La chiesa di Santa Sofia in Padova. Le origini.

La misteriosa e provocante, così affascinante chiesa di Santa Sofia in Padova è riuscita a sollecitare la vivacità intellettuale di molti storici e critici dell’arte, per non parlare degli archeologi che per essa, così si suo dire, hanno perso la testa. Magnifica nella sua struttura romanica, ma con una storia assai più antica (affonda le sue radici nei primi secoli del cristianesimo); si fa risalire al periodo bizantino-longobardo. Essa, nonostante la veneranda età, ancora attrae gli sguardi curiosi dei passanti poiché è nata nel tempo presente di un passato ancora vivo.

Immagine tratta da: “Memorie architettoniche sui Principali edifici della città di Padova,” di Pietro Chevalier, 1831.

 

Dato che molti studiosi hanno proposto le loro tesi, spesso divergenti, senza giungere a un’unica soluzione, il Bellinati ha cercato, con discreta ragione, di comprendere l’antichità dell’opera architettonica. E’ stato per merito suo che si è rafforzata l’ipotesi che la chiesa di Santa Sofia fonda le sue radici nell’epoca bizantino-longobarda. Egli parte, per cercare la verità storica, da un conosciuto documento fatto redigere da Sinibaldo, vescovo di Padova; investitura che egli ha ottenuto da papa Pasquale II durante il Concilio di Guastalla (22 ottobre 1106), preposto in Padova il 15 marzo 1107, sino alla sua morte avvenuta nel 1125.

Nel rogito, dopo la consueta invocazione (invocatio) segue la data, il 19 febbraio del 1123. Diplomaticamente questo scritto si definisce una concessione (concessio), di fatto, dopo il prologo, narra (narratio) della difficile situazione economica in cui perduravano i chierici (clerici) di Santa Sofia, uno stato di povertà tanto da non potere completare la struttura architettonica della chiesa. [1] E’ significativo come il vescovo si sia preoccupato della situazione della fabbrica. L’abbandono in cui essa, la fabrica nova molis appariva è stato confermato dallo scavo archeologico del 1892, nel quale si rinvenne uno strato di terriccio (humus) nella zona absidale, ciò ci suggerisce che nell’arco di tempo in cui i lavori furono sospesi, poté crescere uno strato d’erba. Tale situazione venne registrata (Archivio della Curia Vescovile: Visitationes, t. 140) anche dalla relazione di monsignor Gaetano Roncato.[2]

Il documento in questione termina con una sanzione (sanctio) “nella quale vennero stabilite alcune obbligazioni per garantire l’osservanza dell’atto giuridico”,[3] tra le quali la richiesta di far diventare la comunità dei canonici seculares o chierici, una comunità di canonici regulares, per preservare la fede cattolica.

Nell’escatocollo (la parte conclusiva del documento notarile), sucessivamente alle firme dei testimoni, si trova l’attestazione di Ottolino: “Ego Otolinus domini Federici imperatoris notarius …[4] , come riferisce, notaio dell’imperatore Federico, con data 13 febbraio del 1196. Ottolino, quindi, copiò senza nulla modificare: “ … hoc exemplum ex autentico sumpsi et exemplavi, …”,[5] il testo originale. Affermazione pienamente attestata pure da Patavino, notaio vescovile, che ricopiò il medesimo atto notarile il 18 ottobre del 1205: “Ego patavinus sacri Palatii notarius hoc exemplum ex autentico sumptum iterum relevavi et exemplavi, …[6] (esiste anche una trascrizione ottocentesca del testo). [7]  Ebbene, il documento è tuttora custodito nell’Archivio della Biblioteca Vescovile di Padova.

