Il Battistero di San Giovanni Battista in Padova.

 

 

Contiguo al claustro [chiostro] è il Battistero del Duomo, dedicato a San Giovanni Battista, il quale fu cominciato l’anno 1260 e fu ridotto a perfezione dalla religiosissima principessa Fina [Buzzaccarini] moglie di Francesco il Vecchio [da Carrara] VI signore di Padova … .

In questo modo il Portenari nella sua guida Della felicità di Padova (1623)[1] ci informa della data di inizio dei lavori alla struttura architettonica del Battistero più noto della città antenorea. Datazione rafforzata dalla conoscenza della data di fondazione, ossia il 10 novembre festa di San Martino, così seguì il Salomonio (1701).[2] Il notaio Antonio Monterosso (1617 ca.-1672), menziona la data di consacrazione il 18 agosto 1281, estrapolandola a sua volta da un altro documento. Sembra, di conseguenza, che il Battistero si possa iscrivere entro queste termini di tempo. Se non fosse che il Gennari (1804) scrive: “ i Canonici della Cattedrale fabbricarono, … , la chiesetta di San Giovanni Battista, ove riporre il fonte battesimale …”,[3] ma l’erudito aveva menzionato la data dell’eccidio di San Zenone, appunto, avvenuto il 24 agosto 1260, famigerato fatto che macchiò di sangue la terra padovana. Alberico da Romano degli Ezzelini e la sua famiglia furono trucidati nel castello di Treviso, dove avevano cercato riparo.[4] Mentre, altri studiosi quali il Meneghesso (1934) seguito poi dal Grossato (1961), riportarono che Pietro Selvatico (1803-1880), nella sua guida ricorda che il Battistero venne costruito su una struttura anteriore, del 1171,[5] e assume la data 1260 come termine dei lavori. Inizialmente il Bettini riprende il Toesca che lo adattava a “tardivi modi romanici” per poi “spostarne la datazione al tardo Duecento e riferire a una tipologia paleocristiana di lunga persistenza”[6]

Allora, appare chiara questa difficoltà di fornire una data certa alla nascita del Battistero; se nato ex novo nel 1260 oppure sviluppato sopra una struttura più antica. A venire a capo di tale enigma è stato il lavoro minuzioso della Gasparotto che si attribuì l’onere della ricerca archivistica e di vagliare i resoconti di altri colleghi.

Nessuno si era accorto di un interessante documento del 1259 ante baptisterium,[7] in cui è scritto che il Battistero, nel luglio di quella data già esisteva.

Il Portenari nel terzo decennio del sec. XVII aveva proposto la data del 1260 ricavandola da fonti quattrocentesche,[8] le quali attingevano agli Annales Patavini. In questi documenti vi è impresso l’anno su detto e il richiamo al massacro di San Zenone: incipit factum verberationis, a quanto esprimono i codici Zabarella e Ambrosiano D; in altri manoscritti si legge: incipit baptisterium Padue.[9] Anche il codice di Parma rivela il fatto storico di Alberico, ma aggiunge, con un’affermazione che appare fuori luogo: et fuit factum baptisteri.[10] Sembra di fatto che le fonti esaminate dalla Gasparotto parlino di un rito penitenziale all’indomani dei tragici avvenimenti che liberarono Padova dal giogo di Ezzelino. Quindi avvenne il fatto del baptisterio (per purificarsi) è da intendersi quale ebbe luogo l’atto penitenziale dei Verbati o Flagellati, ossia un grande pellegrinaggio di pentimento e di punizione con autoflagellazione.

 

 

Come si poteva leggere da un’iscrizione sull’architrave della porta d’ingresso, il Battistero venne consacrato il 18 agosto del 1281 “dal patriarca di Grado, Guido, alla presenza di Giovanni Forzaté, vescovo di Padova”[11] e da altri vescovi. Dal momento che il documento parla non solo del Battistero ma anche della piccola cappella ad est, ossia dell’altare dello stesso.[12] La data della consacrazione ci propone un termine  ante quem per la conclusione della seconda campagna di lavori relativa alla struttura architettonica che vide l’innalzamento del tamburo e l’attuale cupola, oltre ad altre modifiche.

