La Basilica di Sant’Antonio in Padova.

La basilica del Santo. Lo scheletro architettonico.

Il santuario fu eretto per onorare le spoglie mortali di sant’Antonio (1195-1231). I lavori iniziarono nel 1232 e si conclusero nella struttura in muratura nel 1338, proseguendo con aggiunte ed altri interventi sino al XVII secolo.  La basilica presenta uno stile composito. Infatti mantiene i caratteri del romanico ma comprende degli elementi che rinviano al gotico d’Oltralpe, ed è memore della matrice bizantina importata dalla vicina Venezia.

La facciata è a capanna semplice di derivazione romanica; la copertura a due spioventi è impreziosita dagli archetti pensili del Romanico lombardo (derivati dall’architettura tardo imperiale), coronata da un campanile cilindrico (elemento orientale) terminato con cuspide, che prolunga il vertice del timpano. L’alzato frontale è marcato da una loggetta con camminamento a due piani, che lo spartisce orizzontalmente staccando il timpano con rosone centrale affiancato da bifore dalla sezione inferiore ritmata simmetricamente da archi a sesto acuto rientranti, che inquadrano il portale centrale e le due porte alle estremità laterali del muro di facciata. La plasticità dell’insieme è data dal rientro delle ogive, dalle cornici bianche degli elementi architettonici, e dall’ampiezza degli archiacuti esterni rispetto a quelli  più stretti in prossimità del portale principale incastonato da lesene che sorreggono un arco a tutto sesto sopra il quale s’apre una nicchia con la statua del santo patrono; nell’interno delle cornici architettoniche  le strette aperture a strombo, di diversa lunghezza.

 

La fronte tradisce la spartizione a tre navate dell’interno. Le navatelle meno ampie della centrale corrispondono ai due archi esterni. Sempre all’esterno si possono ammirare i costoloni incassati nei muri perimetrali derivati dal gotico francese così come gli archi a ogiva e il rosone.

 

La basilica raffigurata nel 1838 da Rudolf von Alt.

 

 

 

Planimetria della Basilica del Santo

 

La planimetria è una vera sorpresa per un romanico-gotico di matrice veneta. La pianta è impostata su una particolare centralità che nelle tangenti del transetto converge al corpo longitudinale, tuttavia la croce, per l’allungamento della nave, è latina. Sei sono le cupole emisferiche che s’appoggiano ad alti tamburi sorretti dai pilastri, la settima cupola si schiude a corolla sopra il coro. Le navate laterali (quelle sul lato nord cubiche, quelle sul lato sud poligonali) sono coperte da volte a crociera. In testa la basilica si conclude con l’abside semicircolare del coro, attorniata dal deambulatorio coronato da cappelle a raggiera, anche questi elementi sono coperti da volte ogivali a crociera. Nel transetto, nella zona presbiterale e nel deambulatorio la copertura delle volte si presenta più slanciata rispetto alle prime quattro campate del corpo longitudinale (nave). Questo perché la costruzione si prolungò per un po’ più di un secolo.

Le spoglie di sant’Antonio furono traslate dal convento francescano dell’Arcella, luogo limitrofo alla città, al piccolo convento dei Minori ubicato, all’epoca, fuori la cinta muraria, il giorno stesso dei funerali, ossia il 13 giugno del 1231. La Basilica ovviamente, ancora non esisteva, in loco vi era un oratorio, adiacente al convento dei minori, intitolato a Santa Maria Mater Domini. Questa informazione ci è pervenuta tramite l’Assidua o Vita prima dedicata al Santo, in cui è scritto: … beatissimi Antonii corpus in ecclesia sancte Dei genitricis Mariie honorifice conditum est.[1] Questa struttura, con abside ad est, era costituita da legno e canne, materiali consueti all’epoca. Questa sorta di capanna consacrata, che gli studi hanno collocato nell’attuale chiostro del Paradiso, dove vi era un giardino frutteto dell’antico convento, fu meta, sin dalla collocazione delle spoglie di Antonio,  del pellegrinaggio di popolo. Topograficamente la zona occupata dalla prima urna di pietra del Santo è attualmente ascrivibile nell’area della cappella della Madonna Mora: ove il Bettini, con ovvia cognizione, indica lo spazio coincidente dedicato dalla cappella del beato Luca Belludi[2] (attualmente cappella dei SS. Filippo, Giacomo e del beato L. Belludi).

