Sant’Agostino (purtroppo distrutta dopo l’editto austriaco del 1819); e il famoso dipinto Processione a san Marco di Gentile Bellini, oggi custodito alla Galleria dell’Accademia, ma un tempo ornava la Scuola di San Giovanni Evangelista in Venezia.

 

Gentile Bellini, Processione in Piazza San Marco (1496), Gallerie dell’Accademia, Venezia.

 

Le processioni solenni recavano alle Confraternite i contributi (candele e ceri) delle altre Società obbligate a intervenire, ma anche più cospicue elemosina. La richiesta di istanza fu discussa, ballottata ed accolta dal Consiglio Maggiore della città il 3 gennaio 1475, in seguito il 25 maggio 1476, con privilegio di una lettera ducale, il Doge Andrea Vendramini [24] conferma la deliberazione del consiglio padovano. Questo speciale privilegio venne nuovamente confermato, da parte delle autorità civili per mezzo di un giudice victualium, a favore della confraternita, il 24 gennaio 1483, che chiedeva alla società dei Cedroni di rispettare “l’obbligo di recarsi in processione, il giorno di san Rocco, e portare elemosine.”[25] Nonostante la fraglia di san Rocco non chiedesse alcuna elemosina fissa, ma la possibilità a ciascuna confraternita di dare a seconda della propria povertà: l’ordine divulgato con pubbliche grida il 12 agosto 1475, obbligava le altre società al versamento di lire venti di pizzoli ogni anno, il giorno di san Rocco per l’omonima confraternita  nella chiesa di santa Lucia, come pure ad elargire elemosina alla cappella di detto santo quello che alla devozione de le ditte Fraglie apparirà. Nell’istanza compariva anche la richiesta di ampliare il capitolo, poiché la cappella era ormai insufficiente per l’accresciuto numero dei confratelli, i quali, appunto, lamentavano -nel suddetto documento- che la fraglia non aveva un reducto dove possa far abilmente al suo capitolo et congregazione. Inoltre, sollecitando l’amor proprio dei rettori padovani, i richiedenti ricordavano anche che altre città, come Brescia e Verona, non più grandi di Padova, seconde nell’accogliere il culto di san Rocco, si garantivano la sua speciale protezione contro il temuto morbo, innalzando cappelle e scuole in suo onore e superando la città antenorea in magnificenza.[26] Grazie al decreto comunale giunsero maggiori donazioni e, per la Confraternita, un’ottima occasione d’acquisto: un rozzo fabbricato cinto tutto intorno da mura, con poche travi coperte di tegole. Il caseggiato era di pertinenza della vicina locanda “all’insegna dell’Angelo,”[27]e si protendeva sul sagrato della chiesa di santa Lucia, “confinando con la via pubblica e gli altri due lati con la locanda e il suo cortile.”[28] Subito dopo che il Consiglio Comunale deliberò (14 gennaio 1476) la processione solenne per la festività di san Rocco con il provento delle cere, la società incaricò (investivit) due uomini –ser Joanni de Margnano (Giovanni da Marignano) merciaio di Milano residente in Padova nella contrada di Santa Lucia e ser Antoni de Mutonibus (Antonio Muttoni) venditore di spezie e cittadino padovano residente nella contrada di san Bartolomeo- di trattare l’acquisto del caseggiato con Bartolomeo de Martinis, figlio e procuratore di Cristina vedova di Salvatore de Martinis da Venezia, unica commissaria rimasta, dunque proprietaria dell’ospizio. La ragione dell’acquisto è detta chiaramente: causa edificari faciendi unum Capitulum pro dicta fraternitate.[29] Anche se il contratto non lo specifica, i due probabilmente erano “gastaldi”[30] (oggi castaldi), ossia amministratori della Confraternita. Il 6 luglio dello stesso anno, a conferma governativa avvenuta, in cancelleria si sottoscriveva il contratto di investitura a titolo di livello, con l’obbligo di pagare annualmente sette ducati e con facoltà di affrancare successivamente il livello stesso; ciò avvenne il 10 ottobre 1508, quando la compagnia acquistò la proprietà.[31]

Riuniti in capitolo i confratelli acconsentirono l’atto d’acquisto a livello che venne assemblato nel codice Corona, nel 1478, da Andrea da Bragazzo;[32] tale data ricorre pure nella II delle “Deliberazioni posteriori”[33] del capitolo che dice: E questo capitolo fu fatto e confirmato in capitolo adì 14 luyo 1476 de consentimento de tutti fradeli lì furò.[34] Nel contratto d’affitto il fabbricato è volgarmente detto albergo, forse perché adibito a ricovero per indigenti, “mentre la locanda o albergo volgarmente detto è chiamato alla latina hospitium.”[35] Quattro anni più tardi (1480), il Capitolo risulta costruito sul terreno affittato: dicto loco in quo factum est ipsum capitulum.