 

 

La figura di Sinibaldo si inserisce nel periodo della lotta per le investiture tra papa Pasquale II e l’antipapa Clemente III, alleato dell’imperatore Enrico IV. Anche a Padova vi erano due vescovi, Sinibaldo eletto dal pontefice romano e Pietro IV, eletto dall’antipapa. A causa di quest’ultimo il vescovo Sinibaldo dovette fuggire dalla città per rifugiarsi dal marchese d’Este, tra il 1111 e il 1117. Nel territorio del marchese trovò rifugio nel monastero delle Carceri, dove vi erano i Portuensi.  Entrambi i vescovi erano rappresentanti di due importanti forze: Pietro IV raccoglieva attorno a sé gli alleati dell’imperatore Enrico V, dunque costituiva il partito filo imperiale, mentre Sinibaldo, eletto dal legittimo pontefice romano, esprimeva non solo gli interessi della Chiesa di Roma, bensì costituiva, con i suoi difensori, le prerogative del nascente Comune della città di Padova, che in quel periodo aveva finito la gestazione dal momento che è documentata la presenza dei Consoli sin dal 1138. E’ certamente un periodo importante poiché si avvia il fenomeno del superamento di un’economia esclusivamente agraria per lasciare spazio ad altre attività, quali l’artigianato e la mercatura. In questo contesto si comprende lo sviluppo demografico di Padova nel XI secolo, che da semplice villaggio agricolo si trasformava in un centro urbano. Il vescovo rimaneva l’autorità politica (feudale) e spirituale di Padova, ma ora doveva confrontarsi con le nuove forze nascenti che tra l’altro gli erano alleate, non solo per motivi religiosi ma, soprattutto, per sviluppare una chiara indipendenza nei confronti del potere imperiale. Poco tempo dopo, nella seconda metà del XII secolo scoppiò la lotta tra i comuni dell’Italia settentrionale contro l’imperatore Federico Barbarossa, che culminò con la battaglia di Legnano (1176) ,e con la pace di Costanza (1183). [8]

 

 

Sinibaldo, dunque, era tutto preso dal suo ideale di restaurazione cattolica soprattutto dopo l’esperienza dell’antecedente vescovo scismatico Milone; e, su questa scia, promuove nuove comunità religiose, riorganizza i chierici in comunità regolari (così appare nel documento della concessio di Santa Sofia), rilascia numerosi benefici alle comunità religiose tra cui quella di Santa Sofia, che allora (tunc) in suburbio civitatis Padue in nove molis erigebatur.[9]

“Interessante è anzitutto quel nove molis, che esige filologicamente ( secondo il Forcellini) la presenza di substructiones, cioè di grandi scavi per poderose fondamenta; il che include l’epoca della famosa «cripta», problema e cruccio di studiosi e architetti.”[10]

 

Come già annunciato sopra, Sinibaldo con il documento del 19 febbraio 1123, rinnova la concessione o cartula oblacionis a favore dei chierici di Santa Sofia, è costretto a rinnovare tali benefici per le seguenti ragioni, che lui stesso dichiara: primo per “la «distrazione» da parte dei canonici seculares di Santa Sofia del denaro raccolto nelle decime concesse e [secondo per] l’atteggiamento dei canonici della cattedrale, non del tutto persuasi di tale concessione”[11] (si tratta di quei canonici della cattedrale che erano responsabili di Santa Sofia).  Non c’è ragione di dubitare di ciò, quindi tanto meno di pensare che durante l’esilio forzato di Sinibaldo e di Bellino, arciprete della cattedrale, il vescovo scismatico Pietro IV, assieme ai canonici della cattedrale, impugnasse il documento.

Questo beneficio da dove proveniva?

Tale ricchezza proveniva da un privilegium che l’imperatore Enrico IV aveva elargito alla cattedrale di Santa Giustina e Maria in Padova il 29 giugno del 1090, i cui amministratori erano in Vescovo e il Capitolo dei canonici. Pertanto, Sinibaldo d’accordo con il Capitolo dei canonici, sin dal 1106/07 aveva predisposto che una parte delle decime appartenenti “ai canonici della cattedrale nel borgo di Santa Sofia,”[12] fossero donate alla comunità dei chierici di Santa Sofia, con lo scopo che completassero la costruzione della chiesa e, una volta terminata, le stesse decime fossero utilizzate a pro degli stessi per il loro sostentamento economico. Nel documento non sfugge la clausola del vescovo, ossia che la comunità dei chierici secolari dovessero diventare chierici regolari cogliendo la regola dei Portuensi, protetti dallo stesso Sinibaldo.

Andrea Mantegna, scomparto centrale del Polittico di santa Giustina (1453-1454), Pinacoteca di Brera.