La canonizzazione di sant’Antonio avvenne il 30 maggio del 1232. In quel tempo, giustamente, si pensò di ampliare la cappella chiaramente inadeguata per le attività religiose attinenti al culto e al flusso continuo dei pellegrini. Il fatto di un possibile miglioramento della costruzione si desume dal Ordinarius della Chiesa padovana, datato tra il 1235 e il 1238, oggi custodito nella Biblioteca Capitolare. Nel prezioso manoscritto la chiesa contenente le spoglie del Taumaturgo è menzionata come ecclesiam …  beate Marie Matris Domini et beati Antoni.[3] La doppia denominazione indica che la chiesetta, oramai in muratura (ante 1238 circa-post 1251 circa), accoglieva l’arca del Santo. Nello stesso periodo ottimizzarono le strutture del convento dei Minori, adibendo a luogo di sepoltura il sagrato presso la chiesa.

 

 

La struttura muraria della cappella della Madonna Mora è ascrivibile tra il 1238 e il 1251; i muri della cappella attigua sono databili al 1256-1563 (1383), essi includevano l’antico oratorio dedicato a Santa Maria Mater Domini, dove era stata inizialmente deposta l’urna in pietra del povero Antonio.

 

Il 20 giugno del 1256, anno della cacciata di Ezzelino da Romano e conseguentemente della fine della tirannia, la revisione della chiesa di Santa Maria Mater Domini e del convento adiacente si doveva ritenere conclusa.

Nella redazione del Codice Carrarese si evince che nel 1257 il podestà Marco Querini emanò delle norme sull’organizzazione pubblica della festa di sant’Antonio confessore. Al testo è stato aggiunto uno statuto “relativo alle pubbliche processioni nell’occasione dell’ottava di Sant’Antonio.”[4] Il corteo non solo prefigurava la festività al santo taumaturgo, ma implicava pure la liberazione dalla tirannia di Ezzelino, avvenuta grazie all’intercessione del Santo. Di fatto “le preghiere risultano indirizzate ad honorem Dei et beate Marie virginis et omnium sanctorum et beati Prosdocimi et Justine et Antonii confessoris.[5]

Sant’Antonio, dunque, è menzionato accanto ai patroni protomartiri della città, di conseguenza la processione guidata verso la chiesa contenente le spoglie dell’oramai pater Padua, implica che la struttura doveva, a ragion veduta, essere stata ulteriormente ampliata, se non in via di ulteriore accrescimento.

L’ipotesi è confortata da una bolla papale di Alessandro IV datata il 17 luglio del 1256, nella quale il pontefice “offriva indulgenza a chi avesse erogato pias elemosinas et gratas caritatis subsidia a beneficio [della chiesa che i frati minori di Padova]  … ceperunt construere.[6] Dalla bolla di Alessandro IV si comprende che solo allora si iniziava a mettere mano alla struttura della chiesa.

L’otto aprile del 1263, alla presenza di Bonaventura di Bagnorea, Generale dell’Ordine, le spoglie di sant’Antonio, in seguito alla prima ricognizione che scoprì la lingua incorrotta, vennero traslate in un’arca di marmo verde poggiante su quattro colonne. Non è ancora stato ben chiarito se l’ara sia rimasta entro la chiesa di Santa Maria Mater Domini, come si potrebbe presupporre dalla Cronaca di  Rolandino, oppure sia stata a detta del Gloria (1869) ospitata nell’adiacente struttura, ampliata per adeguarla alle nuove esigenze devozionali e liturgiche. Ma con ogni probabilità, ultimata la chiesa intermedia (1263 circa), l’arca del Santo venne collocata nella sporgenza del transetto di una seconda chiesa a croce latina (purtroppo solo sondaggi e scavi potrebbero avvallare tale ipotesi).

