Antoni y Cornet Gaudí: un cuore catalano e un’anima spagnola.

 

 

Antoni y Cornet Gaudí: un  cuore catalano e un’anima spagnola.

La Spagna non fu immune dalla moda dello stile Liberty, che diramava le sue profusioni naturali ovunque. La città che l’accolse con maggior predisposizione fu Barcellona. Di fatto, sin dalla seconda metà del XIX secolo, il capoluogo della Catalogna stava diventando, lentamente ma progressivamente, un vero e vivo centro industriale. Questa sua rinascita economica e culturale si era avviata decenni prima, con l’indebolimento delle attività commerciali delle altre città peninsulari, non più attive nei commerci d’oltreoceano, a causa della perdita dei possedimenti coloniali. Anche Barcellona si avviò a diventare una città moderna e come gli altri centri europei non mancò nel pianificare un ampliamento urbano, l’Eixample (“Estensione,” che non sarebbe esistita senza l’intervento del decreto di Madrid), dovuto alla crescita demografica e all’incipiente industrializzazione. Su progetto di Ildefons Cerdà y Sunyer (1815-1876), parte delle mura medioevali della città vennero abbattute per lasciar spazio a un nuovo quartiere che, ancora oggi, è meta ambita dai turisti dal momento che ospita importanti monumenti testimoni del Modern Style spagnolo. Ma tra gli architetti di questo periodo, ad esempio Luís Domènech y Montaner (1850-1923), creatore del Palazzo della Musica Catalana e Josep Puig y Cadafalch (1867.1956), ideatore -tra le molte proposte- di casa Amatller, uno solo riuscì a rappresentare con un sintagma unico e di straordinaria coreografia creativa, in quanto viva, l’anima della Catalogna abbracciata da una rinascita linguistica e culturale, Gaudí, l’architetto di Dio.  E lo intraprese molto prima che il modernismo catalano divenisse oggetto d’opposizione al nascente gruppo di artisti, poeti e architetti che si votarono a un coinvolgimento politico di rinascenza regionale (oggi, la Catalogna è una delle comunità autonome di Spagna), il movimento del Noucentisme, coniato nel 1906.

 

Interno della Sagrada Familia

Antoni Gaudí è l’architetto che esprime il meglio dell’architettura modernista catalana e spagnola. La sua opera si dà allo sguardo come commemorazione della storia: dalle viscere lacetane alle origini greco-cartaginesi e romane, dall’esuberante maestria e colorismo dello stile mudèjar alla plasticità dell’arte visigota e franca, sino ad arrivare al tardo manierismo dell’Escorial madrileno, al barocco di Madrid e di Salamanca, in Castiglia de León. Nessun secolo della vita è escluso dalla sua conoscenza artistica e si rivela come i tangibili suoni di un’esibizione di Francisco Tárrega (1852-1909). Come questo straordinario maestro di chitarra riuscì a elaborare trascrizioni di ben noti compositori classici e contemporanei, come Joaquin Malatas, creando giochi musicali unici, e sviluppando nuove composizioni,  in ugual modo Gaudì sprigionò il suono della sua anima cattolica, esibendo la gioia e la forza del proprio popolo. Un popolo cattolico e unito, sin dal 1469, in quella che sarà la futura nazione spagnola.

Gaudí non si preoccupava della questione psicologica che avvinghiava gli altri architetti, non si soffermava nel concetto di rendere gradevoli ed eleganti le dimore della borghesia industriale, espressioni della potenza economica di un paese. Non si occupò di un’urbanistica la quale convalidasse la distinzione delle classi.  Gaudí è un architetto che si fece artigiano, plasmatore di forme, creatore di espressioni nuove della costruzione. Come un abile scultore o un pratico ceramista così Gaudí modifica in linee curve e ondulate le forme di muri, facciate, edifici sia sacri, sia laici. È stato capace di piegare la perizia della difficile tecnica dei supporti costruttivi alla creazione fantastica di elementi che ricordano: l’abilità delle maestranze romaniche della Cattedrale di San Seo (secolo XII) di Saragozza, nella regione di Aragona; la coinvolgente validità dei giochi curvilinei che risentono del barocco tanto quanto le ornamentazioni che sottendono le stanze de Alhambra (1232), nella regione dell’Andalusia e, la competenza nell’uso delle alicatado, composte dalle cosiddette azulejos portoghesi (derivate dall’artigianato arabo di Spagna), ma sprigionanti tutta la gamma cromatica utilizzabile, affiancate da smalti policromi e vetri colorati; come esprime nel gotico modernista di Casa Vinces (1883-1888), nel rigoglio faunistico di Parco Güell (1900-1914), in Casa Batlló (1904-1906). Gaudí è un architetto che parla catalano, come Isaac Albéniz (1860-1909) nei Jocs Florals e in Asturias, ma anche coglie dalle varie regioni della sua Nazione, quei giochi floreali di stilemi creativi rielaborandoli in qualcosa di nuovo.