Tramite un documento di livello, datato 29 luglio 1129, si apprende che la chiesa di Santa Sofia non era ancora stata ultimata. In tale testo si afferma che “Canone, sacerdote e ordinario della chiesa di Santa Sofia in Padova, dà a livello a Gunterio ….. un pezzo di terreno ….”.[13] Il documento notarile redatto in latino dice: … domnum Kononem, Dei gratia presbyterum et ordinarium ecclesie Sancte Sophie, que constructa est in suburbio civitatis Padue, …”[14] Canone viene menzionato come presbite (sacerdote) non come prior (superiore), ossia come uno degli ordinari di Santa Sofia; e per “ordinarium si deve intendere come canonico di una chiesa collegiata non regolare.”[15]

Dotto, “Padova circondata dalle muraglie vecchie” (da A. Portinari, Della felicità …, 1623). Immagine tratta da: Padova. Ritratto di una città, 1973, Fig. 11.

Molto più interessante l’espressione que costructa est, ciò significa che la chiesa è presente in loco, insomma, è logisticamente accertato che ivi vi era una struttura e non che sia stata conclusa la sua costruzione, se questo fosse vero il canonico Canone sarebbe stato definito prius.

Inoltre sia nel documento di Sinibaldo (19 febbraio 1123), sia nel rogiro notarile di Conone (29 luglio 1129), ci si riferisce a una zona periferica di Padova. Nel primo documento si parla di burgenses, nel secondo di suburbio, insomma esisteva da tempo remoto un burgus di Santa Sofia, che non sarebbe esistito se non vi fosse stata una chiesa ad attestarlo e da cui il borgo abbia preso il nome.

Il borgo di Santa Sofia era collocato a Est, fuori la cinta muraria medioevale, che correva attorno all’isola centrale, dove si trovava la cattedrale, come si può osservare dalla cartina del Portinari.

Dotto, “Padova circondata dalle muraglie vecchie” (da A. Portinari, Della felicità …, 1623). Immagine tratta da: Padova. Ritratto di una città, 1973, particolare della figura 11.

Esaminiamo ora il suburbio. Si deve constatare che nell’area orientale della città sin dal VI secolo, quindi in pieno periodo bizantino, c’erano chiese con intitolazione bizantina, si tratta non solo di Santa Sofia, ma anche di Santa Eufemia (di cui Gasparotto ha accertato l’esistenza), e di Santa Cristina (scomparsa). Questi titoli che si trovano nella medesima area orientale di Padova qualifica l’ipotesi che ivi si trovasse una colonia bizantina con un presidio militare  (VI secolo). Paolo Diacono nell’Historia Langobardorum (789), racconta che quando Agilulfo, re dei Longobardi (che cominciarono a occupare la Penisola nel 568, dopo che i bizantini vinsero i Goti), occupò Padova (602), allora  permise al presidio militare bizantino di ritirarsi incolume verso Ravenna,[16] e più tardi, nel 640, con l’approvazione del papa Giovanni IV, anche il vescovo di Padova abbandona la città che arianam sectam declinam e si rifugia in terra lagunare, come testimonia la Cronaca di Andrea Dandolo.[17] Infatti i Longobardi erano di fede ariana.

Oltretutto l’Ongarello (presunto storico padovano) nella sua Cronaca scrive che nella zona di Santa Sofia sorgeva “il palazzo di Vitaliano, re di Padova e padre di santa Giustina”[18] (santa Giustina venne martirizzata nel IV secolo, durante le persecuzioni di Diocleziano). Si tratta però di leggenda padovana, ma in fondo al racconto tradizionale può sussistere un sostrato di verità. Ora, Procopio di Cesarea, storico bizantino, narra della Guerra Gotica in Italia (535.553) e ricorda che, nel territorio veneto, vi era un dux chiamato Vitalio, sottoposto al comando di Belisario. Quel Vitalio “potrebbe essere divenuto il leggendario re Vitaliano, padre di santa Giustina.”[19] Di conseguenza non è improbabile che nella zona di Santa Sofia ci fosse un palazzo sede dell’autorità bizantina e, accanto ad esso sorgesse una cappella dedicata a Santa Sofia. Ma perché il presidio era stato costituito nella zona orientale della città al di fuori dell’isola principale dove si era dato origine al Municipium di Padova, ossia alla Padova Romana, attorno alla quale si svilupparono le ville  suburbane?