Ritornando alla planimetria del tempio s’individua l’anomalia prodotta dalla sporgenza esterna della cappella Belludi, che il Bettini aveva palesemente chiarito poiché dovuta all’inclusione della stessa “nell’assetto realizzato tra il 1256 circa e il 1263 circa, come ‘calcidico sinistro del transetto’.”[7] L’assetto di cui si parla sono i muri dell’attuale area della Cappella dell’Arca, che è da indentificarsi come il transetto della seconda basilica.

 

Basilica del Santo, veduta tra  Piazzale del Santo e via M. Cesarotti.

Due anni dopo l’inaugurazione solenne della nuova chiesa dei Minori, nel 1265 il podestà Lorenzo Tiepolo, per sua decisione e … ad honorem omnipotentis Dei et beate Marie Virginis seu beati Antonii confessoris, dare … expendere annuatim quatuor mille librarum, que debeant expendi in ecclesia et laborerio ecclesia tantum beati patris sancti Antonii hedificanda et refficenda, donec refecta fuerit et completa.[8]

Inequivocabilmente si tratta della decisione di avviare una costruzione ex novo che, evidentemente, non garantiva solo un omaggio a Dio, alla Vergine e al santo patrono della città, ma includeva anche una palese mossa politica. Il Comune di Padova, all’indomani della fine della tirannide di Ezzelino III da Romano, cercava di avvallare le sue prerogative politiche ed economiche nei confronti degli organi ecclesiastici secolari, palesi nell’intervento pontificio di Alessandro IV, ma ancor più espliciti nella crociata pontificia contro Ezzelino. La scelta di affidare ai frati Minori, che si erano dimostrati garanti della pace cittadina, garantiva alla coscienza civica una certa flessibilità amministrativa, tutelata da Sant’Antonio che aveva permesso la vittoria sulla tirannide ed era divenuto oramai pater Padua.

 

Il progetto, sotto la tutela del Comune, fu avviato nel 1268. Di fatto, la Basilica non è mai stata proprietà dei frati Minori; fino al 1929 rimase possesso del Comune di Padova che la gestiva attraverso un ente, la Veneranda Arca di Sant’Antonio. L’undici febbraio 1929, con i Patti Lateranensi, la proprietà passo sotto la tutela della Santa Sede, ma la Veneranda Arca del Santo rimase attiva quale organo deputato alla manutenzione del santuario. Grazie ad essa, durante la dominazione napoleonica, la chiesa si salvò dall’esproprio in quanto ritenuta proprietà del Comune.[9]

 

Planimetria della chiesa di Sant’Antonio. Padova.

Allo scadere dell’ultimo decennio del XIII secolo si ha un mutamento di rotta. Il progetto iniziale seguì una trasformazione che diede inizio alla struttura definitiva del “tempio-mausoleo”[10] e del complesso conventuale dei Minori.

Il 14 giugno del 1310 si decise di traslare l’ara del Santo sotto la cupola dell’Angelo, nel centro d’incontro delle tangenziali del transetto con il corpo longitudinale; all’esterno la copertura della cupola si presenta conica con al vertice la statua dell’angelo annunciante. Giovanni da Nono nella sua Visio (1330-1350) informa che sepultura beati Antonii confessoris ordinabitur ex lapidibus porphereticis que sub tercia revolucione ponetur [11]; e ancora in un rogito datato 22 giugno 1346 si legge che sull’arca del Santo si poteva “celebrare la messa: altare quod est super sepulcrum eiusdam sancti; altare quod est supra dictum sepulcrum.[12]

Questa variazione si spiega esaminando una pastorale di Manfredo, vescovo di Ceneda, nella quale allude a tale avvenimento giustificandolo propter variam et immensam mutationem ecclesie.[13] Il cospicuo contributo di denaro stanziato tre anni prima dal Comune di Padova per ordine del podestà Ongaro degli Oddi è relazionato alla traslatio corporis del Santo. Si voleva esaltare la figura del santo che aveva permesso la renovatio urbis patavina, il recupero della gloria civile che si rendeva visibile con la trasformazione del volto urbano della città. Padova non aveva mai avuto un periodo così florido.