Dalla conclusione dei lavori al capitolo tardo-quattrocentesco (1476-1480), i confratelli utilizzarono -essendo il capitolo provvisto di un suo altare- con minor frequenza l’altare della cappella di Santa Lucia; da ciò nacquero non poche controversie fra la fraglia e i rettori di Santa Lucia per la proprietà delle offerte (simboli votivi, donazioni per le messe di suffragio, elemosina varie) all’interno del perimetro della chiesa. Abbiamo notizia di una “curiosa vertenza”[36] tra le due suddette parti che, inizialmente, in comune assenso usufruirono delle offerte votive (partim de argentis oblatis altari sanctae Luciae et partim de argentis oblatis altari sive capellae sancti Rochi)[37]per la realizzazione di una Croce d’argento: alla Fraglia è concessa pro ornando altare situm in capitulo ipsius frataleae singola seconda domenica cuiuslibet mensis, il giorno di san Rocco e tutte le volte che la compagnia organizza una processione. Non mancarono tuttavia mutui accordi fra le “avverse  parti”[38] in questione alla gestione delle oblazioni. Abbiamo a proposito una sentenza espressa dall’Abate di Saccolongo il 12 marzo 1514, nella quale è fatta chiara distinzione tra l’altare di San Rocco nella chiesa e in quello del capitolo; si delibera che le offerte fatte all’altare di San Rocco nel capitolo siano destinate alla Confraternita e quelle elargite nello spazio di San Rocco entro la chiesa di Santa Lucia siano destinate alla stessa.[39]

Nel 1522 si decise di non affidare più ai francescani le messe nell’oratorio e di demandarne la celebrazione al cappellano dell’associazione, ossia il parroco di Santa Lucia.[40] Questo passaggio di mano è indice del non più recondito desiderio d’autosufficienza della confraternita, che da una parte gradualmente si allontanava dalle dipendenze dell’Ordine degli Osservanti, dall’altra provvedeva, sin dal 1525, a realizzare un proprio autonomo luogo di congregazione. “La fase di incubazione e primo sviluppo del culto di san Rocco in forma associativa poteva dirsi conclusa.”[41]

In quel tempo, forse, i legami tra la Confraternita e la chiesetta convennero a maggiori risultati e il parroco di Santa Lucia, come fa sapere Andrea Cittadella nel suo Diario (1605), poté usufruire degli ambienti della scuola per la dottrina dei putti in basso, e delle putte di sopra.[42]

Dalla copia data dal Libro delle Parti della veneranda scuola di San Rocco, in data 31 dicembre 1700, si apprende che la fraglia cedette l’altare della cappellina in Santa Lucia alla famiglia Maldura.

Nel documento di vendita si fece presente il cattivo stato in cui versava la cappella abbandonata dal tempo della donazione Baraldo, così che è rimasta imperfetta la fabbrica della cappella come sopra donata ed in stato poco decente al decoro della chiesa ove è situata.[43]

 

 

La facciata del capitolo tardo-quattrocentesco (in azzurro, del 1480) che in seguito verrà definito vecchio, era ed è compresa fra due muri antichi, uno dell’albergo (in verde) e l’altro della chiesa di Santa Lucia (in marrone); larga come l’attuale sorgeva un po’ più avanti ed era provvista di un portico (forse raffigurato nell’affresco della Preghiera dei genitori di san Rocco, di Girolamo Tessari) che occupava parte del prospetto dell’antica chiesa. Questo piccolo portico -costituito da septem columna lapides cum suis archivoltis pro ornamento diei festi sancti Rochi-,dunque, venne fatto costruire per onorare la festa di san Rocco, dopo che i confratelli ottennero il permesso dai canonici della Cattedrale, com’è rigorosamente annotato nel documento d’approvazione del 28 giugno 1480.[44]

I rettori di Santa Lucia, approfittando del terzo ciclo di lavori (1525-1538/44) che si svolgevano nell’oratorio, chiesero -29 marzo 1531-[45]ottenendolo, il permesso di fabbricare sotto il volto del capitolo e della vecchia saletta della Fraglia, in quell’occasione la fabbrica della chiesa di Santa Lucia venne portata in avanti e, in luogo del portico del vecchio oratorio, comparve l’attuale ingresso con portale architettonico (1544) e la facciata quale oggi rimane.

