Le Corbusier

Il razionalismo formale in Francia.

Il metodo scientifico applicato alla ragione costruttiva.

 

Se Picasso è stato un innovatore eclettico e poliedrico, queste

dirompenti caratteristiche in architettura le ritroviamo in

Le Corbusier (1888-1965).

 

Con i suoi edifici e schemi abitativi, con i suoi  scritti (inizialmente articoli) è riuscito a dare..all’architettura e all’urbanistica una problematica riflessiva. Lui, personaggio così importante per la storia culturale e artistica non solo della Francia ma di tutto il mondo, ha saputo smuovere i confini egocentrici di una classe dominante ottusa, la quale non aveva alcuna capacità di intendere l’ambiente della città e per

questo i risultati da essa proposti sono stati -purtroppo anche oggi- di eccessiva speculazione edilizia, viziata da un bisogno ʻespletivo finanziarioʼ che non valorizza l’ambiente circostante. Le Corbusier è stato un modello, un maestro che ha saputo togliere le cataratte di una generazione che si stava svegliando dopo l’incubo della guerra.

Le sue origini sono umili. Charles-Édouard Jeanneret, conosciuto con lo pseudonimo di Le Corbusier, nasce in un piccolo paese in Svizzera, il 6 ottobre del 1887. Da generazioni la sua famiglia si occupava di artigianato, di arti e di musica, precisamente erano decoratori di orologi. Anche Le Corbusier si iscrisse alla scuola d’arte per apprendere questa pratica ornamentale. Ma il suo insegnante Charles L’Eplattenier, accortosi dei problemi di vista del giovane allievo, gli consiglia d’interessarsi all’architettura.

Da tempo L’Eplattenier aveva compreso che l’oggettistica artigianale stava soccombendo alla produzione industriale di serie. Il suo insegnamento non era solo pratico ma comprendeva una visione più ampia del lavoro dell’artefice. Egli infonde nel suo allievo una visuale etica e spiritualistica della manualità delle arti applicate, le quali devono radicarsi nella natura per ritrovare la loro identità di oggetti unici e durevoli nel tempo, contrapponendosi alla riproduzione seriale. Idee mediate da J. Ruskin che assieme a W. Morris fu uno dei fondatori del movimento Arts and Crafts.  I testi di H. Provensal e di E. Schuré, saranno importanti per il pensiero di Le Corbusier, che allora percepisce l’architettura quale espressione dell’armonia intrinseca tra uomini e natura, creata attraverso leggi matematiche, meglio equazioni pitagoriche. Lui stesso affermerà di essersi formato sul razionalismo cartesiano e sulla filologia illuminista del sapere contemplata da Rousseau. “Giudica la società fondamentalmente sana e il suo legame con la natura originario e insopprimibile: l’urbanista-architetto ha il dovere di produrre alla società una condizione naturale e allo stesso tempo razionale di esistenza, ma senza arrestare lo sviluppo tecnologico, perché il destino naturale della società è il progresso.”[1]

 

J. Hoffamann, Palazzo Stoclet  (1905-1911), Bruxelles.


Come riuscire a divenire un bravo urbanista senza sacrificare l’architettura?
Ma come realizzare questo proposito fondamentale?

Tra il 1907 e il 1911 Jeanneret compie i suoi primi viaggi tra Europa e Medio Oriente per poter ampliare i confini della sua conoscenza e toccare le tappe fondamentali dell’umanità.

A Vienna incontra K. Moser e Klimt, e un altro importante esponente della Secessione Viennese Joseph Hoffmann (1870-1956) e, forse, intreccia relazioni anche con Otto Wagner (1841-1918). Questi, in quel primo decennio del XXI secolo, stavano depurando le forme dall’inebriante decorativismo liberty proponendo tipologie sobrie e un’essenziale organizzazione razionale dell’ambiente e del design.