I quatuor milia denariorum parvorum[14] stanziati dal Comune permisero un intervento straordinario sul progetto architettonico.

Atti testamentari -e non solo- riapparsi tramite i ricercatori[15] permettono di capire “che, allo scocar dell’ultimo decennio del ’200,”[16] il programma della basilica fosse quasi completato, quando fa la sua comparsa fra’ Jacopo da Pola in qualità di sovrintendente nel 1293. L’episodio non è trascurabile se si riflette sui “problemi statici che l’inserzione delle cupole imponeva e il ruolo che il Minore ebbe nello staff di fra’ Giovanni degli Eremitani,”[17] noto architetto, autore, tra le molte sue realizzazioni, della copertura del Palazzo della Ragione e dell’edificazione della Loggia del Biave.

La chiesa intermedia, come sopradetto,  non era stata del tutto terminata, dunque, in parte venne assimilata e in parte distrutta per permettere la realizzazione del nuovo alzato che prevedeva la copertura con cupole. Gli attributi variam  e immensam sono da imputarsi alle sette cupole che nel progetto originario non erano  state previste.

Basilica del Santo, Padova. Cupola della zona presbiterale.

Confortano questa tesi le strutture stesse della basilica. Le cupole sono elementi che vengono utilizzati per strutture centralizzate, mentre la nave a sviluppo longitudinale tradisce il fatto che le semisferiche sono state introdotte successivamente.  Tuttavia il risultato ottenuto è di un armonico equilibrio strutturale.

                                    Basilica di San Marco, Venezia.

Altro indizio che evidenzia un mutamento del piano originario è “l’adiacenza tangenziale delle campate concluse da cupola, senza[18] il consueto intervallo dei voltoni a imbotte ben evidenti nella pianta accentrata di San Marco a Venezia; inoltre le cupole del Santo sono intervallate dall’esile spessore “degli arconi voltati sui pilastrini delle campate stesse”.[19]

Osservando la planimetria dell’edificio si scopre la sua naturale inclinazione allo sviluppo longitudinale, che la voleva conclusa con una copertura a volte, mentre quell’adiacenza di cupole permise uno sviluppo verticale giocato sui tamburi, poggianti sui pennacchi, sperimentando la nuova soluzione. E’ stato poi rilevato lo spessore dello zoccolo o muratura di base rispetto allo spessore ridotto dei tamburi e delle cupole. “L’interno inferiore della chiesa -lo zoccolo- rivela la sorpresa, nella navata centrale, di un arresto di quelle nervature e presenti come esili colonnine addossate agli spigoli dei pilastroni, che le diramano, improvvisa al livello dell’innesto dei pennacchi dei tamburi: ora, le colonnine corrispondono a quelle che liberano le nervature nelle minori campate laterali, e dall’altra la troncatura”[20] non trova riscontro in altri cantieri coevi, e dichiara l’inutilità sia decorativa, sia strutturale di questi elementi architettonici. Allora, si deduce che la chiesa del Santo non era stata ancora finita nel suo involucro strutturale, tanto che permise questo innesto a cupole in luogo delle volte acute a crociera; l’esempio si riscontra a Bologna nella Chiesa di San Francesco (1236-1251/1263), tipica costruzione francescana, così come doveva delinearsi in Sant’Antonio a Padova.

 

   San Francesco, Bologna.