La scuola conservò nonostante tali rimaneggiamenti due stanze del vecchio capitolo che rimasero appoggiate all’antica facciata della chiesa sino al 1726, anno nel quale l’antica chiesa di Santa Lucia venne completamente ricostruita nella sua parte architettonica, come oggi si può ancora ammirare.

 

Oratorio di San Rocco (1525-1528) e la chiesa di Santa Lucia (1726), Padova.

L’altezza del vecchio Capitolo si ricava da alcune tracce esterne e dal frammento di un fregio policromo. Quando venne costruito il nuovo capitolo (1525-1528) le mura esterne del vecchio vennero incorporate, e ancora oggi si possono vedere: nella facciata orientale rimane visibile la muratura ghibellina che ornava il muro tardo-quattrocentesco. Nel muro di controfacciata della sala sono state rinvenute, sotto l’intonaco, le tracce di un’antica decorazione a fregio “sul fianco della scala lignea che conduce alla sala superiore.”[46] Questa decorava la parte superiore della saletta, il suo orlo inferiore arriva a metri 4,70 dal pavimento e ha un’altezza di centimetri 70; di conseguenza il vecchio oratorio avrebbe avuto, comprese le travature e l’intercapedine tra queste e il muro, un’altezza di circa metri 6. Era costituita da una fascia superiore di circa centimetri 50, decorata, con un disegno dai grossi contorni neri, raffigurante “ornati floreali verdi e rossi su un fondo grigio”[47]e con uccelli che beccano i fiori, simbolo -in questo contesto- della maturità della Chiesa, Corpus Cristi, florida vigna, che nutre i propri figli.[48] Nel passaggio dal profano, con la sua pura bellezza e decorazione ornamentale, al sacro del simbolo cristiano, [49] i volatili sono stati intesi dall’esegesi medioevale che li elenca nei suoi Bestiari come simbolo della libertà dell’anima che fugge dal corpo mortale e materico, o più in generale ancora raffigurano gli stati spirituali, gli angeli.[50]

L’ornato constava anche di una fascia inferiore di centimetri 20 il cui stato di conservazione troppo deteriorato, non permette alcuna possibilità di decifrare la decorazione.[51]

 

 

Parete ovest dell’oratorio di San Rocco, Padova.

 

La profondità del locale, assai modesto, ci è data da una grossa fenditura verticale sul muro occidentale, a metri 10,20 dall’angolo della facciata, causata dall’aggiunta al muro cinquecentesco del vecchio muro duecentesco, quando l’oratorio raggiunse la sua forma definitiva. “Anche la facciata nel suo spessore si presenta aggiunta posteriore al vecchio muro, correndo su per un breve tratto con fenditura rettilinea, che si arresta al davanzale della prima finestra del piano inferiore, la sottolinea orizzontalmente, riprende ad accrescere fino all’altezza del davanzale della seconda finestra del piano superiore, che sottolinea pure orizzontalmente, per arrestarsi contro il limite settentrionale del muro.”[52] L’oratorio di San Rocco, che ancora oggi fortunatamente si può ammirare, è il risultato -come si è  capito- di un successivo ampliamento cinquecentesco del vecchio edificio. La confraternita, raggiunta ormai una certa notorietà, vide incrementare le proprie rendite e ritenne opportuno di erigere un edificio più consono all’accresciuto prestigio. L’occasione venne dalla messa in vendita di un vecchio terreno, ubicato dietro il vecchio capitolo, sul quale sorgeva una vecchia casa diroccata di proprietà di una certa Costanza de Rossi e figli. Lo Scardeone ricorda, nel suo De Antiquitate urbis Patavi, che prima della famiglia de Rossi, quelle case e le altre vicine erano proprietà della famiglia Da’ Onara, dalla quale uscirono gli Ezzelini. A testimonianza dell’antichità di tali edifici rimangono alcune coronature ghibelline nel muro est dello stesso oratorio che venne risparmiato dal piano regolatore del 1922-1924.[53]