  1. Hoffman, Poltrona Sitzmascine (1908).

 

 

 

Ma il giovane apprendista mutò atteggiamento a Parigi, dove lavora presso lo studio di Auguste e Gustave Perret, “considerati i più imminenti promotori”[2] del cemento armato, il nuovo materiale da costruzione, che rivoluzionerà il concetto stesso di plastica edificatoria. All’epoca i fratelli Perret erano impegnati nella costruzione del Garage Ponthieu, struttura che già manifestava nell’essenzialità, nella linearità proporzionata su un paradigma geometrico, l’arte di controtendenza. Insomma oramai si iniziavano a muovere i primi fermenti del programma di funzionalità e razionalità di un’architettura messa al servizio della civiltà moderna. Dopo Parigi e Monaco, Le Corbusier si ferma a Berlino dove, al pari di Mies van de Rohe e Walter Gropius, frequenta l’atelier di Peter Behrens (1868-1840), architetto e designer, che, a sua volta, tendeva alla semplificazione della forma e alla plastificazione della linea sin dai suoi primi lavori.

Jeanneret continua i suoi viaggi di perlustrazione nel Mediterraneo, ma nel 1917 si stabilirà definitivamente a Parigi, la capitale delle arti. Lì testa la pittura e accanto al pittore A. Ozenfant (1886-1966) scrive il manifesto di un nuovo movimento d’arte figurativa, Après le Cubism, originando il nuovo movimento d’avanguardia chiamato Purismo. Nel 1919 assieme al poeta P. Dermée e A. Gleizes danno origine alla rivista L’Esprit Nouveau. A Parigi, per scindere la sua attività di pittore da quella di architetto, Jeanneret cambia nome, utilizza lo pseudonimo di Le Corbusier, e comincia a manifestare il suo programma ideologico.

Successivamente alle prime commissioni, tra il 1914-1915 realizza la Maison Dom-Ino impostata su una ossatura semplificata di piani orizzontali e verticali; si sviluppa su tre solai sorretti da esili colonne portanti ai quattro angoli dei parallelepipedi retti, che costituiscono tre piani dato che la struttura è sollevata da terra. I piani sono raccordati da rampe di scale. Le colonne sono arretrate rispetto al perimetro dei lati; in questa sintetica geometria si può costruire un’abitazione, anzi, per questa sua basilare elementarità l’organismo concreta la sua produttività nella moltiplicazione ed è per questo che assunse il nome di Domino. Concepito come unità standard per una veloce riorganizzazione urbana, Domino poteva soddisfare la norma, il criterio di rigenerazione cittadina dopo la Grande Guerra. Dom-Ino diventa un archetipo, l’organismo di base per gli ulteriori sviluppi urbanistici. La materia prediletta è il cemento armato, “elogiato come risorsa tecnica costruttiva che discerne dal calcolo, e nel numero, interpretato come «ciò che è alla base di ogni bellezza».[3]

 

 

 Le Corbusier, la Maison Domi-Ino.

 

 Fondation Le Corbusier, Parigi. Progetto per la Maison Dom-Ino.

 

Le forme semplici sono predilette: la forma del quadrato, del triangolo e del cerchio sont les éléments primarie de toute oeuvre plastique. Leur association opère le déclanchement des sensations synphoniques.” (L’Esprit nouveau, I, p.41. 1920).

Tout est sphères et cylindres” -dichiara in un articolo dedicato alla plasticità organica delle forme- e, preosegue scrivendo: “Il y a des formes simples déclancheuses de sensations constantes. Des modifications interviennent, derive, et conduisent la sensation première (de l’ordre majeur au mineur), avec toute la gamme intermédiaire des combinaisons.” ( L’Esprit nouveau, I, p.43. 1920).

 

“L’architettura è un gioco sapiente, esatto e magnifico dei volumi assemblati nella luce: luce e ombra rivelano queste forme; cubi, coni, sfere e cilindri o piramidi sono le grandi forme primarie che la luce rivela al meglio. La loro immagine sta dentro di noi, distinta e tangibile, priva di ambiguità. E’ per questo che sono forme belle, le forme più belle in assoluto.”[4]

 

La forma artistica dell’edificio è il risultato ottimale del problema (progetto) ben impostato; prima, dunque, nella grafica del concetto, poi realizzato su scala reale. Se l’oggetto corrisponde alla funzione per cui è stato progettato, ossia ha un valore efficiente, pratico ed estetico (s’intende l’armonia delle forme primarie, l’estetica del razionale), allora quell’oggetto è bello quanto un edificio classico. I piroscafi, le automobili sono belli quanto il Partenone, il Pantheon, le piramidi, …

Il novo concetto funzionale estetico di Le Corbusier esige una gamma cromatica declinata da pochi colori primari. I colori con le loro diverse tonalità riusciranno a completare l’armonia compositiva dell’opera messa nel concreto della vita reale; conseguiranno alla moderna policromia architettonica. E anche in questo Le Corbusier sarà profetico (oggi i colori sono ampiamente utilizzati nell’architettura degli ambienti, per migliorare lo stato psicofisico delle persone che vi lavorano o vi abitano).

