L’Art Nouveau

Art Nouveau

 Alfons Mucha (1860-1939), Le quattro Stagioni (1896), Mucha Museum, Praga.

 

Linguaggio tipico dello spirito moderno è l’Art Nouveau. Dalla prospettiva sociologica questo sviluppo artistico che divenne una moda, coinvolgendo tutto ciò che riguardava l’ambito della vita comunitaria, doveva soddisfare le goût della collettività. Coinvolse tutti i paesi in cui si era sviluppato un certo benessere industriale. L’Art Nouveau è stata un idioma diffuso in tutto il mondo, linguaggio artistico che rese complice le menti del sociale, e divenne espressione culturale indelebile di un’epoca che ne prese il nome, la Belle Époque (1870 circa-1914). Manifestazione prima di una società elegante e ricca, lo stile floreale -così venne chiamato in Italia- nacque nell’ambito urbano per poi espandersi in provincia. Riguardò tutte le categorie del costume sociale: dall’abbigliamento ai gioielli, dalle forme decorative dell’architettura ai mobili e suppellettili di casa, dai cartelloni pubblicitari alle littografie, alle decorazioni dei pacchi di sigarette, ect.

Victor Horta (1861-1947), Horta Museum,  Saint Gilles, Belgio.

Questo “stile moderno”[1] era la tendenza del momento. “Era il gusto della borghesia moderna, spregiudicata e entusiasta del progresso industriale, che considera un suo privilegio intellettuale, a cui corrispondono anche delle responsabilità sociali.”[2]

 

Henry Van de Velde (1863-1957), scrivania (1899), Vienna, Oesterreichisches Museum.

Galileo Chini (1873-1956), Vaso, Collezione privata.

 

È lo stile dell’alta borghesia che detiene gli archetipi, che possiede gli originali degli artisti, eseguiti con materiali pregiati, mentre la media e piccola borghesia si accontenta dei surrogati a basso costo, diffusi dall’industria. Essendo la moda del momento, l’Art Nouveau era soggetta ai movimenti del mercato, mosso da un fattore psicologico: l’abbandono del vecchio per interessarsi del nuovo. In questo modo funziona anche la macchina industriale che immette nella piazza nuove soluzioni decorative che suppliscono quelle già in uso. “L’Art Nouveau, come stile «moderno» corrisponde così a quello che, nella storia economica della civiltà industriale, si chiama «il feticismo della merce».[3]

 

Lo Stile Liberty, nonostante le mutabilità di spazio e di tempo, presenta delle caratteristiche invariate, quali:

a) la preferenza per una linearità flessuosa ed elegante d’ispirazione floreale e faunistica, con una chiara propensione parabolare, iperbolica, accompagnata dallo studio di forme o morfologia costituita da arabeschi lineari impostati sulla curva, su ritmo ondulato, a spirale, come allora andava sviluppando la danza di Loïe Fuller (1862-1828);

Giorgio Spertini, vaso in ceramica smaltata e modanatura in bronzo dorato (1903), Collezione Antonelli.

 

Raoul-François Larche (1860-1912), Loie Fuller (c. 1896), scultura in bronzo dorato, Dayton Art Institute.

 

 

Alfons Mucha (1860-1939), Le Arti: Musica, Poesia, Pittura, Danza (1898), Mucha Museum, Praga.

 

Collection of Tiffany lamps from the Virginia Museum of Fine Arts.

 

b) l’impiego di modelli derivati dall’arte giapponese;

 

Geisha, (1868 / 1945), Galleria Nazionale, Roma.

c) una cromia fredda e sfumata, o calda e cromaticamente brillante, data per zone, o striata;

 

Gustav Klimt, L’albero della vita (1905-1909), fregio di Palazzo Scotlec. Vienna.

 

d) ricerca di ritmi musicali, e insofferenza per la simmetria e l’equilibrio;

 

Loie Fuller (1862-1928), Dans du Lys (c. 1900).

 

e) l’intento di comunicare per empatia, stati d’animo di gioia, giovinezza, bellezza, ottimismo per mezzo di un’essenzialità lineare agile, flessuosa e vivace. Questo movimento cerca di sviluppare, tramite l’arte, questa sensazione o senso di sviluppo e benessere, ricerca un coinvolgimento emotivo cresciuto all’ombra dell’entusiasmo suscitato dal positivismo e, di conseguenza, dai nuovi sviluppi scientifici e industriali.