Moschetti ritenne che il fabbricato dell’hospitium fosse stato l’edificio principale, cioè il Palazzo Signorile, che assieme ai caseggiati limitrofi costituisse, secondo l’uso dei tempi, uno dei tanti fortilizi feudali nel seno della città. Non è escluso che questo gruppo di caseggiati includesse pure il bel Palazzo chiamato di Ezzelino, nonostante il parere opposto del professore Fabris. Quest’ultimo aveva forse un’idea più semplice della struttura dell’intero complesso, e probabilmente pensava agli hospitalia che venivano realizzati nei pressi se non adiacenti ai conventi o alle abbazie. Queste strutture di accoglienza erano munite di una propria piccola cappella gestita da una confraternita che si occupava anche della gestione dell’hospitium,[54]poiché il luogo in cui si trovava asilo doveva essere un richiamo al fine ultimo dell’esistenza. L’hospitalia più comune era munito di un magazzino per i viveri, i medicinali e il vestiario destinati agli ospiti. A tal proposito è interessante il locale che si trova sotto il pavimento dell’oratorio di San Rocco, esso ricalca le dimensioni della seconda cappella (1476). In questo spazio dovevano forse trovare sistemazione i medicinali, il vestiario e alcune vettovaglie, ma non ne abbiamo documentazione; neppure è improbabile che tale spazio servisse per le riunioni capitolari, anche se appare un po’ angusto poiché è illuminato da solo quattro piccole finestre sul lato occidentale, e una finestrella (murata) a mala pena visibile sulla facciata, nel lato del muro tangente la chiesa. Quest’ultima ipotesi può essere avvallata dal piccolo oratorio del Santissimo Rosario di Castelvecchio,[55] borgo medioevale della Valleriana, frazione di Pescia, provincia di Pistoia. L’oratorio è collocato nella zona sottostante la chiesa castellana di san Giovanni Battista, che non è documentata prima del secolo XV:[56] vi si accede tramite tre scalini seguendo un irto sentiero a fianco della chiesa stessa. L’ambiente è illuminato da due monofore, la sua caratteristica essenziale è quella di essere una cripta, infatti veniva definito come Santo Sepolcro dal momento che era impiegato come luogo di adorazione perpetua durante la Quaresima (nulla esclude che la ‘stanza di sotto’ dell’oratorio di San Rocco in Padova potesse essere utilizzata in ugual maniera). Il ciclo di affreschi che ne riveste completamente le pareti e la volta a botte del soffitto, risale alla fine del secolo XVI e agli inizi del secolo XVII, ed è testimonianza di quei ‘pittori minori’ della Toscana che si riferivano, per dar vita ai propri soggetti, ai grandi maestri come per esempio a Luca Signorelli (1445 circa-1523) della Flagellazione di Brera, oppure al Sanzio (1483-1520) dello Spasimo di Sicilia, al Prado. Anche qui, in una delle tre stanze che costituiscono la struttura sotterranea, compare l’immagine della Vergine col Bambino e i santi Sebastiano e Rocco.

 

Disegno di F. Comi, tratto da “Bell’Italia”, n 19, giugno 1995.

 

 

Nelle strutture degli hospitalia non mancava la cucina munita di un grande forno, e un locale per la mensa comune; questi spazi erano solitamente posti al pianterreno in modo che il forno riscaldasse gli ambienti al primo piano destinati ai dormitori maschili e femminili rigorosamente separati. C’era un’infermeria e spesso vicino a questi hospitalia sorgeva un ospedale. Padova ci offre anche questo esempio: si tratta della Scuola della Carità, che sorgeva nelle vicinanze del più antico ospedale d’Europa e il più importante della città, l’Ospedale Grande di San Francesco, mentre fervevano i lavori di ricostruzione dello stesso nosocomio, della chiesa e del Convento dell’Osservanza ad esso adiacenti. I lavori di ricostruzione erano stati finanziati dai ricchi coniugi Baldo Bonafari di Piombino e Sibilla de Cetto, padovana, che abitavano le case di fronte. Queste case nel 1421 divennero -o per lascito o per acquisto- la nuova sede della Confraternita della Carità. E’ bene rammentare per questioni puramente cronologiche che le pareti della Scuola vennero affrescate da un anonimo pittore, ma che nel 1530 venne ingaggiato Girolamo Tessari per il restauro delle quindici storie della Vergine ivi affrescate. Il Tessari, dunque, lavorò in questo ambiente dopo avere compiuto gli affreschi nell’Oratorio di san Rocco. Tracce della vecchia decorazione sono visibili nella parete meridionale dove si scorgono i ritratti dei coniugi Bonafari, sorpresi oranti di profilo in una posa che si rifà al ritratto di medaglione come era in voga presso i pittori italiani, ante Antonello da Messina (1430 circa-1479) e Giovanni Bellini; prima insomma dell’avvento dei ritratti a trequarti degli artefici fiamminghi.[57]

Ritornando al nostro esemplare luogo di accoglienza, rammentiamo che la sua fabbrica comprendeva la stalla per gli animali e un piccolo cimitero adiacente la cappella o chiesetta.