La tastiera di colore di Le Corbusier.

Le Corbusier elabora abitazioni secondo una compenetrazioni di spazi, come la pittura cubista visualizza più piani per formare l’immagine in tutte le sue parti compenetrandola nello spazio temporale, così è per l’architettura programmata di Le Corbusier che non dimentica la sua anima rousseauiana e nei suoi progettazioni non mancherà mai la natura. Essa compenetra e invade lo spazio abitativo a più piani come ad esempio il solarium o terrazzo-giardino.

Non c’è contraddizione tra edificio e ambiente naturale. Entrambi esistono e si confondono assieme perché fondati sul Modulor, sul modulare, sul differenziare e adeguare ogni cosa -cielo, terra, acqua, atmosfera- a misura d’uomo. (Le Corbusier pubblicò Le Modulor nel 1948, seguito dal II nel 1955).

Le Corbusier, Le Modulor

 

 

L’edificio non si pone come blocco impenetrabile, ermetico, non disturberà la natura ma con essa abita e si abbina; “la natura non si ferma alla soglia, entra nella casa. Lo spazio è continuo, la forma deve inserirsi, come spazio della civiltà, nello spazio della natura.”[5] La struttura si inserisce nella natura come la società  compenetra gli eventi della storia, del tempo, che è tempo antropico.

Le Corbusier disegna cellule abitative come la Maison Chitroan che rimarrà allo stato di progetto, ma verrà riutilizzata nel villaggio di Pessac presso Bordeaux (1925) e, successivamente come modello per il quartiere del Weissenhof a Stoccarda (1927).

 

 

 

 

Le Corbusier,  Maison Chitroan (1922).

 

Sempre nel 1922 Le Corbusier presenta “il Piano per una città contemporanea di tre milioni di abitanti: al centro, una piattaforma funge da aeroporto,”[6] sotto di questa si sviluppano altri livelli per il traffico delle auto e per gli altri mezzi di trasporto. Tutt’intorno al nucleo si sviluppano ventiquattro grattacieli per gli uffici e, dopo di questi lo spazio è abitato da edifici di sei piani a incastro, immersi nel verde. Lo stesso anno propone l’Immeuble villas.

Piano per una città contemporanea (1922).

 

Immeuble villas (1922).

 

Quest’ultima si concreterà come modello per il Padiglione dell’Esprit Nouveau, innalzato a Parigi in occasione dell’Esposizione universale delle arti decorative del 1925; qui troverà posto il Plan Voisin, variazione del progetto per la città del 1922, che si voleva applicare alla zona della rive droite della Senna, l’attuale Défense.

 

Le Corbusier, Plan Voisin (1925).

 

Gli edifici della città, progettati da Le Corbusier, sono librati su pilastri, in modo che il traffico non venga interrotto o fermato da ingombranti cubi che possono incanalare la circolazione su cunicoli e strade secondarie. La città entra nelle vie interne, sotto i palazzi addobbati da vetrine e negozi. Gli appartamenti non sono più stratificati, ma incastrati gli uni agli altri in modo che le terrazze-giardino occupino uno spazio abitabile e confortevole, uno spazio non monotono e non opprimente, così come la pianta dell’abitazione è una pianta libera, poiché permette la suddivisione dell’area interna l’edificio caratterizzandone le funzioni. La finestra in lunghezza è progettata per acconsentire alla luce e all’aria d’espandersi nell’atmosfera all’interno della casa. La Facciata libera diviene un diaframma indipendente tra interno ed esterno nella disposizione degli elementi. Sono nati i cinque punti dell’architettura nuova.

