Il Rinascimento

Il XV e il XVI secolo abbracciano questo periodo storico che non si conclude con la fine del Cinquecento ma, anzi, progredisce in una evoluzione e, coinvolgendo artisti e letterati, continuerà a stupire sino all’epopea romantica.

E’ un periodo complesso e articolato di avvenimenti. Nascono, sin dal Quattrocento, centri di potere autonomi: le Signorie che costellano il panorama geografico della penisola: i De’ Medici a Firenze, gli Estensi a Ferrara, i Montefeltro a Urbino, i Malatesta a Rimini, gli Sforza a Milano. Lo Stato pontificio abitato da famiglie influenti quali i Colonna e gli Orsini che rivaleggiano con l’autorità stessa del papa. In Genova i Doria e i Fregoso, famiglie autorevoli in città che erigono i loro palazzi; mentre ad Asolo Caterina Cornaro forma la sua corte. Il Regno di Napoli è in mano aragonese, ma in realtà è soggiogato dal potere dei baroni. L’unico stato che può vantare una particolarissima indipendenza è l’oligarchia veneziana, che sempre cercherà di mantenersi autonoma, sia politicamente, sia culturalmente, dagli avvenimenti storici che pur la coinvolgeranno.

Quel fattore che farà diventare l’Italia terra di conflitti scaturisce da questo policentrismo politico, che la renderà facile preda per le nascenti nazionalità europee.

Ogni signoria regionale è caratterizzata da una sua propria fisionomia politica, economica e culturale.

Nonostante le tormentate guerre d’Italia (dal 1494 al 1559), la penisola, inverosimilmente, godrà di una straordinaria fioritura intellettuale. Denominatore comune di ogni signoria è la corte, luogo privilegiato di un élite culturale, che pur avendo lo stesso gene, si manifesta con molteplici sfaccettature e ogni regione presenterà una sua fisionomia artistica e letteraria. Questa età così ricca di conformazioni è il tempo storico in cui i precetti elaborati dall’Umanesimo (dalla fine Trecento a tutto il Quattrocento) conseguono piena realizzazione ma, purtroppo, troveranno anche, nello scontro scismatico tra Chiesa cattolica e Riforma protestante, un freno.

 

 

Qual è la nuova immagine dell’artista?

Cambia l’immagine dell’artista così come cambia la concezione del tempo, della morte e della vita in sé.

Se con Jacob Burckhardt, nella sua La civiltà del rinascimento in Italia (1860), nasce il concetto stesso di rinascimento, non si può affermare che tale teoria si sia preservata sino alla storiografia più recente. Quest’ultima ha saputo infiltrarsi trasversalmente nella vita degli uomini del periodo umanistico-rinascimentale per poterne carpire la forma mentis, la concezione della vita; tentare d’afferrare il livello della loro consapevolezza di un mondo che stava mutando velocemente. Il tempo non è più scandito dai ritmi delle stagioni e dal suono delle campane annuncianti la liturgia delle ore, ma assume nuove connotazioni, ossia il tempo acquista valore. Le capacità dei mercanti e degli artigiani, dei banchieri e degli usurai, l’abilità di queste persone conforma la nuova concezione del momento vissuto che è ora quello degli uomini promotori del proprio destino. L’esistenza è vissuta pienamente per produrre ricchezza e questa equivale al benessere della vita e alimenta l’autorità politica delle Signorie. La vita è amata e lodata e per tale motivo la morte è temuta. In questo periodo rarissime saranno le immagini del giudizio universale e, invece, più cospicue diverranno le illustrazioni della morte individuale, con l’anima del defunto contesa tra angeli e diavoli.

E progressivamente l’artista assume una nuova connotazione, non è più l’operaio, membro delle corporazioni artigiane, addetto alle Arti meccaniche, ma nel corso del Quattrocento la sua posizione cambia. Egli frequenta le corti e di conseguenza tesse rapporti con gli uomini di cultura che le abitano, per questo lentamente si svincola dagli obblighi delle gilde e trova protezione nel mecenate che lo assume a suo servizio. Ma per dimostrare che le arti figurative non sono lavori servili, meramente di meccanica, bisognava dimostrare la loro appartenenza alle sette arti liberali, quelle del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia e musica). Allora  a tale tesi venne in aiuto la trattatistica dell’epoca: Il libro dell’arte di Cennino Cennini (1370-1427);  i Commentari di Lorenzo Ghiberti (1378-1455). Nel De pictura di Leon Battista Alberti (1404-1472), l’accettazione delle arti come discipline di uomini liberi, ossia eruditi e pensatori, è finalmente conclusa.

