L’epoca del Funzionalismo.

La grande Guerra (1915-1918) aveva bruscamente fermato le attività economiche e soprattutto edilizie. Alla ripresa la situazione era profondamente mutata: l’industria si era sviluppata tecnologicamente per una produzione di massa, di quantità, nel contempo nelle città si moltiplicava il numero dei residenti.

La classe operaia ebbe consapevolezza di essere il motore portante dell’industria, aveva acquisito una propria coscienza e cominciava, dopo la rivoluzione bolscevica (1917) a esigere un peso politico, mentre la borghesia tradizionale si stava trasformando in una classe di tecnici dirigenti.

La città a causa dello sviluppo quantitativo e qualitativo non riesce più ad affrontare le esigenze sociali. Il problema dello schema urbanistico del centro cittadino, con i suo nuovi mezzi di trasporto e di servizio, che prima della guerra era solamente materiale utopico, ora è imminente e gravissimo.

L’architettura si interroga sull’aspetto delle città e propone cinque punti focali su cui costruire uno schema planimetrico. Il centro abitato che sempre più gradualmente si trasformerà in una metropoli dovrà essere funzionale, ossia deve produrre una certa quantità di forza-lavoro per soddisfare le richieste economico e sociali, trasformandosi in un organismo produttivo. Deve acquisire un carattere umano, sociale, poiché la massa operaia non deve essere considerata una valvola che muove le macchine dell’industria, quasi fosse un meccanismo meccanico del processo produttivo ma, al contrario, deve perdere la sua oggettività. L’efficienza della nuova collettività deve esigere la depurazione fisiologica e psicologica dell’individuo. I centri industrializzati con i loro miasmi fumanti e i loro scarichi maleodoranti infettano gli uomini, succubi del mero lavoro produttore che si rivelava alienante e opprimente. Allora la nuova città deve avere un carattere igienico. Essendo al servizio del cittadino, la città dovrebbe acquistare una politica morale evitando le speculazioni immobiliari, promosse dalle brame di potere e esigere piani urbanistici che rispettino l’ambiente e soprattutto coloro che lo abitano. Infine la città ha il dovere di promuovere una tecnologia in grado di supportare l’edilizia, ossia pianificare la progettazione urbanistica per mezzo dell’industria poiché di essa fa parte. Questo insieme di riflessioni muta la figura dell’architetto che non viene più chiamato a progettare singoli edifici, ma deve coordinare lo spazio urbanistico. L’architetto diventa l’urbanista.

In questo ambito storico si distinguono due categorie di architetti, quella dei mestieranti, che si mettono al servizio della classe politica-industriale, quella che ha in mano il capitale immobiliare e, con la scusa di salvaguardare la tradizione classica dell’architettura, si rivelano abili speculatori e sfruttatori del suolo urbano, impoverendo e degradando -in questo modo- l’aspetto della città. Esempi di questo fenomeno di depauperamento si hanno con il fascismo in Italia e con il nazismo in Germania i quali hanno accolto, pur non conoscendola, la tradizione delle forme classiche per affermare e legittimare il loro mal operato.

La lotta per un’architettura moderna è stata innanzitutto una lotta politica, più o meno incentrata con le forze progressiste e reazionarie. Là dove le forze reazionarie hanno prevalso l’architettura moderna è stata arrestata.

L’architettura moderna si è affermata in tutto il mondo seguendo medesimi principi, quali:

– la priorità della pianificazione urbana sulla progettazione architettonica;

– l’importanza dello sviluppo economico per lo sfruttamento limitato del suolo e nell’uso di materiali;

– la rigorosa razionalità delle forme architettoniche, deontologicamente diversificata in quanto movente nelle diverse situazioni e nelle problematiche oggettive, sociali e culturali delle nazioni che la ospitano;

– il ricorso alla tecnologia e al disegno industriale, alla standardizzazione e prefabbricazione in serie;

– l’architettura concepita assieme alla tecnica industriale sì qualifica con il progresso e con l’educazione democratica della società.

In tutta Europa queste premesse sono state elaborate conformandosi all’aspetto sociale e politico, culturale e ambientale del luogo in cui vennero applicate e per questo che esistono diverse tendenze concettuali.

 

– Il razionalismo formale di Le Corbusier che ha il suo epicentro in Francia;

– il formalismo metodologico-didattico  di W. Gropius, che attorno alla Bauhaus ha il suo nucleo in Germania;

– il razionalismo ideologico sovietico;

– il rigorismo contenutistico che non manca di elasticità, del Neo-plasticismo olandese;

– l’empirismo scientifico, sperimentale di A. Aalto nei paesi scandinavi;

– il razionalismo organico sviluppatosi in America con F. L. Wright.

[1] G. C. Argan, L’arte moderna, capitolo VI, pp. 248-249. Editore Sansoni, 1989. Firenze.

 

L’Europa dopo la Grande Guerra.

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