Le pareti esterne di questi edifici[58] venivano decorate con affreschi di tema sacro o con le storie della vita del santo cui era dedicata la cappella o l’oratorio, anche quest’ultimo era naturalmente fornito di un ornato esterno. Un esempio che può farci comprendere le strutture di questo genere è la bella e ancora intatta Casa Ascheri a Bussoleno, località tra Susa e Torino, in Piemonte. La cittadina sorgeva sulla via Francigena e nel Medioevo era un borgo tutto cinto da mura sulla riva sinistra della Dora. Oggi il nucleo medioevale è ancora ben conservato, poiché non è stato toccato, come accadde a Padova, dalle incombenti necessità di un industria edile che ha agito forte dell’esempio parigino di Haussmann (1809-1891), promotore quest’ultimo di una catena non organizzata di smembramenti urbani -in Italia dopo il 1870-, ed entusiasta delle proprie possibilità, tutta si rivolse  al modello delle metropoli statunitensi, stupende città-cosmopolite del mondo contemporaneo, la cui forma è stata generata in modo diverso rispetto ai nostri villaggi antichi, e ha avuto, rispetto alle nostre città, natali meno remoti.

Sembra, dunque, che la struttura del più comune hospitalia non differisca molto dal composito gruppo di caseggiati che comprende l’oratorio di San Rocco, e poiché il complesso patavino potrebbe essere stato un fortino medioevale nel cuore della città, c’è chi vuole annoverare tra i suoi edifici anche il così detto Palazzo di Ezzelino. “Quella casa romanica”[59] che si appoggia con uno spigolo alla scuola di San Rocco, prospettando con la facciata principale sul cortiletto di Santa Lucia, va identificata sicuramente con l’hospitium Angeli. La locanda dell’Angelo però dava il nome a tutto il gruppo di caseggiati limitrofi. In quel luogo fu stipulato nel 1370, un accordo con cui venivano assoldati dei mercenari.[60] La casa duecentesca era talmente rovinata e pericolante che Costanza ne fece abbattere la parte anteriore prospiciente la via pubblica (oggi via Martiri d’Ungheria); e, non potendo con i soli suoi mezzi risanarla, né trovando nessuno che volesse ricostruirla -come dice il contratto- il 17 maggio 1525, s’accordò con il dirigente della confraternita, Bernardino degli Albanesi e, dopo avere nominato i figli tutori legali del terreno, livelli investivit, insomma diede in affitto il terreno ereditato in modo che la confraternita fabricari fecere unum capitulum sive locum in quo se habeant congregare confrates ad facendum devotiones suas.[61] 

 

 

 

Planimetria dell”oratorio di San Rocco nelle sue fasi costruttive (Moschetti)

 

La casa De Rossi (in planimetria la parte rossa) veniva chiamata la casa dell’Angelo, come il gruppo di fabbricati vicini (in giallo) che la circondava, questo nome è confermato anche da una supplica della Confraternita indirizzata al Consiglio Maggiore della città il 30 giugno 1525, per ottenere il permesso di abbattere il portico prospiciente la via pubblica, perché chiuso da un lato e addossato alla facciata della casa De Rossi. Anche questo spazio era importante per i confratelli, poiché intendevano utilizzarlo per unire i due fabbricati. La richiesta veniva accolta dal Consiglio che rinunciò volentieri al suo diritto d’utilizzo pubblico sopra quel portico. La nuova costruzione sarà etiam ad honore et ornamento di questa magnifica città -così cita il documento[62]-, tanto più che a Venezia negli stessi anni andavano spediti i lavori per la costruzione della Scuola Grande di San Rocco.

 

Scuola Grande di San Rocco, secolo XVI, Venezia.

 

Il muro fatto abbattere da Costanza, prospiciente la via comune (via Martiri d’Ungheria), confinava -così è scritto nell’istrumento di livello (contratto)- nella parte anteriore con la via comune (ovest) dove si trovava il portico fatto abbattere, nella parte posteriore e nella testata col resto della casa di proprietà De Rossi, e a sud con la confraternita, cum suo loco sive capitulo.[63] I muri ad est e a nord furono utilizzati per ampliare il capitolo; poiché i fabbricati erano di diversa altezza si dovette pareggiarli alzando i muri al di sopra delle merlature della vecchia saletta, merlatura ancora visibile nel cortiletto, così pure il muro della parte ovest venne realizzato ex novo dove prima sorgeva il portico e aggiunto al vecchio muro dell’albergo. Le finestre di quest’ultimo e quelle della casa De Rossi vennero tutte otturate, ma furono documentate nella campagna di restauro gestito dal Moschetti (1926-1929).