Nella planimetria della chiesa di San Francesco a Bologna si riscontra lo stesso deambulatorio  a cappelle radiali che si ritrova nella Basilica del Santo a Padova. L’elemento conosciuto sin dall’antichità, che ritornò nelle chiese del primo periodo o paleocristiane e bizantine, e in seguito diffuso tramite l’architettura cluniacense. Il deambulatorio ha la funzione di incanalare il flusso di pellegrini in un percorso spirituale avvicinandoli all’oggetto sacro.

Altra traccia del mutato piano originale è la presenza del ballatoio ricavato dallo spessore dei muri perimetrali la navata maggiore, procedendo sopra i pilastri minori “che intervallano gli arconi.”[21]

Contemporaneamente con la costruzione delle cupole e di seguito al 1310 si prosegue con la decorazione esterna e le torri campanarie cilindriche.

               San Francesco, planimetria. Bologna

L’otto febbraio del 1350 ci fu una seconda ricognizione delle spoglie di sant’Antonio, in presenza del legato pontificio Guido da Boulogne. Nella cronaca del Cortusi e dalle parole del Petrarca, testimone presente all’avvenimento, sappiamo che i resti mortali del santo furono collocati in una cassa d’argento e traslati dove a tutt’oggi sono custoditi e dove, nel 1310, erano stati tolti per essere collocati nel centro del transetto.

Non bisogna dimenticare che il 25 luglio del 1318 il comune diede pieni poteri a Giacomo da Carrara che instaurò la Signoria carrarese in Padova;[22] quest’ultimo concesse una fruttuosa rendita alla basilica antoniana; infatti i De’ Carrara avevano dato in lascito ai Minori, più di tremila ettari di terriero, ossia la gastaldia di Anguillara, che nei secoli divennero la rendita che ha permesso di arricchire di opere d’arte e di conservare la Basilica.[23]

La cappella oggi intitolata ai SS Filippo e Giacomo e al beato Luca Belludi fu de novo costructa dai fratelli Naimerio e Manfredino de’ Conti, che ne terminarono i lavori nel 1382.[24]

Lo schema planimetrico della basilica venne nuovamente alterato tra il dicembre del 1456 e il febbraio del 1458, quando venne realizzata la cappella di San Bernardino, per ospitare le spoglie di Giovanni Narni e di suo figlio. Questo loco, nel 1651, “in seguito al trasporto del coro dal presbiterio all’abside”[25] sarà trasformato nella Cappella del Santissimo.

L’ultimo imponente mutamento alla struttura del Santuario avvenne a partire da 1960, quando, su progetto di Filippo Parodi, venne realizzato il Santuario delle Reliquie,[26] aperta sulla cappella centrale del deambulatorio, che ha funzione di corridoio d’ingresso alla struttura circolare che accoglie i pellegrini.

 

 

Bibliografia: Padova. Basiliche e Chiese, parte prima, a cura di Claudio Bellinati e Lionello Pupi. Neri Pozza editore, Vicenza 1975, pp. 169-197; documentario TV2000, 24 febbraio 2014;  Carlo Bertelli, Giulio Briganti, Antonio Giuliano, Storia dell’arte italiana, volume II. Electa/ Bruno Mondadori, Milano 1986.

[1]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 170.

[2]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 171.

[3]   Bellinati, Puppi, 1975, p. 172-173; p. 189.

[4]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 174.

[5]  Ibidem.

[6]  Ibidem.

[7]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 177; p. 189.

[8]  Bellinati, Puppi, 1975, pp. 178-179.

[9]   Leopoldo Saracini, TV2000, pubblicato il 24 feb 2014.

[10]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 186.

[11]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 175.

[12]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 181.

[13]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 180.

[14]  Ibidem.

[15]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 182.

[16]  Ibidem.

[17]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 183.

[18]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 181.

[19]  Ibidem.

[20]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 182.

[21]  Ibidem.

[22]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 188-189.

[23]  Leopoldo Saracini, TV2000, pubblicato il 24 feb 2014.

[24] Bellinati, Puppi, 1975, p. 190.

[25]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 192, nota 88.

[26]  Bellinati, Puppi, 1975, p. 193.

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