Progetterà piani urbanistici per le maggiori città d’Europa (Ginevra, Anversa, Barcellona, Marsiglia, Parigi, Mosca), d’Africa (Algeri), in America latina (Buenos Aires, Rio de Janeiro, Bogotà),  e in India uno dei suoi piani urbanistici sarà interamente concretizzato nella città di Chandigahr.[7]

I sui cinque punti sull’architettura saranno proposti anche per “le «enormi unità» di abitazione di Marsiglia e di Nantes, vere e proprie città-case.”[8]

Nel 1928-1931 dà vita a Villa Savvoye che è uno dei capisaldi del razionalismo architettonico europeo, e un ulteriore sviluppo dell’effetto Domino. E’ costituita da un parallelepipedo sorretto da esili pilastri. Il pianterreno è rientrante rispetto alla linea planimetrica in cui sono collocate le colonne, solo una parte di muro -riempito da finestre in lunghezza- azzarda un abbozzo esterno occupando la parte centrale del lato, il resto dei lati formano una cavità in penombra. Il primo piano è interamente sviluppato sul perimetro della pianta costruttiva, ma viene svuotato giacché in luogo di muri ci sono ancora finestre, che alleggeriscono la struttura, suddividendolo in strisce orizzontali e parallele alla base. La parte del tetto ospita un solarium, dominato da un incastro di muri retti e di muri composti da semicilindri svuotati. Le rampe delle scale creano effetti di moto obliquo rispetto alla struttura ortogonale del piano.

 

Le Corbusier, Villa Savoye alla periferia di Parigi.

 

La villa è progettata secondo una sequenza di livelli paralleli, in modo da dare all’esterno un senso di volume vuoto e articolato. Villa Savoye è un organismo plastico funzionale con forti effetti di luce ed ombra che ne amplificano la configurazione nell’atmosfera, la penetrano e ne vengono penetrati. La villa comunica con lo spazio verde adibito a giardino e in parte a frutteto. La casa sembra aprire i suoi muri all’esterno e portare la sua presenza costruttiva nel giardino, allora il terreno attorno l’accoglie configurandosi in essa.

Le Corbusier stravolge la concezione della villa che non è più una struttura esibente il rango sociale, ma diviene un luogo da abitare.

Circa vent’anni dopo, Le Corbusier progetta la cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp, terminata e consacrata nel 1955. Il suo stile espone un’evoluzione. La sua ricerca è la medesima, ma qui la costruzione non si presenta come una proporzione aurea di spazi organizzati, qui la struttura organica della fabbrica diviene “una scultura all’aria aperta.”[9] L’architetto crea un edificio plasticamente compatto, pieno di forza espressiva, che si incunea nel paesaggio, fa sentire la sua presenza in esso ma ne è completato e avvolto. I materiali utilizzati sono il cemento armato e la pietra di Borgogna.

Le Corbusier concepisce la cappella a  navata unica, ma la sua sinuosa forma le conferisce una duttilità unica, irripetibile. La copertura è stata realizzata con una colata unica di calcestruzzo e il colore è quello originale, mentre i muri portanti sono bianchi. La planimetria è ondulata, flessuosa, è piegata dalla creatività dell’architetto che pur proponendo un unico ambiente, lo aggrazia con la pieghevolezza concettuale della linea. Allora si aprono due cappelle che all’esterno appaiono due alti torri curvilinee, tagliate da un lato ad angolo retto. C’è pure il campanile che svetta anch’esso  come  un totem ovoidale allungato, anche qui tagliato di lato da un angolo retto e filtrato dalla luce che penetra tra sottili fessure. Sono tre le torri della nuova architettura, ma sembrano apparire come tre dita, l’equivalente metaforico della Trinità cristiana. Una risurrezione dalla terra. Si pensi al Monumento della mano aperta (1951), Chandigarh, in India.

 

Notre-Dame du Haut, alzato.

 

Notre-Dame du Haut, lato nord.

 

Chi si reca in questo luogo, camminando a fianco della collina, quasi alla sommità, viene emozionato dalla grande, imponente e simbolica vela rovesciata del tetto (la “barca di Pietro”), perché il divino si è già calato nella storia; o meglio come l’ebbe a definire Le Corbusier appare come “il carapace [teca] di un enorme e bizzarro granchio.”

Sul lato est si apre un’area esterna adibita per “il culto estivo.”[10]

 

Notre-Dame du Haut, lato est.

 

La mole del soffitto non schiaccia le pareti grazie alla presenza di piccoli pilastri introdotti sui muri e visibili attraverso la sottile infiltrazione di luce, che danno leggerezza alla copertura e paiono alzare in volo l’intera costruzione (Salmo 90).