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]  Rigon, 2006, p. 182. Il Marignano presenzia: nell’atto d’acquisto a livello del terreno che comprende l’albergo in muratura difronte la chiesa di santa Lucia, e successivamente nel documento d’approvazione  di tale acquisto da  parte dei membri della fraglia (documento 7/8: 6/14 luglio 1476); nel testamento di Bartolomeo Frigimelica, il quale donò alla confraternita dei terreni presso Villanova di Camposanpiero (documento 10: 26 aprile 1479); nella concessione rilasciata dai canonici della cattedrale per la costruzione sul sagrato della chiesa di un piccolo portico (documento 11: 28 giugno 1480).

[2]   Rigon, 2006, p. 181.

[3]  Rigon, 2006, p. 182. Sia il Codacci che il Merignano erano merzari (mercanti). “Su diciotto confratelli almeno sette risultano lombardi.”

[4]  Rigon, 2006, p. 188; De Sandre Gasparini, 1974, p. 61. Dal 1485 (ottantatré anni dopo il primo insediamento in Padova dei francescani nel piccolo monastero di santa Orsola), anno di peste e periodo in cui Venezia si stava appropriando del culto di san Rocco, i confratelli preferirono volgersi verso i francescani dell’Osservanza, e con questa scelta si orientarono verso la Serenissima e “all’ombra protettiva del suo Patriarca.”Sin da subito (10 gennaio) ottennero dal generale dell’Ordine il “privilegio di godere della partecipazione dei meriti, dei suffragi e dei beni spirituali dei frati, delle suore e dei terziari.”

[5]   Rigon, 2006, p. 181.

[6]   Ibidem.

[7]   De Sandre Gasparini, 1974, p. 61; Rigon, 2006, p. 184.

[8]   Moschetti, 1930, p. 61; Rigon, 2006, p. 184.

[9]   Ibidem.

[10]  Moschetti, 1930, p. 61; Rigon, 2006, p. 191, documento 2. L’atto è stato vergato in latino, da qui la confusione del nome della famiglia da parte non solo del Moschetti, il quale seguendo la copia settecentesca, stilò De Medi (de Meddis), ma anche di conosciute guide della città di Padova, che scrissero De Maggi (de Maddis): ad esempio il Portinari, Della felicità di Padova, 1623 (p. 493), il Salomonici, Urbis Patavinae ipscritiones sacres et profanae (p. 136). Per questi due ultimi esempi si veda De Sandre Gasparini, 1974, p. 62. Il documento reso noto da Rigon corregge l’errore: si tratta della famiglia dei Mediiscomitibus, Mediis+comitibus , ossia, dall’ablativo latino -qui complemento di argomento- dei Mezziconti: quod iam fuit illodum de Mediiscomitibus.

[11]   Moschetti, 1930, p. 15.

[12]   L’archivolto della chiesa di santo Stefano faceva parte di un portico sorgente sul lato sinistro della chiesa romanica;

era costituito da archi a tutto sesto sorretti da coppie di semplici colonne. La facciata della chiesetta romanica di Santa Lucia doveva essere molto simile al prospetto della chiesa di Santo Stefano.

[13]   Black, 1992, p. 164-166.

[14]   De Sandri Gasparini, 1974, p. 67-89.

[15]   Rigon, 2006, p. 194; p. 194, documento 5.

[16]   Rigon, 2006, p. 186; p. 195, documento 6.

[17]   Moschetti, 1930, p. 15, documento V; Rigon, 2006, p. 197, documento 7.

[18]   Rigon, 2006, p. 186; p. 204, documento 9.

[19]   Rigon, 2006, p. 187; p. 206, documento 10.

[20]  De Sandre Gasparini, 1974, p. 61-64. Si ricordano le indulgenze di: Pileo da Prada cardinale, vescovo di Tuscolo (1394); Jacopo Zeno vescovo (1468); Pietro Foscari (24 aprile 1482). Rigon, 2006, p. 184 e p. 187.

[21]   Moschetti, 1930, p. 61, documento IV.

[22]   Moschetti, 1930, p. 61, documento V; Rigon, 2006, p. 180.

[23]   Moschetti, 1930, p. 62, documento VI; Rigon, 2006, p. 195, documento 6.

[24]   Rigon, 2006, p. 185.

[25]   Rigon, 2006, p. 187; nel corso del 1501, furono appoggiate analoghe richieste alle confraternite degli speziali, lanari, aromatari.