I canali scomparsi in Padova, tratto dal sito del Comitato delle Mura. Per bene comprendere la situazione della città di Padova in epoca romana è esaustivo il bel articolo di J. Bonetto e A. Zara, Patavium virtual tour. Una passeggiata virtuale nella Padova romana, in Padova e il suo territorio, pp. 11-14, numero 190, dicembre 2017. Nella stesso bimestrale gli articoli di: Pettenò e C. Rossi, La “borghesia” della Patavium liviana e la memoria di sé, pp. 15-22. Non mancano di interesse gli arti articoli.

Semplicemente perché era un luogo strategico dal punto di vista militare: controllando l’accesso a un corso d’acqua (il cosiddetto canale di Santa Sofia, meglio, il canale che univa i due rami del Meduacus, oggi Brenta),  permetteva la difesa della zona sud-est di Padova, area di difesa del territorio rimasto ai bizantini dopo l’invasione dei Longobardi, e garantiva una possibile e facile via di fuga.

Oltretutto si può dedurre che in epoca paleocristiana (secoli III-IV) la zona centrale della Padova romana rimanesse di pertinenza pagana, come accadde a Roma.

Tracciato dei canali di Padova. Il tratteggio evidenzia i canali che sono stati interrati o tombinati tra l’Ottocento e il Novecento.

“Nel 774 in Padova al dominio longobardo si sostituisce quello dei Franchi” (o carolingi).[20] In questa occasione il vescovo di Padova Tricidio, sostenuto dai nuovi dominatori, abbandonò il suo esilio lagunare per ritornare alla propria sede, ricostituendo la diocesi suddivisa dai longobardi, i quali ne avevano affidato gran parte delle terre al vescovo di Treviso.[21] Ora, i Longobardi non si erano opposti al cattolicesimo, e la fine della disputa (scisma ricapitolino) tra il vescovo del patriarcato di Aquileia, affiliato ai Longobardi, e il vescovo di Grado, politicamente legato ai bizantini, avrebbe sicuramente incentivato il ritorno del vescovo patavino, se nonché quest’ultimo per ritornare alla propria sede doveva riacquisire i diritti abbandonati e soprattutto recuperare le terre della diocesi concesse al collega di Trento. L’occasione gli venne dall’appoggio dei Franchi. In un diploma dell’ 855 Ludovico II ribadisce le concessioni elargite da suo nonno Carlo Magno e da suo padre Lotario al vescovo di Padova. Iniziò la lenta ma continua trasformazione della città, da piccolo villaggio agricolo (dopo la caduta dell’impero romano) a vivace centro urbano e, in fine, a Comune.

 

In seguito a questa “carrellata storica” si intuisce che il suburbio di Santa Sofia si era formato ben prima del Mille. A riprova di tale tesi viene in soccorso un documento custodito nell’Archivio della Curia Vescovile di Padova, si tratta dell’Ordinarium ecclesie patavine saec. XIII, E. 57, foglio 107, in cui si legge: Sciendum est quod feria secunda post pascha consuevit episcopus cum canonicis set scolaribus ire ad ecclesiam Sancti Sophie et quandoque  solus episcopus cum quibusdam sine processione.[22]

Si evince, dunque, che il Vescovo con il Capitolo della cattedrale e i chierici, il lunedì di Pasqua o lunedì dell’angelo ( in seguito la cerimonia sarà spostata al primo mercoledì dopo la Risurrezione), si recava in processione dalla Cattedrale alla chiesa di Santa Sofia, consuetudine che cessò di esistere nel 1866.[23]

Vogliamo ricordare che anche a Cividale, il lunedì di Pasqua, clero e popolo si recavano in processione al Monasterium maius (Monastero che racchiudeva il tempietto longobardo con all’interno le probabili sculture di santa Sofia e le sue tre figlie), fatto che non deve essere sottovalutato; si tratta di una coincidenza non casuale.[24]

La testimonianza sopra citata  può sciogliere il dilemma della presunta cattedralità di Santa Sofia. Ebbene anche a Venezia con una processione sino alla chiesa di Santa Sofia si solennizzava il martedì dopo Pasqua il titularis (la Divina Sapienza). Ma in Padova vi presenziava il vescovo, questo fatto accadeva e accade tutt’oggi per la chiesa di Santa Giustina (oggi festeggiata il sette ottobre) e per la chiesa di Sant’Antonio (il 13 giugno).