L’artista insomma è libero di esprimere la propria individualità, anche se a volte viene condizionato dalla committenza.

La novità del secolo XV è la rilettura dell’antico attraverso la nuova scienza filologica, la quale permetterà, con pochi margini d’errore, un’interpretazione corretta delle opere letteratura dei classici greci e latini. La filologia intesa come studio razionale viene applicata a tutti i campi del sapere, con sommo rischio per l’autorità religiosa.1

Gli umanisti o cultori delle humanae litterae hanno cognizione del mutare delle età, dei periodi della storia, ognuno dei quali possiede un proprio idioma. Il recupero del mito dell’antichità significa una rinascita culturale, diversa dalle rinascite del mondo medioevale, ma implica anche una presa di distacco da ciò che ha preceduto, ossia l’epoca medioevale. E’ ora che nasce il concetto di media aetas che assume connotazioni negative, perché inteso come periodo di barbarie e decadenza. Parallelamente nelle vicende artistiche il recupero del mito classico afferma un studio molto accurato delle proporzioni del corpo umano, canone ideale di bellezza e misura di tutte le cose. Si studia il De architectura di Marco Vitruvio Pollione, si copiano le sculture antiche, si prende come maestra la natura. Ma come ha scritto André Chastel l’uomo-artista del rinascimento non si limita a copiare lo stile degli antichi, ma “nei suoi rapporti con l’antichità il rinascimento appare come una continua pseudo-morfosi: l’imitazione dell’arte antica era un mezzo non un fine, era in realtà il lascia-passare per creare qualcosa di nuovo, …”.2

La letteratura artistica è molto viva in questo periodo, si scrivono trattati e dialoghi che hanno come tema l’autore, l’inventore del bello. L’arte e i suoi adepti diventano oggetto di studio e critica e lode degli stessi contemporanei: Notizia d’opere di disegno nella prima metà del secolo XVI ( rimasta incompiuta) di Marcantonio Michiel (1484-1552); Le vite ( 1550 e 1568) di Giorgio Vasari; Dialogo di pittura (1548) di Paolo Pino (attivo a Venezia tra il 1534 circa e il 1564); L’Aretino o Dialogo della pittura (1557) di Ludovico Dolce (1508 /10-1568).

E chiaro che la produzione letteraria del periodo ha notevolmente influenzato quella successiva. Gli storici e critici posteriori hanno ripreso bene o male le annotazioni, gli elogi e le critiche dei letterati del XVI secolo.

Tuttavia la letteratura artistica venne quanto mai condizionata da Le Vite del Vasari. L’aretino inizia -dopo un proemio e delle delucidazioni, in forma di paragrafi, sulle varie arti- scrivendo la biografia di Cimabue, celebrando assai Giotto come fautore della rinascita della pittura, e tale encomio trova il suo culmine nelle tre grandi personalità dell’epoca: Leonardo Da Vinci (1452-1519), Michelangelo Buonarroti (1475 circa-1564),  Raffaello Sanzio (1483-1520). Nelle loro composizioni hanno realizzato quel criterio che è stato il vero fondamento del classicismo recepito come imitazione della natura, armonia delle forme, equilibrio plastico della composizione, ricezione della luce, mimèsi aristotelica. Adottando la giusta misura e la piena padronanza della fattezza, nelle loro opere, sono riusciti a risuscitare in chiave moderna le fondamenta dell’arte antica. Hanno ottenuto quella perfetta, chiara immobilità dell’attimo concepito come carpe diem.

Dopo di loro sorge la maniera o manierismo che Vasari connota negativamente perché lo percepisce come mera copia dei tre grandi autori. In realtà queste etichette di classicismo e manierismo che vengono applicate ai vari protagonisti dell’epoca possono essere esatte, ma non esaustive, e non possono racchiudere schematicamente le caratterizzazioni individualistiche di intere generazioni di artisti. Il manierismo non è altro che una propagazione delle manifestazioni artistico-culturali del Cinquecento, anch’esso esibisce una nuova concezione dell’arte tutta da scoprire e, che troverà la sua maturazione nel Barocco.

 

1  S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario, Quattrocento e Cinquecento, 1996, Principato.

2  C. Bertelli, G. Briganti, A. Giuliano, Storia dell’arte italiana, 1986. Electa, B. Mondadori. Milano.

 

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