Mentre la Gasparotto  ritiene che l’altare consacrato che riporta la data 18 agosto del 1281 riguardi non il Battistero, bensì un altare dedicato a San Giovanni Battista nella Cattedrale,[13] che ricorre in un documento del 1487 quale luogo ove era contenuta una fonte battesimale per gli ebrei.[14]

Non si può escludere che entrambi vennero consacrati o nuovamente benedetti nella data confermata.

Visti i fatti, si può ipotizzare che la costruzione della Cattedrale (24 aprile 1124-1180), su progetto di Macilli, abbia visto il “restauro” del Battistero. Puppi ipotizza che la costruzione del Battistero si effettuò dopo il completamento della cattedrale, monumento principale per la città, quindi lo ascrive tra il 1180 circa e non oltre il 1259, anno in cui si afferma che il Battistero era già stato costruito.

Ricordiamo che il Bettini definisce a ragione la struttura architettonica del Battistero quale è cioè “un disossato romanico in vigore nelle terre adriatiche”[15] La planimetria è molto semplice, tipica dell’architettura paleocristiana; è costituita da uno spazio cubico “coronato nella mezza sfera di una cupoletta”[16] sorretta da un tamburo esternamente decorato da archetti pensili “esarcali e neoesarcali.”[17] È avvalorata l’ipotesi che in origine la copertura fosse a capriate lignee, come lo era quella del Duomo.[18] La piccola abside che si sviluppa nel lato dell’attuale piazza del Duomo, coperta con semisfera è nata con la struttura stessa come si può vedere dalla muratura.

Il piccolo ambiente subì delle modifiche per prepararlo ad accogliere il sarcofago di Fina Buzzaccarini, la quale  nelle sue volontà testamentarie (22 settembre 1378) espresse il desiderio di essere sepolta presso il Duomo nel Battistero di San Giovanni Battista. Non eludendo il fatto che voleva trasformare il Battistero della città in un mausoleo per i De’ Carrara. Lo Scardeone nel De Antiquitate Urbis Patavi (1560) e il Portenari (1623)[19] affermano che in quel frangente temporale venne rifatta la copertura dotando l’ambiente di una cupola, si alzò anche il tamburo, secondo i nuovi parametri del passaggio da un’architettura romanica a quella gotica (sec. XII – XIV). Questa intromissione nell’altezza creò uno scarto tra le paraste che delimitano gli archetti pensili del primo e secondo ordine. Questi ultimi oltretutto presentano un’apertura più stretta rispetto alla teoria sottostante.[20] Si chiusero alcune finestre e si agì anche sui quattro originali accessi.

Si ridimensionò il varco d’ingresso della parete occidentale, o porta principale, che guardava al chiostro o quadriportico della canonica della cattedrale, ricordato in un documento del 1305,[21] poiché il sarcofago della principessa doveva essere lì collocato; si provvide a chiudere l’accesso meridionale, dove oggi è un piccolo vano, forse tale apertura serviva da passaggio ad un portico che collegava il Battistero all’antica cattedrale.[22] Mentre si diede maggiore rilevanza alla porta orientale (quella attuale), nel momento in cui venne posato, nel 1393, vicino all’arca di Fina, il sarcofago di Francesco il Vecchio.[23] La porta nord venne otturata, mentre si apriva – per volontà della moglie di Francesco VI da Carrara- una stretta bifora trilobata ad altezza d’uomo sulla zona presbiterale, proprio sul muro a sud – citando il Lorenzoni – dello striminzito transetto, con la conseguente muratura della finestra centrale, quella dell’abside; comparve in quel occasione la piccola sagrestia a nord ( verso l’attuale via Arco Vallaresso). Sotto il pavimento del Battistero gli archeologi hanno trovato un ambiente con degli scheletri e, a fianco del muro a nord, tracce di un mosaico probabilmente di una domus ecclesia.[24]

La trasformazione del Battistero in una sorta di mausoleo carrarese ebbe vita brevissima. Nel 1405 giunsero i veneziani che occupando l’entroterra vollero cancellare tutto ciò che riguardava la precedente signoria. Fu allora che il Battistero riacquistò la sua funzione originaria, dopo aver tolto (1409) i monumenti plastici dei sarcofagi.[25] La fonte battesimale, nella sua forma marmorea, risale al 1260.