Le Corbusier cerca di esprimere la presenza del divino nella natura, del sacro nella storia. Isola la cappella nel verde; essa è posta da sempre sopra una collina, perché deve essere un luogo di contemplazione. L’evento della manifestazione divina nel vissuto, fattasi concreta, diventa luogo d’accoglienza di chi la ricerca. I suggestivi giochi di luci colorate all’interno, sul muro della cappella, giocano a favore della meditazione mistica; il concreto costruttivo diviene luogo dell’astratto manifestatosi nella storia (dell’incomprensibilità della fede). Le luci sono filtrate da finestre strombate di diversa ampiezza disposte come raggi di luce, ecco il sacro infuso nella materia (l’equazione su cui riflettere: l’uomo come essere vivente sta all’anima dichiarata per sola fede, dunque, che cos’è la redenzione?).

Precedentemente in luogo sorgeva una cappella antica visitata dai pellegrini, rimaneggiata nel corso dei secoli, ma gravemente danneggiata durante la Seconda guerra mondiale. Allora l’Associazione di Notre-Dame du Haut decise di affidare l’incarico di erigere una nuova cappella all’architetto più conosciuto del secolo. E’ nata in quel progetto una moderna manifestazione del sacro che commuove.

 

Le Corbusier, Notre-Dame du Haut, interno. Rochamp.

 

Notre-Dame du Haut, lato sud.

 

Il 25 giugno del 1955, durante la cerimonia di consacrazione dell’edificio Le Corbusier disse pubblicamente rivolgendosi al vescovo di Besanҫon: “Eccellenza, costruendo questa cappella ho voluto creare qui un luogo di silenzio, di preghiera, di pace e di gioia interiore; il sentimento del sacro ha animato il nostro sforzo. Alcune cose sono sacre, altre non lo sono affatto: che si tratti o meno di cose religiose. Eccellenza, io vi consegno questa cappella di onesto cemento, impastata forse di temerarietà, certamente di coraggio, con la speranza che essa troverà in voi come in tutti quelli che saliranno questa collina per entrarvi, una eco di quanto noi vi abbiamo scritto.”[11]

Allora se tutto qui è rivolto al sacro, persino l’ascesa della piccola collina, che cos’è da definire “non sacro,” che sia o meno cosa religiosa, se non l’uomo stesso poiché l’unica cosa che allontana dalla sacralità è il peccato. Sono passati solo quindici anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, e quell’incubo era ancora una ferita aperta nel cuore dell’umanità. E il mito rousseauiano del buon selvaggio appariva svanire nei fumi cenerei dei forni crematori, nel fango sanguigno delle trincee, nell’odore di morfina confusa a nafta e sudore freddo degli ospedali. Il dolore di chi è rimasto -per le future generazioni- era l’unico modo di denuncia contro il fratricidio. Ecco il peccato inteso da un uomo mite e profondamente umile.

 

L’ultimo progetto compiuto di Le Corbusier è il Padiglione Heidi Weber, noto con il nome di Centro Le Corbusier. Venne concluso e inaugurato nel 1967. Costruito come casa-studio è diventato il “polo espositivo”[12] delle opere del maestro.

 

 

 

Bibliografia: Giulio Carlo Argan, L’arte moderna, Sansoni, 1989, Firenze; C. Bertelli, G. Briganti, A. Giuliano, Storia dell’arte italiana, Electa, B. Mondadori, 1992, Milano; Monica Colombo, Le Corbusier, da  I maestri dell’architettura, Hachette, EBS Bertolazzi (Verona); Gabriella Lo Ricco, Le Corbusier, in Arte-Dossier, Giunti, gennaio 2018.

 

[1] G.C. Argan, 1989, p. 249.

[2]  G. Lo Ricco, 2018, p. 6.

[3]  G. Lo Ricco, 2018, p. 16.

[4]  G. Lo Ricco, 2018, p. 21.

[5]  G.C. Argan, 1989, p. 251.

[6] C. Bertelli, G. Briganti, A. Giuliano, 1992, p. 423.

[7] G. C.  Argan, 1989, p. 252.

[8]  Ibidem.

[9]  Ibidem.

[10] M. Colombo, 2011, p. 65.

[11]  M. Colombo, 2011, p. 56.

[12]  Ibidem.

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