 

Sagrada Familia nel 1905, foto di  S. F. Baldomer Gili y Roig, Museu d’Art Jaume Morera. Lleida.

 

Divenne a soli trentun anni responsabile del cantiere della cattedrale di Barcellona e riuscì a dare alla propria città un cuore, la Sagrada Familia, a cui lavorò dal 1882 fin che la morte, inaspettatamente lo colse nel 1926. Un cuore a Barcellona e un’anima cattolica a tutta la Spagna, perché egli era un “cattolico convinto”[1] e conosceva bene l’etimologia della parola catholicus (“tutto intero” e, in senso ampio “universale,” come l’arte di un luogo, di uno spazio, si moltiplica all’infinito nel tempo) tanto quanto conosceva etimologicamente cosa significasse il suo contrario.

 

Sagrada Familia (1882- ? )

 

La Sagrada Familia si erge vertiginosamente come un tempio vocale di preghiera, allegoria di profumi d’incenso bruciati nel turibolo. Si basa su una planimetria tradizionale a croce latina, a cinque navate e un’abside con deambulatorio a cappelle radiali, ma ampliata da sinuosità ondulate della base che proseguono in tutta la struttura, come fosse lambita dalle acque. “Sorge su una base neo-gotica e, attraverso portali Art-nouveau, termina con pinnacoli di stile cubista.”[2] È un luogo in cui l’umanità si sente accolta e abbracciata, come deve essere in funzione e a motivo della sua nascita. Con le sue guglie, i suoi pinnacoli, i suoi cunicoli e i suoi corridoi praticabili sembra intrecciare la vita di ogni singolo individuo. Le sue alte torri appaiono in lontananza come fossero delle colles castelleres (evoluzione delle Muixerangues della provincia di Valencia), oppure sembrano sabbia mischiata ad acqua di mare, sciolta per fare funamboliche torri sulla spiaggia, e il ricordo avvicina a sant’Agostino e alla mistica patristica. È un tempio per e fatto d’umanità, poiché racconta, nei singoli episodi biblici, la storia umana intrecciata con la mano provvidenziale di Dio.

 

Planimetria della Sagrada Familia.

 

È un universo di simboli teologici, ogni struttura rinvia a un episodio della Bibbia. Il Testo Sacro è scolpito nella struttura. Gaudí stesso si preoccupò di realizzare per primo il Portale della Natività, perché da quell’episodio inizia il cammino della storia cristiana. È una carta che riflette l’ellitticità del cosmo dove ogni cosa, se ben diversa, ha un suo ordine e tutto concorre alla vita ricca di colori, formata dalla luce, anche in senso mistico di Lux .

 

 

Sagrada Familia, interni.

 

Nello stesso modo di una cattedrale gotica è stata concepita per essere completata da più generazioni, nell’unità dell’operosità umana che protende verso il proprio Creatore; la Cattedrale è un continuum nel tempo, un’evoluzione di individui, di anime, nella storia, e nel contempo è un consegnare la transitorietà umana a Dio; dunque non è sacra in quanto consacrata, bensì è religiosa perché già gli uomini appartengono a Gesù Cristo. 

El Greco, Veduta di Toledo (ca. 1596-1600), Metropolitan Museum of Art,    New York.

 

Gaudí in questo modo consegna non solo la città, bensì tutti gli uomini a Dio, come in un famoso quadro[3] di El Greco, nel quale il cielo si apre squarciando un nimbo di nuvole che paiono fare da soffitto alla città di Tolosa, così come la cattedrale s’innalza su Barcellona mutandosi in simbolo di fede e divenendo metamorfosi della storia culturale della Spagna.

 

 

 

 

[1]  Argan, 1989, p. 183.

[2]  Argan, 1989, p. 183, citazione di George Roseborough  Collins (1917-1993).

[3]  Argan, 1989, p. 183.

Bibliografia: G. C. Argan, L’Arte Moderna, Sansoni, 1989, Firenze; C. Bertelli, G. Briganti, A. Giuliano, Storia dell’arte italiana, Electa B. Mindadori, 1992, Milano; Lagrande storia dell’arte, l’Ottocento (seconda parte) 2005 E-education.it, Il Sole 24 ore, pp. 362 ss.

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