 

Aroldo Bonzagni, All’uscita della Scala (1910), acquarello e tempera su carta applicata. Galleria dell’Arte Moderna, Milano.

 

 

Luis Comfort Tiffany (1848-1933), Vetrata per la World’s Columbian Esposition di Chicago, 1893.

 

La diffusione delle ricercatezze dell’Art Nouveau avviene per mezzo di riviste d’arte e di moda, “del commercio e del suo apparato pubblicitario,”[4] tramite spettacoli teatrali ed esposizioni mondiali.

È un’arte che esalta la primavera della vita, che coinvolge la letteratura e con essa la poesia. Parla di edonismo e di raffinatezza promossa dal rapido sviluppo dell’industria che incoraggia l’oggettistica alla moda, si serve di artigiani esperti per rifinire i prodotti e mette al servizio del capitalismo il lavoro degli artisti, non per questo qualifica il lavoro degli operai. Di fatto questo mondo disinvolto si ferma alle soglie della periferia urbana, non raggiunge le case a schiera, i ghetti suburbani.

L’Art Nouveau è uno stile ornamentale che consiste di aggiungere all’oggetto utilmente comune un elemento edonistico per renderlo, in questo modo, prezioso. “Ruskin aveva sostenuto che la «poesia» dell’architettura era  tutta nell’ornamento poiché solo al di là dell’utile può darsi un valore spirituale.”[5] Ma nello sviluppo storico di quest’arte l’ornamento gradualmente confonde l’oggetto con se stesso. “La funzionalità (l’utile) si identifica con l’ornamento (il bello) perché la società” vuole riconoscersi e identificarsi nei propri prodotti e strumenti.

 

René Lalique gioiello-pavone (1898), Museo Calouste Gulbenkian Lisbona.

 

Il narcisismo estetico dello stile moderno dà un limite al suo programma di migliorare, abbellendo, tutto ciò che riguarda la vita. L’Art Nouveau stende un sottile velo cieco sopra la società e la incoraggia nel suo progressismo, tiene alta la bandiera dell’ottimismo e fa in modo che il mondo alla moda rifletta nello specchio l’immagine idealizzata di se stesso. Un’immagine che inconsapevolmente lo porterà al primo grande conflitto mondiale, che la pittura simbolista della Secessione aveva, forse, preannunziato.

 

Franz von Stuck, Lucifero (1890), particolare, National Gallery for Forcing Art.

 

Franz von Stuck, Il Peccato (1893), Nueu Pinakothek, Monaco di Baviera.

Non compare nulla nell’Art Nouveau che sveli la consapevolezza “della problematica sociale inerente allo sviluppo industriale,”[6] tanto palesemente evidenziata nei romanzi di Émile Zola (1840-1902), per rimanere in Francia.

L’Art Nouveau è l’esaltazione di un’effimera coscienza sociale, che preferisce chiudersi nel suo mondo fatato senza volgere gli occhi altrove. Sì, è stata una magnificenza urbana che ha invaso con le sue linee floreali la vita, i costumi e gli usi di un’intera epoca, ma ha strumentalizzato il lavoro dell’artista per il suo compiaciuto edonismo narcisistico. L’artista è qualificato perché è una mente creativa e contrapposto al mero lavoro di fabbrica, surrogato di una massa di popolo fatiscente. Il lavoro della massa degli operai non viene affatto riqualificato come si aspettava il socialismo di William Morris (1834-1896), l’intento perseguito era quello d’inquadrare l’arte nella cornice dell’economia capitalistica. Allora si comprende che l’Art Nouveau è stata un’arte d’élite, della quale si concedevano “al popolo i sottoprodotti.”[7]

 

William Morris, carta da parati Margherite (1864).

 

Copertina della rivista settimanale Junged  (n. 14, 1896), Monaco.

 

 

 

[1]  Argan, 1989, p. 188.

[2]  Ibidem.

[3]  Ibidem.

[4]  Ibidem.

[5]  Ibidem.

[6]  Argan, 1989, p. 194.

[7]  Ibidem.

 

Bibliografia: Giulio Carlo Argan, L’arte moderna, Sansoni, Firenze, 1989.

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