Attualmente nel Battistero di san Giovanni Battista è stata avviata una campagna di restauro degli splendidi affreschi (1375/78 c.) di Giusto de’ Menabuoi, testimonianza ancora viva dell’apparato decorativo dell’ottavo decennio del secolo XIV in terra veneta e, soprattutto, degli intrecci che esistevano tra l’arte e le ricerche matematiche dello Studio patavino, senza dimenticare che il suggeritore del ciclo narrativo è stato Francesco Petrarca, all’epoca canonico della Cattedrale e ospite prediletto della corte carrarese.

 

 

 

Note

[1]  L. Puppi, Il Battistero, in Padova basiliche e chiese, parte I, Neri Pozza Editore, Venezia 1975, p. 101, nota 1.

[2]  L. Puppi, 1975, p. 101, nota 2: G. Salomonio, Urbis patavinae inscriptiones sacrae et prophanae, Padova, 1701.

[3]  L.Puppi, 1975, p. 101, nota 4: A. Gennari, Annali della città di Padova, Bassano, 1804.

[4]  C. Gasparotto, Critica della cronologia tradizionale del Battistero di Padova, in «Atti e Memorie dell’Accademia patavina di Scienze Lettere ed Arti», pp. 135-154, 1963/ 1964, p. 151;La Tribuna di Treviso, 26 agosto 2014, online.

[5]  L. Puppi, 1975, p. 101, note a testo.

[6]  L. Puppi, 1975, p. 102; S. Bettini, 1944, Giusto de’ Manabuoi e l’arte del Trecento, Padova, p. 125.

[7]  L. Puppi, 1975, p. 104.

[8]  L. Puppi, 1975, p. 102, nota 13: E. Calderio: “baptisterium … inchoatum fuit”; e lo Pseudo Ongarello riferisce che “fo comenzà edificare el Battistero del Domo

[9]  L. Puppi, 1975, p. 103; Gasparotto, 1964, pp.141-143.

[10]  L. Puppi, 1975, p. 103.

[11]  C. Bellinati, in Giusto de’ Menabuoi nel Battistero del Duomo di Padova, Neri Pozza Editore, Venezia 1960, p. 103

[12]  C. Bellinati, Venezia 1960, p. 161; A. M. Spiazzi, Giusto De’ Menabuoi a Padova, in Il secolo di Giotto nel Veneto, a cura di G. Valenzano e F. Toniolo, Venezia, 2007, p. 372.

[13]  C. Gasoarotto, 1964,  p. 152.

[14]  C. Bellinati, 1960, 162.

[15]  L. Puppi, 1975, p. 104.

[16]  L. Puppi, 1975, p. 104.

[17]  S. Bettini, Giusto De’ Menabuoi e l’arte del Trecento, 1944, p. 125. Le Tre Venezie.

[18]  L.Puppi, 1975, p. 108.

[19]  L. Puppi, 1975, p. 105, nota 23.

[20]  L. Puppi, 1975, p. 105; G. Lorenzoni, in Giusto de’ Menabuoi nel Battistero di Padova, a cura di Anna Maria Spiazzi, Lint Trieste, 1989, p. 36.

[21]  C. Bellinati, 1960, p. 161.

[22]  G. Lorenzoni, 1989, p. 36.

[23]  C, Bellinati, 2007, p. 162.

[24]  G. Valenzano riferito a voce.

[25]  L. Puppi, 1975, p. 105, nota 27: del monumento di Fina Buzzaccarini rimangono ancora oggi visibili “un arco, due paraste figurate e due mensoloni” (Bettini).

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