Si può, a questo punto, ipotizzare, con sicura certezza, che la solennità della chiesa di Santa Sofia fosse dovuta a una memoria storica; ossia, la chiesa in questione durante i periodi più difficili della storia di Padova, come ad esempio l’invasione degli Ungari (899), o il terremoto del 1117, avesse avuto la funzione di sostituire la Cattedrale danneggiata; infatti, i barbari avevano incendiato la cattedrale che venne nuovamente consacrata nel 1075, mentre il terremoto aveva rovinato diversi edifici. La chiesa di Santa Sofia venne scelta dal Vescovo e dal Capitolo non solo perché si presentava adatta alle funzioni liturgiche, ma anche per la sua vetustà. Nella leggenda di san Prosdocimo si considera la chiesa di Santa Sofia di fondazione prosdocimiana, il che la farebbe risalire al IV secolo, periodo di diffusione del cristianesimo nella regione. La chiesa è di fatto stata costruita sopra l’area di una villa suburbana d’età imperiale.

Ma questa è un’altra questione strettamente connessa alle ricerche archeologiche.

Ritornando al documento voluto dal vescovo Sinibaldo  constatiamo che i testimoni facevano parte del Capitolo della cattedrale. Tra i firmatari spicca la segnatura di s. Bellino, allora arciprete della cattedrale, che seguì Sinibaldo nel territorio guelfo del marchese d’Este, durante l’esilio causato dallo scismatico Pietro IV. Alla morte di Sinibaldo (17 ottobre 1125) venne eletto vescovo proprio san Bellino (morto il 26 novembre 1145), che proseguì la politica di restaurazione ecclesiastica del suo predecessore, reiterando la concessione di parte delle decime a Santa Sofia[25] (la chiesa non era ancora stata terminata).

“I nomi dei due notai ( Ottolino, 1196 e Patavino, 1205) ricorrono frequentemente nelle pergamene della Capitolare.”[26] Tramite loro si sono conservati numerosi atti notarili che hanno permesso di ricostruire le controversie e le dispute relative alla chiesa di Santa Sofia, sino al XIII secolo, dando informazioni anche sulla struttura in costruzione.

Un’altra importante fonte relativa alla chiesa è “il Libro bianco della Congregazione dei Parroci e Vicari di Padova.”[27] In esso si apprende un’altra singolare notizia, ossia che il “14 agosto 1170 fra i parroci che affidano la controversia dei quartesi [tributi, decime] a due preposti [sacerdoti] neoeletti c’è anche un prior di Santa Sofia. Dunque era stata già istaurata in Santa Sofia la regola dei Portuensi.”[28] Ora, siccome la regola dei Portuensi doveva essere accolta dai chierici di Santa Sofia quattro anni dopo che la chiesa fosse completata nella sua struttura, e il primo prior di cui se ne dà notizia risale al 1170, “era almeno dal 1165/1166 che la chiesa doveva risultare ultimata. Se inoltre ricordiamo la deposizione di Andrea Dominante, al processo del 1205 (cioè che la chiesa di Santa Sofia era ancora scoperta …) possediamo un terminus a quo (1145) [anno della morte di s. Bellino vescovo] e un terminus ad quem (1165/1166), entro i quali veniva ultimata la chiesa «sinibaldiana» di Santa Sofia; non certo «miloniana» [Milone fu il primo vescovo scismatico di Padova], ma piuttosto «oldericiana» (Olderico ultimo vescovo legittimo di Padova, in carica dal 1064 al 1083), per ovie ragioni storiche.”[29]

Esisteva, dunque, una chiesa di Santa Sofia prima del Mille, intorno ad un agglomerato di “case” che diede il nome al borgo.

Questa chiesa possedeva un ampio territorio agricolo, tanto che confinava con quello della cattedrale (i confini di tale possessione sono descritti nell’atto notarile di Sinibaldo);

Plausibilmente in epoca oldericiana (1064-1083) era stata fondata la nova molis di Santa Sofia, che muove Sinibaldo a un atto ci carità verso i chierici che la gestivano. Epoca in cui risale la cripta.