[26]   Le prime tracce del culto di san Rocco a Verona si riscontrarono solo agli inizi degli anni sessanta del quattrocento, mentre a Brescia, solo nel 1469 la comunità cittadina decise di edificare una chiesa in onore del santo pellegrino, complice in quelle occasioni il dilagare di malattie, e fu in quei momenti che al Diedo toccò l’incombenza di scrivere la Vita sancti Rochi. A Padova spetta, e non c’è dubbio, il primato di una messa in forma di un’organizzazione associativa del culto, con i propri ‘dirigenti d’azienda:’ guardiano, viceguardiano, gastaldi.

[27]    Moschetti, 1930, p. 17.

[28]    Ibidem.

[29]   Rigon, 2006, p. 202, documento 7.

[30]   Moschetti, 1930, p. 17.

[31]   Rigon, 2006, p. 185.

[32]   Rigon, 2006, p. 202, documento 8.

[33]   De Sandre Gasparini, 2006, p. 87.

[34]   De Sandre Gasperini, 1974, p. 87.

[35]   Moschetti, 1930, p. 17, documento VII; Rigon, 2006, p. 202, documento 8.

[36]   Moschetti, 1903, p. 17.

[37]   Moschetti, 1930, p. 62, documento VIII.

[38]   Moschetti, 1930, p. 17.

[39]   Moschetti, 1930, p. 63, documento IX.

[40]   De Sandre Gasparini, 1974, p. 63-64.

[41]   Rigon, 2006, p. 189.

[42]   Moschetti, 1930, p. 31.

[43]   Moschetti, 1930, p. 63, documento X.

[44]   Rigon, 2006, p. 207, documento 11.

[45]   Moschetti, 1930, p. 64, documento XIII.

[46]   Moschetti, 1930, p. 19.

[47]   Moschetti, 1930, p. 19.

[48]   Ricordiamo a testimonianza della mobilità del simbolo artistico, la decorazione a bassorilievo del sarcofago dei due pavoni, custodito nelle chiesa di san Apollinare in Classe a Ravenna. Nella facciata addossata al muro compare, continuando il decoro frontale, un bellissimo intreccio di viti con  pampini e grappoli maturi, meta di piccoli volatili, e, probabile memoria del figliol prodigo, sull’angolo sinistro fa la sua comparsa un maialino.

[49]   Si possono ricordare: le bellissime decorazioni ad affresco delle catacombe; gli splendidi mosaici del pavimento della Cattedrale di Aquileia dove compaiono pavoni, aquile che lottano con serpenti; o in altri esempi i pellicani: tutti simboli cristologici. E’ stata poi matrice della decorazione delle prime chiese l’arte generata a Bisanzio, che ha dilagato nel nostro territorio nazionale con le sue forme floreali ornamentali che nulla invidiano alla più recente Art Nouveau dei primi lustri del secolo scorso.

[50]  Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, 1994, volume II, p. 511. Citano come buon esempio Dante che nella Divina Commedia, III, X, scrive rammentando l’incontro con gli spiriti beati della prima corona:

“Ne la corte del cielo, ond’io rivegno,

                                                       si trovan molte gioie care e belle

                                                       tanto che non si posson trar del regno;

                                                    e ‘l canto di quei lumi era di quelle;

                                                       chi non s’impenna sì che là su voli,

                                                       dal muto aspetti quindi le novelle.”

                                                                                                     (vv. 70-75)

       Nel verbo “impennare” è ovvia la metafora del volo, significa “rivestirsi di penne,” “fornirsi di ali,” insomma rivestirsi di virtù, per giungere in Paradiso. La metafora ha una radice biblica in Isaia, XL 31. E, vogliamo ricordare anche il Dante che con tutta la materialità della metafora terrena, rievocando le anime dannate, le paragona agli uccelli, che vengono richiamate dal gesticolare di Caronte (Inferno, I, III, vv. 110-117).