 

Ulteriore aiuto che avvalora l’ipotesi che la chiesa di Santa Sofia abbia origine bizantino-longobarda bisogna esamina l’etimologia dell’intitolazione, come ha fatto il Bellinati, dopo il Niero. A quale santa Sofia ci si riferisce? Poiché nella tradizione cristiana ve ne sono parecchie, delle quali tre sono le più popolari: santa Sofia vedova e martire con le sue tre figlie, santa Sofia vergine e l’intitolazione dotta di Agía Sophia.

Ora, l’unica basilica del mondo bizantino conosciuta da tutti dedicata a santa Sofia rimane l’omonima di Costantinopoli (Istambul), fatta erigere da Costantino e ultimata dal figlio Costanzo nel 360. Accanto a Santa Sofia sorgeva la basilica di Sant’Irene, in essa conglomerata o annessa. I sinassari (o menologio della chiesa orientale comparabile al martirologio della chiesa romana), testi agiografici, celebravano le due sante rispettivamente il 17/18 settembre. Nello stesso giorno, i sinassari bizantini commemorano “Santa Sofia e le sue figlie: Fede (Fides, Chinia, Pistis), Speranza (Spes, Irene), Carità (Charitas, Agape).”[30]

Icona raffigurante santa Sofia con le sue tre figlie. Russia, Novgorod, Galleria Trej’akov, Mosca.

Esaustivo il fatto che, il 15 febbraio del 360,  l’imperatore Costanzo, per consacrare la basilica di Santa Sofia, fece chiamare  Eudossio, vescovo ariano. E’ logico pensare che la basilica completata da Costanzo non fosse stata inizialmente dedicata ad Aghía Sophia, bensì a santa Sofia vedova con le sue tre figlie, martirizzate nel II secolo; gli storici contemporanei della prima fondazione, come Socrates e Idace, parlarono di santa Sofia vedova e martire, non accennano in alcun modo alla Sapienza Divina

Solamente in epoca giustinianea (secolo VI) gli storici iniziarono a parlare non più di santa Sofia bensì di Agía Sophia, attribuendo alla rifondazione giustinianea il Titulus dotto. Questo è attestato anche dalla scelta di una nuova data di dedicazione successiva alle distruzioni della basilica, rispettivamente il 24 dicembre 537 e il 24 dicembre del 562. Il 24 dicembre “è riferibile al Natalis Domini, cioè al Figlio di Dio, fatto uomo: Gesù Cristo.”[31]

Padova dipendeva (suffraganea) dalla diocesi metropolita di Aquileia. Non è un caso -come accennato in precedenza- che nel tempietto di Cividale, opera longobarda, si sia celebrata “santa Sofia martire, insieme con le figlie. Nello stesso tempietto un affresco del secolo XIII le ricorda ancora insieme.”[32]

E’ significativo come nell’area aquileiese si mantenne più allungo il titolo di santa Sofia, rispetto alla stessa area gradense-veneziana. Questo può ricondurre al dominio bizantino-longobardo in Italia, e più propriamente al dominio longobardo.

In Padova esisteva già un burnus di Santa Sofia prima del 1106, antecedente alla nuova costruzione, di conseguenza non si può asserire che la dedicazione iniziale fosse quella di Agía Sophia. Non si sa molto sulla dedicazione della chiesa padovana di Santa Sofia. A questo proposito ci viene in aiuto il Passionario di Monselice (opera di un istruito monaco, datata al XII secolo)[33] in cui si narra che san Prosdocimo “avrebbe dedicato il tempio da lui fondato in honore Domini Nostri Ihesu Christie et Sancte Sophie.”[34] Certo il commento del monaco sembra acconsentire ad una interpretazione sapienziale della dedicazione in Agía Sophia, ma è anche vero che tale commento potrebbe essere derivato dalla sola conoscenza dell’intitolazione della basilica giustinianea.

Erudita “è la dizione dell’Ordinarium saeculi XIII redatto nell’ambito del Capitolo dei canonici padovani, dov’è ricordata la processione solenne, con la presenza del vescovo, sino alla chiesa di Santa Sofia, intesa come Verbo Divino e non la martire.