[51]   Molte potrebbero essere le ipotesi che ci suggerisce l’immaginazione, ma a questo punto mi piace ricordare un bellissimo anthemion dell’arte romanica. Si tratta di una cornice decorativa facente parte di un più ampio bassorilievo a tre fasce che decora parte della facciata della chiesa di san Donnino (secolo XII-XIII) a Fidenza, opera di Benedetto Antelami e aiuti, realizzato tra il 1210 e il 1216. Il fregio inizia dalla colonna che regge la statua di san Simeone a destra del portico principale per concludersi sul portico settentrionale: consta di una fascia superiore con scene bibliche, una fascia inferiore con tematiche che raffigurano la vita di san Donnino e i suoi miracoli, come quello in cui il santo protegge la folla dei pellegrini che attraversano un ponte, e nel mezzo a separare questi due fregi antropomorfi, quello centrale di puro decoro floreale memore di quelli imperiali, “di quando l’ellenismo, assorbito dal metabolismo di Roma, era diventato la copia di se stesso”(tratto da F. Daverio) Chissà se il nostro modesto oratorio non avesse avuto nella sua seconda fase costruttiva un soffitto un po’ diverso, come ad esempio si può vedere nella scuola della Carità, oppure date le sue piccole dimensioni iniziali, una volta a botte, come si può osservare nell’oratorio di san Giorgio. Una prima fascia ad affresco avrebbe dunque raffigurato il pellegrinaggio di san Rocco e una seconda potrebbe forse essere servita da cornice o per una trabeazione concava che raccogliesse quadretti, in essa incastonati, raffiguranti tematiche bibliche, oppure una volta a botte con un cielo stellato, con nel mezzo il Pantocratore e agli angoli i simboli dei quattro Evangelisti. Ma questa ultima ipotesi non può essere avvallata dato che l’esempio proposto risale al 1397, dunque ad un’epoca anteriore, e si tratta della cappella funeraria di Raimondo Lupi di Soragna. Si potrebbe ipotizzare che il primo oratorio dedicato a san Rocco e a santa Lucia avesse avuto, nelle sue modeste dimensioni, una volta a botte. E’ forse più consono ricordare -per la seconda struttura- la Scoletta del Santo che nel suo primo nucleo costruttivo si presentava molto modesta rispetto a quello che odiernamente si può ammirare. Il suo involucro architettonico era costituito da uno spazio rettangolare coperto da un tetto a due spioventi: della decorazione al suo interno non v’è più traccia, ma abbiamo notizia che tra il 1496 e il 1497 nell’Oratorio operò Giovanbattista Tessari, padre di Girolamo. E se in Palazzo Vaticano, nelle stanze appartenute a Bonifacio VIII troviamo sotto un soffitto a cassettoni un fregio decorativo ad affresco, perché non ipotizzare che anche il più umile ambiente di preghiera non avesse un simile decoro, in una città che tra l’altro apparteneva dal 1405 all’indipendentissimo stato di Venezia.

[52]   Moschetti, 1930, p. 19.

[53]  Nella pianta catastale (d) del 1902 non si denuncia la presenza fra oratorio e chiesa del fabbricato ad uso della confraternita, ma in una piantina urbana del 1906, che riprende rivisitandola una più antica topografia del 1872 (oggi al Museo Civico di Padova), compare nel cortiletto interno il fabbricato che era stato omesso nella pianta sopraccitata, tuttavia registrato durante il restauro curato dal Moschetti.

[54]  Hospitium, ii, sostantivo, neutro latino che equivale ad ospitalità, asilo, accoglienza, ma concretamente significa alloggio per ospiti, riparo, luogo di ricovero.

[55]   Il restauro del locale è stato ufficialmente completato nel settembre del 2009.

[56]   Le informazioni sulla data della struttura architettonica della chiesa, mi sono state gentilmente date da Raimondo

Pippi della Curia Vescovile di Pistoia. Le notizie sulla decorazione dell’oratorio sono disponibili sul “sito”ad esso     dedicato.

[57]  Il ciclo di affreschi della Carità, che oggi si può ammirare, con le dodici storie della Vergine, che fra le finestre ornano le pareti e a nord coronano la pala centrale risalgono al 1547, e sono opera di Dario Varotari il Vecchio (1538-1596), originario di Verona. Oggi questi affreschi si possono nuovamente ammirare grazie all’opera di restauro che interessò tutto il complesso della Scuola dall’architettura alla decorazione per ben tre anni, dal 2005 al 2008.

[58]  Nella sua guida di Padova il Rossetti testimonia che: nel muro esterno di una casa contigua a quella Chiesa (santa Lucia), che è di ragione di questa Scuola, vi sono dipinti a fresco i santi Rocco e Lucia, opera assai bella… . Questi affreschi vengono nuovamente menzionati nella guida del Moschini del 1817, e in quella del Selvatico del 1842.

[59]  Fabris, 1929, p. 27.

[60]  Fabris, 1929, p. 75. I contraenti furono da una parte i delegati di Giangaleazzo Visconti e il figlio suo conte di virtù, dall’altro i ventisei soldati tedeschi tutti “commorantes Padue circa hospitium santa Lucie.” Il trattato è stato concluso con la formula “actum Padue in contrada sancte Lucie, in domo et hospitiuo ab Angelo.”

[61]  Moschetti, 1930, p. 63, documento XI.

[62]  Moschetti, 1930, p. 63, documento XII.

[63]  Moschetti, 1930, p. 18, p. 63, documento XI.

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