Nonostante ciò “è significativo che nell’area veneta i cinque tituli di altrettante chiese parrocchiali esaminati da Niero”[35] non esprimano una dipendenza costantinopolitana del VI secolo, ma presuppongano “una derivazione continentale, se non proprio longobarda,”[36] e questo è importantissimo per individuare l’origine delle chiese dedicata e alla santa martire e vedova in area veneto-lombarda. E’ ormai evidente come il culto di santa Sofia abbia preceduto quello “dotto” di Agía Sophia (come per Santa Sofia in Venezia, datata 1020), e si sia mantenuto vivo per mezzo del dominio longobardo. Di ciò è testimonianza che, fra l’831 e l’845 nella diocesi di Verona, presso la chiesa non parrocchiale di Santa Sofia vicino a Floriano in Valpolicella, fosse ancora vivo il culto della santa. [37]

La stessa cosa deve essere accaduta anche a Padova, governata dai Longobardi dal 602 al 774. La santa vedova era venerata nell’area aquileiese in età longobarda e agli inizi dell’età carolingia, questo attesta la derivazione continentale del culto e una stretta dipendenza di queste aree non proprio con bisanzio, dove il culto di Agía Sophia  si propagò sin dal secolo VI, ma con Milano e Roma.

 

Facciata della chiesa di Santa Sofia in Padova.

Chiesa di S. Sofia in Padova, particolare della facciata.

 

 

 

[1]  Una situazione che già agli inizi del XV secolo era completamente mutata (per approfondimenti: Bellinati, 1982, p. 16, nota 10).

[2]  Bellinati, 1982, p. 16, nota 11.

[3]  Bellinati, 1982, p 16.

[4]  Bellinati, p. 34-35.

[5]  Ibidem.

[6]  Ibidem.

[7]  Bellinati, 1982, p. 17, nota 12.

[8]  Lorenzoni, 1975, pp. 62 e ss.

[9]  Bellinati, 1982, p. 18; p. 34.

[10]  Bellinati, 1982, p. 18.

[11]  Ibidem.

[12]  Ibidem.

[13]  Bellinati, 1982, p. 19, note 26-29.

[14]  Bellinati, 1982, 19.

[15]  Ibidem.

[16]  Lorenzoni, 1973, p. 50.

[17]  Lorenzoni, 1973, p. 50, note 5-6.

[18]  Lorenzoni, 1973, p. 55.

[19]  Lorenzoni, 1973, p. 56, nota 24. Questa tesi, come riferisce il Lorenzoni, fu suggerita da p. Giustino Prevedello O.S.B. .

[20]  Lorenzoni, 1973, p. 57.

[21]  Per chiarimenti si veda Lorenzonoi, 1973, pp. 57-58.

[22]  Bellinati, 1982, p. 20, nota 35.

[23]  Ibidem.

[24]  Ibidem.

[25]  Bellinati, 1982, p. 22.

[26]  Ibidem.

[27]  Ibidem, nota 49.

[28]  Bellinati, 1982, p. 22.

[29]  Bellinati, 1982, p. 22-23, nota 52.

[30]  Bellinati, 1982, p. 24.

[31]  Bellori, 1982, pp. 24-25.

[32]  Ibidem.

[33]  Bellinati, 1982, p. 25, nota 64. Per ciò che concerne la questione sopracitata i fogli esaminati sono stati attribuiti dal Pagnin al secolo XII.

[34]  Bellinati, 1982, p. 25.

[35]  Bellinati, 1982, pp. 24-26.

[36]  Ibidem.

[37]  Bellinati, 1982, p. 26.

 

Bibliografia: La chiesa di Santa Sofia in Padova, Bertoncello artigrafiche, 1982, Padova; Padova. Ritratto di una città, Neri Pozza Editore, volume I, 1973, Vicenza; Padova. Basiliche e chiese, parte prima, Neri Pozza Editore, 1975.      C. Gasparotto, La chiesa di Santa Sofia di Padova. Il sito e l’origine, Estratto dal Bollettino del Museo civico di Padova. Annata L, n. 1, 1961.

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